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Il luogo in cui vivi può rallentare o accelerare l’invecchiamento: il nuovo studio della Stanford Medicine

Un nuovo studio della Stanford Medicine indica che il luogo in cui si vive può incidere sulla velocità con cui si invecchia. In alcuni contesti, il corpo può restare biologicamente più giovane più a lungo.
A cura di Valeria Aiello
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Secondo un nuovo studio della Stanford University, il luogo in cui vivi può modificare la velocità di invecchiamento
Secondo un nuovo studio della Stanford University, il luogo in cui vivi può modificare la velocità di invecchiamento

Non invecchiamo tutti allo stesso modo. E, a quanto pare, non dipende solo dal DNA. Secondo un nuovo studio della Stanford Medicine, anche il luogo in cui viviamo può incidere sulla velocità di invecchiamento, aiutandoci o meno a restare più giovani più a lungo. La ricerca ha mostrato che l’ambiente lascia tracce misurabili sull’organismo, influenzando metabolismo, sistema immunitario, microbiota intestinale e persino l’età biologica. I risultati dello studio, appena pubblicati sulla rivista scientifica Cell, fanno luce sulla complessa interazione tra genetica e ambiente, fornendo nuovi spunti su come il corpo cambi con il passare degli anni.

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori hanno analizzato un’ampia gamma di molecole presenti nell’organismo, tra cui lipidi, proteine, microbi intestinali e metaboliti, le sostanze che riflettono l’attività metabolica del corpo. L’obiettivo era costruire una mappa della diversità molecolare umana nelle diverse popolazioni e aree geografiche.

Per la prima volta abbiamo tracciato profili dettagliati di persone provenienti da tutto il mondo” ha affermato Michael Snyder, professore di genetica presso la Stanford University e co-autore senior dello studio. “Questo ci permette di vedere quali caratteristiche, come metaboliti e microbi, sono correlate all’origine delle persone e quali al luogo in cui vivono”.

Il luogo in cui viviamo può cambiare la velocità di invecchiamento

I ricercatori hanno analizzato campioni biologici di 322 persone sane di origine europea e asiatica, residenti tra Asia, Europa e Nord America. La presenza di partecipanti con la stessa origine ma distribuiti in aree geografiche diverse ha permesso di distinguere gli effetti legati alla genetica da quelli associati al luogo di residenza.

Alcune caratteristiche molecolari si mantenevano indipendentemente da dove si vive: i partecipanti di origine sud-asiatica, ad esempio, hanno mostrato una maggiore esposizione a patogeni, quelli di origine europea presentavano una maggiore diversità del microbiota intestinale e livelli più elevati di metaboliti associati alle malattie cardiovascolari, suggerendo schemi con una forte componente genetica.

Altri aspetti, invece, erano legati soprattutto al luogo di residenza. Nelle persone che vivevano fuori dal continente d’origine, i ricercatori hanno osservato cambiamenti significativi nelle reti metaboliche e lipidiche, inclusi i percorsi del colesterolo, degli acidi biliari e dell’acido arachidonico, oltre a variazioni specifiche del microbiota intestinale,.

Una delle osservazioni più sorprendenti dello studio riguarda proprio il legame con l’età biologica, cioè il livello di invecchiamento molecolare dell’organismo rispetto all’età anagrafica. “Gli asiatici orientali che vivono fuori dall'Asia hanno un’età biologica superiore rispetto a quelli che risiedono in Asia. Gli europei che invece vivono fuori dall’Europa sono più giovani” ha osservato Snyder.

Questi diversi modelli di invecchiamento, sottolineano gli autori dello studio, indicano come l’ambiente possa modulare l'età biologica, sollevando importanti interrogativi su fattori come stile di vita, dieta e microbiota, che possono accelerare o rallentare il processo di invecchiamento.

Comprendere come origini delle persone e ambiente interagiscano nel modellare la biologia molecolare potrebbe aiutare a sviluppare strategie diagnostiche, terapeutiche e preventive più efficaci per popolazioni diverse” ha concluso Snyder.

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