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Un modo di parlare può anticipare l’Alzheimer: lo studio sull’invecchiamento cognitivo

La difficoltà a trovare le parole giuste per chiamare le cose è considerata un segnale dell’invecchiamento cognitivo da tempo, ma secondo un recente studio potrebbe essere importante valutare un altro aspetto del linguaggio più generale.
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Ancor prima che si manifestino i sintomi iniziali, come la confusione mentale, i problemi di memoria o i cambiamenti di personalità, la demenza può dare dei segnali preclinici, ovvero precedenti alla manifestazione clinica della malattia. Questo è vero anche per la sua forma più comune, ovvero l'Alzheimer. Conoscerli e saperli intercettare in modo tempestivo può fare la differenza nel trattamento di questa condizione, sempre più diffusa. Soltanto in Italia ne soffre più di un milione di persone.

Già da tempo uno di questi segnali preclinici associato all'invecchiamento cognitivo è stato individuato nella difficoltà a trovare le parole per chiamare le cose, anche per gli oggetti più comuni, il cui nome è "sulla punta della lingua". Un recente studio dell'Università di Toronto ha indagato questo fenomeno, rilevando un altro potenziale segnale legato al declino cognitivo: il rallentamento con cui parliamo e ragioniamo. Lo hanno spiegato in questo articolo su The Conversation due ricercatrici dell'Università del Sussez, Claire Lancaster e Alice Stanton.

Lo studio

Lo studio, pubblicato su Aging, Neuropsychology, and Cognition, è stato condotto su 125 adulti sani, tra i 18 e i 90 anni, ai quali è stato chiesto di nominare gli oggetti raffigurati su delle carte mentre un audio riproduceva altre parole. Un test "ideato – spiega l'articolo su The Conversation – per separare i due passaggi della denominazione di un oggetto: trovare la parola giusta e istruire la bocca su come pronunciarla ad alta voce".

In un secondo momento, le registrazioni delle loro risposte sono state analizzate con un software di un software di intelligenza artificiale (IA) addestrato per misurare quei tratti sospettati di essere collegati alle funzioni cognitive dei partecipanti, come la velocità del parlato, la durata delle pause tra le parole e la varietà delle parole utilizzate. I partecipanti hanno poi effettuato altri test che misurano in generali le loro prestazioni cognitive come la velocità di pensiero o la capacità di concentrazione.

I risultati

I ricercatori hanno scoperto che i partecipanti che parlavano più lentamente erano anche quelli che avevano più difficoltà a trovare le prove per nominare gli oggetti. Questo suggerisce che i cambiamenti legati al declino cognitivo potrebbero essere associati a un più generale rallentamento nell'elaborazione, sia nel pensiero che nell'esposizione, piuttosto che allo specifica difficoltà di recuperare le parole giuste.

A conclusione del loro studio i ricercatori hanno infatti sostenuto che il tempo di reazione complessivo per il recupero delle parole è stato il miglior segnale predittivo della difficoltà a ricordare le parole e del declino cognitivo legato al ragionamento e al discorso, "suggerendo – scrivono – che la velocità di elaborazione è il fattore chiave e che il tempo di reazione verbale può essere una misura clinica importante".

Sebbene lo studio non abbia approfondito i meccanismi cognitivi coinvolti in questo fenomeno, resta comunque significativo nello studio del declino cognitivo e della demenza: "Questo studio – osservano le ricercatrici – ha aperto porte entusiasmanti per la ricerca futura, dimostrando che non è solo ciò che diciamo, ma anche la velocità con cui lo diciamo a rivelare cambiamenti cognitivi".

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