Gli antichi romani assediarono Pompei con micidiali mitragliatrici arcaiche: lo suggerisce uno studio

Tra le armi antiche più impressionanti di cui è disponibile documentazione storica figura il polybolos (dal greco “lanciatore multiplo”), una sorta di mitragliatrice arcaica in grado di sparare dardi a ripetizione. Un nuovo studio italiano suggerisce che questa arma leggendaria, la cui invenzione è attribuita a Dionigi di Alessandria (ingegnere greco del III secolo avanti Cristo vissuto a Rodi), potrebbe essere stata utilizzata durante l'assedio di Pompei dell'89 a.C., guidato dal generale romano Lucio Cornelio Silla. Questa cruenta battaglia fu combattuta circa un secolo prima della catastrofica eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Proprio quell’evento drammatico ha permesso la conservazione degli indizi che un gruppo di ricercatrici attribuisce all’utilizzo di un polybolos, o perlomeno di un’arma molto simile. Sulle mura della città, tra Porta Vesuvio e Porta Ercolano, sono infatti presenti peculiari cavità quadrangolari disposte radialmente, compatibili con l’impatto di dardi scagliati da una micidiale arma automatica. Attraverso accurate analisi, le studiose sono giunte alla conclusione che gli antichi romani, per conquistare Pompei, avrebbero utilizzato anche queste sofisticate baliste.
A suggerire l’uso del polybolos da parte dell’esercito di Silla durante l’assedio di Pompei sono state le tre ricercatrici italiane Adriana Rossi, Silvia Bertacchi e Veronica Casadei: le prime due in forze al Dipartimento di Ingegneria dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli di Aversa, la terza al DISI – Dipartimento di Scienza e Ingegneria dell’Informazione dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Le studiose hanno condotto un’approfondita analisi di queste piccole cavità sulle mura, sottoposte a scansioni 3D ad alta risoluzione che hanno permesso misurazioni estremamente accurate. Esse non sono compatibili con gli impatti circolari classici delle pietre scagliate dalle baliste, né con quelli dei proiettili da fionda (proprio in questi giorni è stata pubblicata la scoperta di un proiettile da fionda di 2.100 anni con un’iscrizione che deride i nemici). Attraverso tecniche come laser scanning, fotogrammetria, modellazione 3D, simulazioni balistiche e altre procedure, le ricercatrici hanno determinato che quegli impatti sono stati causati da dardi con punte metalliche quadrangolari, munizioni piramidali già note in epoca repubblicana e trovate in altri siti archeologici.

Le analisi suggeriscono che la disposizione radiale e le misurazioni delle cavità sono compatibili con un’arma torsionale avanzata in grado di scagliare automaticamente questi dardi. I proiettili sarebbero stati sparati contro difensori e arcieri disposti lungo le passerelle o nascosti dietro i merli per attaccare dall’alto, così come contro quelli che fuoriuscivano in gruppo dalle posterule, piccole porte secondarie tipiche delle fortificazioni antiche. I polybolos sarebbero stati dispiegati dopo aver distrutto le mura del settore nord (evidentemente le più deboli) con potenti colpi di catapulta. I polybolos furono descritti in dettaglio dallo scrittore e ingegnere meccanico Filone di Bisanzio nel II secolo avanti Cristo. L’esperto ne vide un esemplare e ne documentò i sofisticati ingranaggi, compresa la più antica trasmissione a catena e il sistema a torsione per scagliare i dardi. Il generale romano Lucio Cornelio Silla avrebbe potuto conoscere questa tecnologia (e metterci le mani sopra) perché fu governatore della Cilicia nel 96 avanti Cristo, una regione che includeva anche Rodi, nel cui arsenale operava Dionigi di Alessandria.

Le autrici dello studio hanno creato modelli tridimensionali dei polybolos per verificarne il funzionamento in ambiente virtuale; i risultati delle simulazioni corrispondono a quanto si osserva sulle pareti di Pompei, un ulteriore elemento a sostegno dell’ipotesi che siano stati effettivamente utilizzati dei polybolos durante l’assedio sillano. “L’inequivocabile configurazione radiale degli impatti ravvicinati osservati a Pompei rende plausibile ipotizzare l’uso di uno scorpione automatico destinato a colpire gli arcieri che emergevano in successione dalle postazioni laterali delle torri o, più in alto, i difensori che si esponevano brevemente tra i merli una volta che i parapetti lignei provvisori erano stati gravemente compromessi”, hanno scritto Bertacchi e colleghe. Curiosamente, i MythBusters realizzarono un polybolos e lo misero alla prova: ritennero che fosse un’arma plausibile, anche se ebbero numerosi problemi di funzionamento. I dettagli della ricerca “From Pompeii to Rhodes, from Survey to Sources: The Use of Polybolos” sono stati pubblicati su Heritage.