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Sottomarino nucleare sovietico affondato nel 1989 rilascia materiale radioattivo nelle profondità marine

I ricercatori hanno quantificato l’impatto delle emissioni di materiale radioattivo dal sottomarino sovietico K 278 Komsomolets, affondato nel Mar di Norvegia nel 1989 a seguito di un devastante incendio. Le concentrazioni di Stronzio 90 e Cesio 137 sono rispettivamente 400.000 e 800.000 volte superiori ai livelli tipici del mare nordico. Preoccupazione per i danni strutturali attorno al reattore, che potrebbero aumentare la contaminazione.
A cura di Andrea Centini
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Le emissioni di materiale radioattivo dal sottomarino nucleare sovietico. Credit: Gwynn et al., PNAS , 2026
Le emissioni di materiale radioattivo dal sottomarino nucleare sovietico. Credit: Gwynn et al., PNAS , 2026

Un sottomarino sovietico a propulsione nucleare affondato quasi quarant’anni fa sta rilasciando elevate quantità di materiale radioattivo sul fondale del Mar di Norvegia. Fortunatamente, i radionuclidi non sembrano disperdersi troppo dal relitto del K 278 Komsomolets, perché – come evidenzia un nuovo studio – l’acqua marina li diluisce rapidamente. C’è tuttavia il rischio che la completa degradazione della struttura attorno al reattore possa innescare una contaminazione significativa, fenomeno che da circa trent’anni si verifica a intermittenza. Fortunatamente, i due siluri armati con testate nucleari a bordo del natante sono stati messi in sicurezza dalla Russia grazie a un complesso intervento di sigillatura eseguito nel 1994 e, almeno per quanto riguarda questi, al momento non esiste una minaccia concreta. Secondo gli esperti, il caso dell’affondamento del K 278 Komsomolets alla fine della Guerra Fredda rappresenta un monito nel contesto delle recenti tensioni geopolitiche e dei conflitti in corso, in cui navi e sottomarini a propulsione nucleare sono attivamente coinvolti. La loro potenziale distruzione potrebbe trasformarsi in una vera e propria bomba a orologeria per la salute dell’ambiente e non solo. Ma torniamo al Komsomolets di classe "Mike" (codice NATO).

Tutto ebbe inizio attorno alle 11:00 del 7 aprile 1989, a ovest dell’Isola degli Orsi (Bjørnøya), nella zona di transizione tra il Mar di Norvegia e il Mare di Barents, quando sul sottomarino nucleare sovietico si sviluppò un devastante incendio. Nonostante i danni, l’equipaggio riuscì a riportare in superficie il natante. Furono momenti drammatici in attesa dei soccorsi: con i sistemi in avaria e le temperature gelide, molti marinai rischiavano di morire di ipotermia, mentre il sottomarino continuava a imbarcare acqua. Alle 17:08 ora locale il sottomarino affondò (le fonti russe indicano spesso il Mare di Norvegia, a causa di differenze nella cartografia oceanica) e il relitto si adagiò sul fondale tra i 1.680 e i 1.700 metri di profondità, alle coordinate 73.72° N, 13.27° E. Dei sessantasei membri dell’equipaggio se ne salvarono soltanto ventiquattro: la maggior parte delle quarantadue vittime perse la vita proprio a causa dell’ipotermia. Da allora, dal reattore nucleare del K 278 Komsomolets continua a fuoriuscire materiale radioattivo e oggi una nuova ricerca ne ha quantificato meglio l’impatto.

A condurre lo studio è stato un team di ricerca norvegese guidato da scienziati del Dipartimento per la Sicurezza Nucleare Internazionale dell’Autorità Norvegese per la Sicurezza Nucleare e le Radiazioni, in collaborazione con i colleghi del Dipartimento di Contaminanti e Rischi Biologici dell’Istituto di Ricerca Marina e della Facoltà di Scienze Ambientali e Gestione delle Risorse Naturali dell’Università Norvegese di Scienze della Vita. I ricercatori, coordinati dal dottor Justin P. Gwynn della sezione “High North” dell’autorità norvegese, hanno recentemente concluso l’analisi dei dati raccolti durante una spedizione condotta attorno al relitto nel 2019, grazie a un piccolo sottomarino controllato da remoto (ROV) chiamato Ægir 6000. Già all’epoca avevano rilevato la presenza di isotopi radioattivi nelle acque circostanti; ora hanno determinato con maggiore precisione cosa sta avvenendo nell’ambiente attorno al K 278 Komsomolets e qual è il suo impatto sull’ecosistema locale.

Dalle analisi dei campioni raccolti dal ROV è emerso che il reattore emette concentrazioni elevate di due isotopi in particolare, Stronzio 90 e Cesio 137, “rispettivamente 400.000 e 800.000 volte superiori ai livelli tipici di questi radionuclidi nel Mare di Norvegia”, spiegano nell'abstract dello studio. Sono stati trovati anche livelli elevati di Polonio 238 e Polonio 240 e di Uranio 236, “che indicano la corrosione del combustibile nucleare nel reattore”, evidenziano Gwynn e colleghi. Fortunatamente non sono state rilevate emissioni nella zona anteriore del sottomarino, dove erano stoccati i siluri nucleari, efficacemente sigillati dalla Russia nelle operazioni di oltre trenta anni fa. Anche la fauna presente nelle immediate vicinanze del relitto non presenta segni di danni o malformazioni, segnale che il materiale radioattivo viene rapidamente disperso dall’acqua marina.

"Nonostante le emissioni dal reattore si verifichino da oltre trent’anni, vi sono scarse prove di un accumulo di radionuclidi nell’ambiente circostante il sottomarino, poiché i radionuclidi rilasciati sembrano diluirsi rapidamente nell’acqua di mare", hanno spiegato gli esperti, aggiungendo però che "è prevedibile che le emissioni dal reattore del Komsomolets continuino". Alla luce dei rischi, "è necessario condurre ulteriori indagini per determinare i meccanismi alla base delle emissioni osservate, i processi di corrosione in atto all’interno del reattore e le implicazioni di questi per future emissioni e per il destino del materiale nucleare rimanente nel reattore". I dettagli della ricerca “Status of the sunken nuclear submarine Komsomolets in the Norwegian Sea” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PNAS.

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