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Virus Nipah, annunciati i primi test sull’uomo del vaccino: l’infezione ha una mortalità del 40-75%

Dopo aver ottenuto ottimi risultati nella sperimentazione preclinica, i ricercatori dell’Università di Tokyo hanno annunciato che ad aprile 2026 inizieranno i test sull’uomo del vaccino contro il virus Nipah, recentemente coinvolto in un focolaio in India e caratterizzato da una mortalità fino al 75%. Il vaccino candidato MV-NiV, basato su un virus attenuato e ricombinante del morbillo, protegge dall’infezione letale nei modelli animali. Il trial clinico di Fase 1 inizierà in Belgio.
A cura di Andrea Centini
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Al momento non esiste un vaccino contro il virus Nipah, un patogeno mortale recentemente coinvolto in un focolaio nel Bengala Occidentale (India); tuttavia le cose potrebbero cambiare molto presto. Come indicato da Nikkei Asia, infatti, gli scienziati giapponesi del Centro di Ricerca per la Scienza e la Tecnologia Avanzate dell'Università di Tokyo hanno annunciato che ad aprile di quest'anno partirà la sperimentazione clinica di un vaccino candidato. Ciò significa che il preparato, chiamato MV-NiV, ha superato i test di sicurezza ed efficacia nella sperimentazione preclinica – ovvero su modelli animali – ed è stato autorizzato dalle autorità sanitarie per i trial clinici di Fase 1, quelli che coinvolgono un numero limitato di partecipanti e che in genere servono a determinare dosaggio e sicurezza (oltre a rilevare dati preliminari di efficacia).

Curiosamente, la sperimentazione clinica di Fase 1 del vaccino contro il Nipah coinvolgerà volontari in Belgio. Se tutto andrà secondo i piani, nella seconda metà del 2027 i ricercatori nipponici avvieranno le Fasi 2 e 3 in Bangladesh, che assieme a India, Malesia e Filippine è uno dei Paesi asiatici dove si sono verificate epidemie. Il MV-NiV, come specificato dalla European Vaccine Initiative, è un vaccino basato su un virus vivo attenuato e ricombinante del morbillo, trasformato in un vettore contenente il gene G del virus Nipah. Nello specifico è coinvolto il ceppo malese del patogeno, una variante identificata per la prima volta in allevamenti di suini durante una grande epidemia registrata tra il 1998 e il 1999 in Malesia. Il ceppo presenta alcune differenze rispetto a quello bengalese che, sulla base di test sugli animali, determina manifestazioni cliniche diverse in termini di infezioni respiratorie e sintomi neurologici.

L'European Vaccine Initiative sottolinea che i test preclinici sul vaccino anti-Nipah mostrano che esso “induce risposte immunitarie umorali e cellulari e protegge da un'infezione letale”, risultati molto promettenti in attesa dell'avvio della sperimentazione umana. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) evidenzia che le infezioni da virus Nipah hanno una mortalità compresa tra il 40 e il 75 percento. Non c'è da stupirsi che sia stato classificato come agente di livello di biosicurezza 4 (BSL-4) ed è nell'elenco di quelli prioritari da contrastare. Possiede infatti un potenziale pandemico, anche se la trasmissione tra persone non è efficace come quella di virus respiratori come il coronavirus SARS-CoV-2 (responsabile della recente pandemia di COVID-19) o i comuni virus influenzali.

La trasmissione delle particelle virali del Nipah avviene generalmente per contatto diretto con secrezioni e fluidi corporei contaminati. Una delle fonti, ad esempio, è il consumo di prodotti freschi ottenuti dalle palme dove si sono posati pipistrelli della frutta infetti. Le specie dei generi Pteropus e Hipposideros sono quelle principalmente coinvolte nelle infezioni, ma si conoscono anche diversi ospiti intermedi come i maiali. I sintomi dell'infezione sono simili a quelli di una comune sindrome influenzale, ma possono sfociare in insufficienza respiratoria e infiammazione del cervello (encefalite) in grado di portare al coma e alla morte.

Ad oggi non esistono né una cura specifica – il trattamento è di supporto – né un vaccino contro il virus Nipah, proprio per questo è così importante l'avvio della sperimentazione clinica del MV-NiV. L'annuncio è stato accolto con favore dal professor Matteo Bassetti della Clinica di Malattie Infettive e Tropicali presso l'Ospedale Policlinico San Martino di Genova. L'infettivologo, nei suoi post su Facebook, ha sottolineato il disinteresse in Italia per la diffusione di questo patogeno in India, che è già sfociata in misure di controllo ad hoc come screening sanitario in alcuni aeroporti nei Paesi asiatici. Al momento, comunque, il focolaio è contenuto – ci sono circa cento persone in quarantena – e il rischio per la popolazione è considerato basso.

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