Fegato grasso, nuovo studio su The Lancet: fino a 1,8 miliardi di casi nel mondo entro il 2050

I casi di fegato grasso sono in aumento e, secondo le stime, raggiungeranno quasi 1,8 miliardi nel mondo entro il 2050. È quanto suggerisce un nuovo studio pubblicato su The Lancet Gastroenterology & Hepatology, basato sui dati del Global Burden of Disease 2023, che fotografa l’andamento di una delle patologie epatiche più diffuse. Secondo l’analisi, la condizione – denominata steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD) e precedentemente nota come steatosi epatica non alcolica (NAFLD) – riguarda oggi circa 1,3 miliardi di persone nel mondo, pari a circa il 16% della popolazione globale.
L’aumento dei casi è il risultato di una tendenza già in corso: nel 1990 le persone con questa patologia erano circa 500 milioni, cresciute del 143% in poco più di trent’anni. Le proiezioni indicano un ulteriore incremento nei prossimi decenni, legato a fattori di rischio metabolici come obesità e diabete di tipo 2. “La MASLD avrà un impatto sostanziale sulla salute e sui sistemi sanitari” spiegano gli autori dello studio.
La condizione è spesso asintomatica, specialmente nelle fasi iniziali. Quando presenti, i sintomi sono aspecifici e includono stanchezza, malessere generale e fastidio nella parte destra dell’addome, mentre nelle fasi più avanzate, la MASLD può evolvere verso infiammazione, fibrosi e cirrosi. Proprio per questo, sottolineano gli autori, la sua diffusione rappresenta una sfida per la salute pubblica.
Come cambia la diffusione del fegato grasso nel mondo
Lo studio rileva differenze significative nei tassi di prevalenza del fegato grasso – steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD) – tra le diverse regioni del mondo. Livelli più elevati si registrano in Nord Africa e Medio Oriente, anche se l’aumento dei casi riguarda ormai tutti i Paesi, con una crescita osservata anche in Europa, negli Stati Uniti e in Australia.
In questo contesto, il carico globale della malattia – misurato in anni di vita persi per malattia o morte – è però rimasto sostanzialmente stabile. Secondo gli autori, ciò suggerisce che i progressi nella gestione clinica stanno contribuendo a migliorare la sopravvivenza e la qualità della vita, con un aumento delle diagnosi nelle fasi iniziali.
Parallelamente, l’analisi segnala un incremento dei casi tra i giovani adulti, in particolare nei Paesi a basso e medio reddito, dove i sistemi sanitari possono essere meno preparati a gestire il peso della malattia. Un elemento che evidenzia l’importanza di riconoscere la condizione come una priorità sanitaria globale e di sviluppare politiche, campagne di sensibilizzazione e strategie di prevenzione per limitarne l’impatto e prevenire future complicazioni.