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Scoperta la plasticosi, una nuova malattia negli uccelli marini causata dalla sola plastica

Attraverso le analisi del tratto digerente di decine di uccelli marini è stata scoperta una nuova e inquietante patologia, la plasticosi, una fibrosi provocata dall’ingestione della plastica.
A cura di Andrea Centini
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Una berta maggiore atlantica. Credit: Andrea Centini
Una berta maggiore atlantica. Credit: Andrea Centini

I ricercatori hanno scoperto una malattia completamente nuova negli uccelli marini provocata esclusivamente dalla plastica, per questo motivo l'hanno chiamata “plasticosi”. Essenzialmente si tratta di una fibrosi nel tratto gastrointestinale, provocata dalla costante assunzione di detriti plastici assieme al cibo vero e proprio. La presenza di questo materiale determina la formazione di tessuto cicatriziale che può avere un impatto devastante sulla salute degli animali, ad esempio riducendo le capacità digestive, la crescita e di conseguenza la sopravvivenza. È l'ennesimo esempio di quanto l'Antropocene – la famigerata epoca geologica dominata dall'essere umano – sia catastrofico per gli equilibri naturali e la fauna selvatica, del quale uno dei principali indicatori è proprio l'inquinamento da plastica nell'ambiente naturale.

A scoprire e descrivere la plasticosi negli uccelli marini è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati britannici del Museo di Storia Naturale, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Istituto per gli studi marini e antartici della Tasmania (Australia), della Scuola di Medicina dell'Università della Tasmania, dell'Istituto Gulbali dell'Università Charles Sturt e della Esperance Tjaltjraak Native Title Aboriginal Corporation. I ricercatori, coordinati dalla dottoressa Jennifer L. Lavers, membro del Bird Group presso il museo dell'Hertfordshire, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver studiato degli uccelli marini particolarmente esposti all'inquinamento da plastica: le berte piedicarnicini (Ardenna carneipes), una splendida specie di uccello marino di colore scuro che vive nell'Oceano Indiano e nell'Oceano Pacifico.

La dottoressa Lavers e i colleghi hanno analizzato uno specifico organo del tratto digerente di questi uccelli, il proventricolo, caratterizzato da una forma a bastoncino e sito tra l'esofago e il ventriglio. I ricercatori sono andati alla ricerca delle prove di fibrosi da plastica in 30 giovani esemplari dell'isola di Lord Howe. L'esame è stato condotto tramite un esame chiamato “colorazione tricromica di Masson”, che è in grado di evidenziare il tessuto cicatriziale. Ebbene, tutti gli uccellini che avevano ingerito plastica presentavano segni evidenti di fibrosi, oltre a un'alterazione significativa del collagene presente all'interno della mucosa e della sottomucosa.

In parole semplici, si trattava di uccelli malati con una significativa condizione gastrointestinale, in grado di limitare la funzionalità digestiva e l'assunzione di nutrienti, come ad esempio determinate vitamine. “Mentre questi uccelli possono sembrare sani all'esterno, non stanno bene all'interno. Questo studio è la prima volta che il tessuto dello stomaco è stato studiato in questo modo e dimostra che il consumo di plastica può causare gravi danni al sistema digestivo di questi uccelli”, ha dichiarato al Guardian il professor Alex Bond, coautore dello studio.

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è che la presenza di elementi naturali nel tratto digerente, come la pietra pomice, non era associata alla presenza di tessuto fibroso e cicatrizzato. Questo suggerisce meccanismi di interazione tra la plastica ingerita e l'apparato gastrointestinale ancora da comprendere. Il fatto che si trattasse di uccelli giovani, inoltre, indica chiaramente che la plastica veniva offerta loro dai genitori, di ritorno dalle sessioni di caccia.

Non c'è però da stupirsi che questo elemento inquinante sia così pervasivo e presente nell'ambiente. Basti sapere che una recente indagine del World Economic Forum ha stimato la presenza di 150 milioni di tonnellate di plastica nei mari e negli oceani di tutto il mondo, nei quali ne finiscono 8 milioni di tonnellate ogni anno. Nel solo Mar Mediterraneo nello stesso arco di tempo finiscono 570mila tonnellate di plastica. Di questo passo, secondo le stime, nel 2040 si arriverà a oltre 700 milioni di tonnellate di plastica, mentre nel 2050 nell'acqua marina si troverà più plastica che pesce in termini di massa.

La plastica già uccide milioni di animali marini in modo atroce, soffocandoli, stritolandoli o condannandoli alla morte per fame. Tra le principali vittime ci sono cetacei, tartarughe marine, pesci e uccelli, che iniziano a soffrire anche di malattie specifiche come la sopracitata plasticosi. I dettagli della ricerca “Plasticosis’: Characterising macro- and microplastic-associated fibrosis in seabird tissues” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Journal of Hazardous Materials.

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