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Magma in accumulo sotto il vulcano Kikai: 7.300 anni fa causò la più potente eruzione esplosiva dell’Olocene

Sotto il vulcano Kikai, in Giappone, i ricercatori hanno rilevato che si sta accumulando magma fresco. Il materiale sta entrando nello stesso serbatoio dell’eruzione di Kikai-Akahoya avvenuta 7.300 anni fa: è stata la più potente dell’Olocene e ha proiettato 160 chilometri cubi di magma con un’esplosione catastrofica.
A cura di Andrea Centini
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La caldera del supervulcano Kikai, in gran parte sommersa. Credit: SEAMA Nobukazu
La caldera del supervulcano Kikai, in gran parte sommersa. Credit: SEAMA Nobukazu

Sotto l’enorme vulcano Kikai, un supervulcano situato in Giappone, si sta accumulando una quantità significativa di magma, materiale fresco che in un futuro non definito potrebbe dare vita a un’eruzione devastante. A rendere particolarmente rilevante questo fenomeno vi è il fatto che il Complesso della Caldera Kikai fu protagonista di un’esplosione colossale 7.300 anni fa, la più potente registrata nell’Olocene, l’attuale epoca geologica del Quaternario iniziata formalmente quasi 12.000 anni fa. I ricercatori ritengono che il serbatoio magmatico coinvolto sia lo stesso dell’eruzione di Kikai-Akahoya (o più semplicemente Akahoya), avvenuta attorno al 5.250 avanti Cristo. Il supervulcano, sebbene attivo e responsabile di attività minore costantemente monitorata da decenni, non ha più innescato fenomeni catastrofici come quello sopracitato; per questo si ritiene che sia in una fase di ricarica. Studiandolo attentamente, gli scienziati sperano di comprendere i meccanismi che innescano le eruzioni delle caldere giganti come Kikai, Yellowstone e Toba.

A determinare che sotto il Kikai si stia accumulando magma nello stesso serbatoio che diede vita alla violentissima eruzione esplosiva di 7.300 anni fa è stato un team di ricerca giapponese guidato da scienziati del Dipartimento di Planetologia dell’Università di Kobe, in collaborazione con i colleghi del Centro di esplorazione dei fondali oceanici di Kobe (KOBEC) e dell’Agenzia giapponese per le scienze e le tecnologie marine e terrestri (JAMSTEC) di Yokohama. I ricercatori, coordinati dal dottor Nobukazu Seama, hanno deciso di indagare a fondo l’enorme struttura che si estende per una ventina di chilometri nell’area delle isole Ōsumi (prefettura di Kagoshima). Il fatto che si tratti prevalentemente di una struttura sottomarina, spiegano gli esperti, è un vantaggio perché permette indagini su larga scala difficili da realizzare sulla terraferma. L’obiettivo era valutare la quantità di magma accumulato, l’origine e la struttura del serbatoio, con potenziali legami con quello dell’eruzione di Kikai-Akahoya.

L’accumulo del magma sotto il vulcano Kikai. Credit: Università di Kobe
L’accumulo del magma sotto il vulcano Kikai. Credit: Università di Kobe

Gli scienziati hanno condotto un’indagine sismica a rifrazione raccogliendo dati da vari strumenti, compresi una quarantina di sismometri posizionati sul fondo del Mar Cinese Orientale e una “batteria” di cannoni ad aria compressa per generare onde sismiche. L’analisi della velocità delle onde P nel cuore della caldera del Kikai ha rivelato la presenza di magma parzialmente fuso a una profondità di 2,5–6 chilometri. Il volume stimato è di circa 220 chilometri cubi. L’analisi indica che il serbatoio è lo stesso dell’eruzione di 7.300 anni fa, ma la composizione è differente rispetto ai residui campionati dagli scienziati: si tratta quindi di magma di nuova iniezione. In base ai calcoli, il tasso di re-iniezione stimato da Seama e colleghi è di 8,2 chilometri cubi di materiale ogni 1.000 anni. Il comportamento osservato è simile a quello di vulcani esplosivi come Yellowstone e Santorini. Durante l’eruzione di Kikai-Akahoya, che diede vita all’attuale caldera, furono espulsi circa 160 chilometri cubi di magma e il materiale si sparse in un’area di 4.500 chilometri quadrati. Si verificò anche un grande tsunami a causa del crollo del bordo della caldera, mentre flussi piroclastici raggiunsero i 150 chilometri di distanza. La tefra si diffuse in un’area estremamente ampia.

Si ritiene che questa esplosione abbia avuto un impatto devastante sul popolo Jōmon che viveva nel Kyūshū meridionale, tuttavia non è noto quali furono le effettive conseguenze. Ciò che è certo è che un’esplosione del genere, al giorno d’oggi, causerebbe una strage, considerando il numero di abitanti coinvolti. “Questo modello di re-iniezione del magma è coerente con l’esistenza di grandi serbatoi magmatici superficiali al di sotto di altre caldere giganti come Yellowstone e Toba”, ha spiegato il dottor Seama in un comunicato stampa. “Vogliamo perfezionare i metodi che si sono dimostrati così utili in questo studio per comprendere più a fondo i processi di re-iniezione. Il nostro obiettivo finale è essere in grado di monitorare meglio gli indicatori cruciali delle future eruzioni giganti”, ha concluso l’esperto. I dettagli della ricerca “Melt re-injection into large magma reservoir after giant caldera eruption at Kikai Caldera Volcano” sono stati pubblicati su Communications Earth & Environment del circuito Nature.

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