In Toscana 6.000 km³ di magma: scoperti da INGV, CNR e Università di Ginevra con una nuova tecnica sismica

In Toscana, nel sottosuolo tra Larderello e il Monte Amiata, i ricercatori dell’Università di Ginevra, con il contributo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), hanno identificato migliaia di chilometri cubi di magma a profondità comprese tra 8 e 15 chilometri. Secondo le stime, si tratterebbe di circa 6.000 km3 di fluidi magmatici, un volume paragonabile a quello di serbatoi che alimentano grandi sistemi vulcanici, come la caldera dello Yellowstone, negli Stati Uniti, il lago Toba in Indonesia e il vulcano Taupo in Nuova Zelanda.
“Sapevamo che questa regione è geotermicamente attiva, ma non ci aspettavamo un volume di magma così esteso” ha spiegato Matteo Lupi, professore associato al Dipartimento di Scienze della Terra della Facoltà di Scienze dell'Università di Ginevra e primo autore dello studio. “Le dimensioni del sistema sono comparabili a quelle di serbatoi molto più noti, anche se questo non implica un rischio eruttivo”.

La scoperta, pubblicata su Communications Earth & Environment, non è infatti legata all’osservazione di segnali di superficie – come depositi eruttivi o crateri – né implica un’attività vulcanica imminente. “La presenza di fluidi magmatici nella crosta non significa che ci sarà un’eruzione” sottolineano i ricercatori, evidenziando come nell’area non si osservino indicatori superficiali tali da far sospettare un sistema magmatico di tali dimensioni.
A rendere possibile l’individuazione di questo sistema profondo è stato invece l’impiego di una tecnica sismica innovativa, nota come tomografia del rumore sismico ambientale (Ambient Noise Tomography), che sfrutta le vibrazioni ambientali di fondo per ricostruire un’immagine tridimensionale del sottosuolo.
La tecnica che ha permesso di “vedere” il magma sotto la Toscana
A differenza delle tecniche sismiche tradizionali, la tomografia del rumore sismico ambientale non richiede terremoti o sorgenti attive. Si basa invece su vibrazioni ambientali, generate da onde marine, vento e attività umane. Questi segnali vengono registrati da sensori sismici installati sul territorio – nello studio ne sono stati utilizzati circa 60 – e analizzati per ricostruire la velocità con cui le onde si propagano nella crosta terrestre. Valori di velocità insolitamente bassi sono compatibili con la presenza di materiali più caldi o parzialmente fusi.
L’integrazione dei dati ha permesso di individuare il sistema magmatico sotto la Toscana e di ricostruire un’immagine tridimensionale della struttura interna dell’area.
“Questi risultati sono importanti sia per la ricerca fondamentale sia per le applicazioni pratiche, come l’individuazione di serbatoi geotermici o giacimenti ricchi di litio e terre rare, utilizzati, ad esempio, nelle batterie dei veicoli elettrici” ha aggiunto il professor Lupi. “Oltre al loro grande interesse scientifico, questi studi dimostrano che la tomografia, esplorando il sottosuolo in modo rapido ed economico, può essere uno strumento utile per la transizione energetica”.