“La Venere di Botticelli non morì di tubercolosi”: parla il professor Pozzilli, che dopo 550 anni riapre il caso

Per 550 anni si è creduto che la Venere di Botticelli fosse morta di tubercolosi, ma un nuovo studio firmato dal professor Paolo Pozzilli riapre il caso, proponendo una spiegazione diversa di ciò che uccise Simonetta Vespucci, la donna che Sandro Botticelli ha reso immortale. A raccontare come si è arrivati a questa nuova conclusione è lo stesso professor Pozzilli, onorario di Diabetologia e Ricerca Clinica presso la Queen Mary University di Londra. “Simonetta morì nel 1476 a soli 23 anni. Per secoli gli storici hanno ipotizzato che la causa fosse la tubercolosi: era una malattia comune, spesso fatale e compatibile con il quadro clinico di una giovane donna che si spegneva lentamente”.
Quell’ipotesi non ha mai convinto il professor Pozzilli che, già nel 2019, insieme ai suoi colleghi, pubblicò un primo studio in cui avanzava un’altra possibilità. “Avevamo esaminato i ritratti attribuiti a Botticelli insieme alle descrizioni scritte dell'epoca, cercando di capire se il volto di Simonetta Vespucci cambiasse in modi che potessero riflettere una malattia sottostante” ha ricordato il professore a The Conversation.
“Avevamo riscontrato un graduale cambiamento nei suoi lineamenti nel corso di diversi dipinti: sottili modifiche alla mascella, alle sopracciglia e ai tessuti molli del viso, tipiche dei pazienti affetti da adenoma ipofisario, un tumore della piccola ghiandola alla base del cervello che controlla la produzione di ormoni”.
I risultati di quel lavoro si fermavano a una ricostruzione “prudente”. Oggi invece, con il nuovo studio pubblicato su Endocrinology, Diabetes and Metabolism, il team del professor Pozzilli compie un passo ulteriore. “Riteniamo che la morte di Simonetta, improvvisa, rapida e drammatica secondo le cronache dell’epoca, sia compatibile con una specifica emergenza medica: l’apoplessia da tumore ipofisario”.
L’apoplessia da tumore ipofisario è una grave complicanza provocata da un’emorragia o un’ischemia all’interno di un adenoma dell’ipofisi. Per sostenere la nuova tesi, gli autori dello studio hanno fornito “tre elementi di prova” che, letti insieme, raccontano “una storia più completa di quanto possano fare singolarmente”.
I tre indizi che spiegano perché Simonetta Vespucci, la Venere di Botticelli, non morì di tubercolosi
Tre elementi, nascosti nei dipinti stessi, nei documenti dell’epoca e in episodi della vita di Simonetta Vespucci, supportano l’apolessia da tumore ipofisario come causa della morte della donna che ispirò la Venere di Botticelli.
“In primo luogo, i cambiamenti fisici visibili nei ritratti, che suggeriscono la presenza di un tumore cresciuto nel corso di mesi o anni” spiega il professor Pozzilli. Botticelli dipinse più volte Simonetta Vespucci, a partire dagli anni Settanta del Quattrocento a dopo la sua scomparsa, con la Nascita di Venere (1482-1485). In particolare, in Ritratto allegorico di una donna (1476 circa), Simonetta è raffigurata con un rivolo di latte che scende dal seno destro, un dettaglio insolito per una donna che, secondo fonti storiche, non ebbe figli.

Per il professor Pozzillo, questo elemento, insieme ad apparenti cambiamenti nel viso, è compatibile con un adenoma ipofisario secernente ormone della crescita e prolattina, una diagnosi successivamente confermata anche da un algoritmo di riconoscimento facciale applicato ai suoi ritratti.
“In secondo luogo, i sintomi descritti nelle cronache della sua malattia terminale, corrispondono strettamente al quadro clinico dell'apoplessia” prosegue il professor Pozzillo, riferendosi alle lettere scambiate tra Piero Vespucci e Lorenzo de' Medici, che raccontano i mal di testa, le allucinazioni, il vomito e la febbre che caratterizzarono la sua condizione.
Infine, come terzo indizio, ci sono due eventi documentati nei mesi precedenti la sua morte. “Il suo collasso durante un ballo scatenato e un presunto scontro violento con Alfonso II d'Aragona, duca di Calabria, che avrebbero potuto plausibilmente scatenare un’emorragia o un’improvvisa espansione del tumore”.
Pozzilli: "La conoscenza medica può fornire risposte che la storia da sola non dà"
Le ulteriori prove fornite dalle descrizioni storiche degli ultimi giorni di Simonetta Vespucci hanno portato il professor Pozzilli e i suoi colleghi ad affermare che “un tumore capace di rimodellare lentamente il volto di una persona è anche in grado, se si rompe, di ucciderla rapidamente”.
“Niente di tutto ciò costituisce una certezza. Non esiste un campione di tessuto del 1476, nessuna scansione, nessun modo per esaminare Simonetta direttamente: solo dipinti, lettere e ragionamenti clinici applicati cinque secoli dopo i fatti”.
Il professor Pozzilli auspica però che il suo nuovo studio “incoraggi sia gli storici sia i professionisti del settore medico a riesaminare casi come quello di Simonetta. La conoscenza medica può talvolta fornire risposte a quesiti a cui la mera documentazione storica non è in grado di rispondere. E, a sua volta, gli enigmi storici possono spingere la medicina a ripensare a come la malattia si sviluppa nel corpo nel corso del tempo”.