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Caso Pelicot: a due anni della chiusura torna Coco, la chat usata dal marito per reclutare gli stupratori

La piattaforma Coco chiusa nel 2024 dopo un’indagine internazionale è tornata online con lo stesso modello: anonimato totale, accesso libero e domini alternativi.
A cura di Elisabetta Rosso
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Nel mondo digitale le chiusure raramente hanno il carattere definitivo del mondo fisico. E il caso Coco lo dimostra. La piattaforma per anni è stata utilizzata per condividere materiale esplicito, pedopornografico, violento. È il sito con cui Dominique Pelicot ha reclutato una cinquantina di uomini per violentare la moglie a sua insaputa per quasi dieci anni nella loro abitazione di Mazan, nel sud della Francia. Nel 2024, dopo un’inchiesta coordinata a livello europeo, il sito viene finalmente chiuso. Ora a distanza di due anni è tornato, quasi identico a prima.

Ouest-France ha denunciato una nuova versione della piattaforma, con un’interfaccia simile e un modello basato sull'anonimato che ricalca il precedente. È bastato cambiare dominio per tornare online. Ed è così che dopo anni di indagini si torna punto e a capo.

Le origini di Coco

Nel 2003, appena uscito dall’università con una laurea in ingegneria informatica, Isaac Steidl lancia un piccolo progetto online finanziato dai genitori: Coco.fr. Il capitale è minimo, circa 2.000 euro. L'obiettivo è creare uno spazio per incontrarsi, conoscersi, costruire relazioni. Quell’idea iniziale, però, ha vita breve. Accanto agli utenti in cerca di contatti, iniziano a comparire figure legate a circuiti illegali: spaccio, sfruttamento sessuale, pedofili.

Nel giro di pochi anni, la piattaforma cambia pelle e dominio il servizio viene riorganizzato sotto il nome di “Coco.gg”, con registrazione del dominio sull’isola di Guernsey e un’infrastruttura tecnica distribuita tra server in Germania e servizi di hosting in Bulgaria. L'anonimato e l'assenza di moderazione diventano terreno fertile per derive sempre più allarmanti. Fino al 2024.

Il ritorno di Coco dopo la chiusura internazionale

Dopo una lunga e complessa operazione internazionale – che ha coinvolto diversi Paesi europei tra cui Francia, Germania e Paesi Bassi – il sito viene chiuso. Come dimostrato dalle indagini, la piattaforma era diventata un punto di riferimento per attività illecite. Tra queste, sfruttamento della prostituzione, adescamento di minori, violenze sessuali e aggressioni organizzate a sfondo omofobo.

Tra il 2021 e il 2024 il sito è stato citato in oltre 23.000 procedimenti penali, con circa 500 vittime coinvolte. Il fondatore della piattaforma, Steidl, è stato incriminato il 9 gennaio 2025 a Parigi con accuse pesanti: dalla pedopornografia alla corruzione di minori online, fino alla complicità in traffico di droga e associazione a delinquere. Le autorità hanno inoltre disposto il congelamento di circa cinque milioni di euro distribuiti su conti internazionali.

La nuova versione del sito sembra replicare fedelmente il modello originario: accesso gratuito, anonimato totale e nessun sistema di verifica dell’identità. Ci siamo iscritti. È stato sufficiente inserire un nickname, un’età dichiarata e un codice postale per entrare nelle chat. 

Le istituzioni: “Non resteremo a guardare”

Le autorità francesi hanno assicurato che sono già in corso azioni legali. Il Commissariato per l’infanzia ha attivato un sistema di monitoraggio costante per individuare eventuali reati e raccogliere prove utili. "La riapertura del sito è un vero schiaffo in faccia", ha dichiarato Sarah El Haïry, politica francese del Movimento Democratico

“Questi siti non sono luoghi innocui, sfruttano ogni scappatoia, cercano prede, e le loro prede sono i bambini”, e facilitano “agguati omofobi, stupri, traffico di droga e tratta di esseri umani ” . “Sono stati avviati procedimenti legali, ci permetteranno di chiuderli. Li braccheremo, li tormenteremo, non daremo loro tregua ”, ha avvertito. L’obiettivo ora è duplice: da un lato bloccare nuovamente la piattaforma, dall’altro identificare i responsabili dietro la riapertura.

Come può riaprire così facilmente?

La domanda è inevitabile: com’è possibile che un sito con un simile passato torni online in così poco tempo? La risposta sta, almeno in parte, nella struttura stessa di Internet. Un sito web si basa su due elementi fondamentali: i server che ospitano i contenuti e il nome di dominio. Entrambi possono essere spostati o registrati rapidamente, spesso in Paesi diversi, rendendo più difficile l’intervento delle autorità.

Nel caso della nuova versione di Coco, le analisi tecniche suggeriscono un sistema ancora più sofisticato: server multipli, domini “specchio” con configurazioni identiche e servizi di anonimizzazione per nascondere i proprietari. Secondo quanto riportato da Ouest-France, il proprietario del nuovo sito avrebbe utilizzato un servizio con sede a Rotterdam: Whois Privacy, utilizzato per schermare l’identità dei titolari di domini internet.

Il caso Coco evidenzia un problema strutturale: la difficoltà di regolamentare uno spazio digitale globale, dove i confini giuridici si scontrano con la rapidità della tecnologia. Cambiare nome e dominio è sufficiente per tornare online. Fermare definitivamente queste piattaforme, invece, richiede cooperazione internazionale, strumenti normativi aggiornati e una vigilanza costante.

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