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Perché ci stiamo mettendo così tanto a tornare sulla Luna

È trascorso oltre mezzo secolo dalla chiusura del programma Apollo, eppure, nonostante il significativo avanzamento tecnologico, il ritorno dell’essere umano sulla Luna sembra essere molto complicato, tra rinvii e fallimenti. Ecco perché ci vuole così tanto tempo per tornare sul satellite lunare.
A cura di Andrea Centini
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Ore 05:40 UTC (le 06:40 in Italia) del 14 dicembre 1972. A centinaia di migliaia di chilometri dalla Terra, un uomo si volta per l'ultima volta verso la superficie lunare, sale le scalette del LM Challenger e chiude il portello. Era il compianto Eugene Andrew “Gene” Cernan, l'ultimo (e dodicesimo) astronauta della NASA ad aver camminato sulla Luna, nel contesto della missione Apollo 17. È trascorso oltre mezzo secolo dalla chiusura del pionieristico programma Apollo che ha portato l'essere umano sul satellite naturale; oggi, l'erede spirituale Artemis punta non solo a bissare il risultato, ma anche a inanellare una serie di storici traguardi. Fra essi figurano la prima donna, la prima persona nera e il primo non statunitense a calpestare la regolite lunare (i 12 astronauti del programma Apollo giunti sulla Luna erano tutti uomini bianchi).

Al di là dei doverosi obiettivi di uguaglianza, fondamentali per sottolineare il cambiamento della società rispetto agli anni '60, c'è soprattutto un approccio diverso alla missione. Non si torna sulla Luna per ottenere un inestimabile primato geopolitico, come quello raggiunto dagli USA nei confronti dell'ex Unione Sovietica in un periodo critico della Guerra Fredda. Qui non si parla di una semplice “toccata e fuga” per piantare una bandierina e raccogliere qualche campione (Neil Armstrong e Buzz Aldrin rimasero sulla Luna per un paio d'ore, Cernan e il collega Harrison Hagan Schmitt per poco più di 3 giorni). L'obiettivo del programma Artemis è restare, gettare le fondamenta per le prime basi lunari e addirittura potenziali colonie, non solo per sfruttare i preziosi minerali presenti, ma anche per creare un trampolino di lancio verso Marte e potenzialmente oltre il Sistema solare. In sostanza, l'obiettivo di fondo è fare scienza, non siamo innanzi a un semplice gioco tra superpotenze, sebbene anche in questo caso sia in atto una nuova sfida: quella con la Cina, che potrebbe portare i propri astronauti (taikonauti) sulla Luna entro la fine di questo decennio. Gli Stati Uniti lo sanno bene e non sopporterebbero uno smacco del genere, per questo Artemis 3 – la missione che riporterà l'essere umano sulla Luna – è al momento ancora programmata per il 2028. Ma c'è un problema: il 2028 è dietro l'angolo e, come si dice in certi casi, la NASA e i partner sono ancora a “caro amico” sotto certi punti di vista. Per fare un esempio, non è stato ancora pronto il veicolo per l'allunaggio, inizialmente affidato dalla NASA solamente a SpaceX, la compagnia aerospaziale di Elon Musk, e che ora vede anche il coinvolgimento di Blue Origin di Jeff Bezos. Senza dimenticare i test sul rifornimento nello spazio che coinvolgerebbe la Starship, a sua volta ancora non collaudata.

Ciò che stupisce molti è il fatto che, con le vetuste tecnologie di oltre mezzo secolo fa, la NASA sia riuscita a portare i primi uomini sulla Luna; oggi, con un miglioramento tecnologico significativo in ogni aspetto che coinvolge una missione spaziale, si procede con una lentezza disarmante tra fallimenti e rinvii. L'ultimo in ordine cronologico è stato quello di Artemis 2, la missione che porterà i quattro astronauti Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – i primi tre della NASA e il quarto dell’Agenzia spaziale canadese – in un “tour” attorno alla Luna, ma non nell'orbita lunare. Durante il Wet Dress Rehearsal (WDR 2) dello scorso 21 febbraio, la prova generale “bagnata” in cui vengono completamente riforniti i serbatoi del gigantesco razzo SLS e svolti tutti i test fino alla simulazione di decollo, c'è stato un problema con il flusso di elio verso lo stadio di propulsione criogenico provvisorio (ICPS), un elemento fondamentale dello stadio superiore dello Space Launch System. Ciò ha avuto due conseguenze: la conclusione anticipata del test e il ritorno del razzo presso l'hangar per tutti i controlli e le riparazioni del caso. Questo ha chiuso tutte le finestre di lancio possibili di marzo, lasciando spiragli per le finestr utili di aprile (sempre che i problemi vengano risolti). Curiosamente, un problema simile aveva posticipato il lancio di Artemis 1 di sei mesi.

