Ponte sullo Stretto, cosa dice il nuovo studio geologico. Tozzi: “Le cose sono più complesse di come si pensava”

Nemmeno un mese dopo il via libera del Consiglio dei Ministri a un decreto legge che tra le altre cose punta a superare le criticità sul Ponte sullo Stretto di Messina sollevate dalla Corte dei Conti, un nuovo studio restituisce una foto molto dettagliata e approfondita della "complessità geologica" dell'area.
Questo studio dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee aggiunge nuovi dettagli a quanto già evidenziato negli anni da geologi ed esperti in grado di fornire "una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto", spiega l'INGV.
La situazione sismica dello Stretto
L'area dello Stretto di Messina è nota da tempo per essere una delle più complesse del Mediterraneo dal punto di vista geologico e una delle più attive a livello sistemico. Si sviluppa infatti nella regione in cui si incontrano la placca africana e quella euroasiatica, che si muovono una verso l'altra. Quella africana spinge verso nord, mentre quella euroasiatica "resiste e scivola sopra di essa", spiega l'INGV.
Inoltre, a sud-est, nel Mar Ionico, è attiva la cosiddetta "subduzione calabra", ovvero il processo per cui una sezione della placca ionica sprofonda sotto la Calabria. È lo stesso fenomeno "che – spiegano gli esperti – nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi". Non a caso il dibattito sull'opportunità di costruire un ponte proprio in questa area va avanti da oltre mezzo secolo, alimentato anche da dubbi legati agli aspetti economici e ingegneristici.
Diversi studi avevano infatti già confermato come sotto lo Stretto si sviluppi un complesso sistema di faglie, ovvero fratture nella crosta terrestre lungo le quali entrano in contatto due porzioni di roccia che scorrono l'una accanto all'altra. Quando questi movimenti sono improvvisi causano i terremoti. Gli studiosi di tutto il mondo stanno ancora cercando di capire quale faglia possa aver causato il terribile terremoto e il conseguente del 28 dicembre 1908 che causò oltre 75.000 vittime.
Come è stato effettuato lo studio
In questo studio i ricercatori hanno analizzato una grande quantità di dati, sismologici e marini, e ha preso ad esame oltre 2.400 terremoti avvenuti nella regione in quasi 30 anni, dal 1990 al 2019.
Dal loro studio è emerso che nella regione dello Stretto di Messina l'attività sismica si concentra in due strati della crosta terrestre, uno più superficiale, tra 6 e 20 chilometri di profondità, e uno più profondo, tra 40 e 80 chilometri, influenzato dalla subduzione calabra. In questi due strati si concentrano forze geodinamiche diverse, estensionali nel livello superiore e compressive in quello più profondo, che insieme concorrono alla deformazione dell'area.
"Un sistema complesso di faglie interconnesse"
Lo studio dell'INGV suggerisce che la deformazione nello Stretto sia il risultato di "un sistema complesso di faglie interconnesse" che si muovono come le tessere di un mosaico. Una deformazione che è tuttora attiva, come dimostrerebbero la presenza sui fondali marini di fenomeni come scarpate morfologiche o dislocazioni nei sedimenti recenti. Si tratta di un elemento di cruciale importanza, in quanto "la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile".
Il commento di Mario Tozzi
Il geologo e primo ricercatore del CNR Mario Tozzi ha commentato lo studio in un post sul suo profilo Instagram: "L'INGV pubblica un nuovo studio sulla sismotettonica della regione dello Stretto di Messina da cui si evince che le cose sono più complesse di come si pensava. Molto di più. Sistemi di faglie che interagiscono, complicazioni strutturali, tettonica attiva, fasce sismogenetiche", ha spiegato Tozzi, che ha chiesto nuovi studi sull'area prima dell'eventuale inizio dei lavori.
Già mesi fa a Fanpage.it Tozzi aveva ribadito il suo giudizio negativo sul progetto del ponte: "Non ha tanto senso fare un ponte che unisce, in caso di sisma, due cimiteri", aveva detto l'esperto insistendo sul fatto che sarebbe molto più utile destinare quei fondi ad arginare il dissesto idrogeologico e nell'adeguamento antisismico dell'area piuttosto che a un'infrastruttura che in caso di sisma di magnitudo 7 sarebbe molto probabilmente una delle poche cose a rimanere in piedi.