Dunque, perché siamo così lenti pur essendo già andati sulla Luna mezzo secolo fa con tecnologie decisamente più obsolete? Come spiegato da Paul Sutter del portale specializzato Space.com, “non esiste una risposta univoca e semplice, ma tutto si riduce a questioni di denaro, politica e priorità”. Il denaro è probabilmente una delle voci più influenti. Ai tempi del programma Apollo c'era la reputazione degli Stati Uniti da tenere in piedi nei confronti dell'URSS, pertanto la NASA riceveva un vero e proprio fiume di denaro, pari a circa il 5 percento del bilancio federale degli USA. Se mettiamo insieme i finanziamenti, compresi quelli dei programmi accessori (come Gemini e le missioni robotiche), con l'inflazione attuale parliamo di una cifra di poco inferiore ai 300 miliardi di dollari. È una montagna di denaro – oggi insostenibile – che poteva essere giustificata dai politici (e accettata dall'opinione pubblica) proprio in virtù della serrata competizione con l'ex Unione Sovietica in un clima di Guerra Fredda. Per fare un confronto con i finanziamenti odierni, la NASA per il 2026 ha un budget prefissato di poco meno di 25 miliardi di dollari, che è meno dello 0,4 percento della spesa federale. Ad oggi la cifra stanziata complessivamente per il programma Artemis si attesta attorno ai 90 miliardi di dollari, comprensiva dello sviluppo del razzo SLS, della capsula Orion, della futura Stazione Spaziale Lunare e di altri elementi.

In sostanza, ci sono meno soldi per fare più cose e soprattutto con una visione più ampia e scientifica, dato che – come abbiamo indicato – qui non si tratta solo di andare e tornare sulla Luna, ma di restarci. E la nuova corsa allo spazio in competizione con la Cina, seppur serrata, non ha lo stesso peso geopolitico che aveva oltre mezzo secolo fa con l'URSS. Di fatto, una spesa come quella del programma Apollo non solo sarebbe insostenibile, ma anche ingiustificabile agli occhi dell'opinione pubblica. Quindi si procede più lentamente, passo dopo passo, ponderando le risorse e coinvolgendo anche aziende non statali, come le sopracitate SpaceX e Blue Origin.

E poi c'è un altro nodo fondamentale della questione: la gestione del rischio. Le missioni Apollo erano estremamente pericolose e oggi nessuno accetterebbe di inviare astronauti sulla Luna con una spada di Damocle sulla testa. Tutto deve essere controllato e verificato con perizia certosina; ogni anomalia deve essere risolta prima di poter dare il via libera a uno step successivo. Questa pratica, che mette la preservazione della vita umana innanzi a qualunque traguardo scientifico e geopolitico, è stata costruita nel corso di decenni e alimentata anche dalle tragedie. Fra esse, la morte dei tre astronauti Roger Chaffee, Gus Grissom ed Ed White dell'Apollo 1 e quelle degli equipaggi degli shuttle Challenger e Columbia. Tutti ricordiamo il famoso “Houston, abbiamo un problema” dell'equipaggio dell'Apollo 13, un'altra missione che ha seriamente rischiato di strappare la vita ad altri astronauti.

I negazionisti che continuano a tirar fuori la storia che sulla Luna ci siamo andati con strumenti meno potenti di una moderna calcolatrice, non tengono conto del quadro generale. Anche se siamo infinitamente più tecnologici e preparati, c'è un problema di sostenibilità delle missioni spaziali con fondi sensibilmente inferiori. Inoltre non si mette più a repentaglio la vita degli astronauti, pertanto non si procede senza essere assolutamente certi che tutto funzioni alla perfezione. La volontà politica è ridimensionata e la corsa con la Cina, benché ritenuta fondamentale, non ha uno sprone paragonabile a quello del confronto con l'ex Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Infine, tutti i processi sono molto più lunghi perché l'obiettivo è a lungo termine e molto più lungimirante, dato che puntiamo a restare sulla Luna e non soltanto a piazzare bandierine. Quando il programma Apollo fu chiuso l'opinione pubblica perse totalmente interesse, i fondi per la NASA crollarono e nessuno ha più voluto investire cifre mostruose per tornare lassù. Oggi ci sono diversi motivi per farlo, ma non più con l'avventatezza del passato.

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