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Dipendenza da social nei minori, psicologo Lavenia a Fanpage.it: “Lì il cervello trova anestesia emotiva”

Negli Stati Uniti è al via uno storico processo alle Big Tech, accusate di aver creato i social network per creare dipendenza nei minori. Fanpage.it ha intervistato lo psicologo Giuseppe Lavenia per comprendere quali sono i meccanismi che possono essere coinvolti e cosa si può fare per proteggere i più piccoli.
Intervista a Dott. Giuseppe Lavenia
Psicologo e presidente dell'Associazione nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo)
A cura di Andrea Centini
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Oggi, martedì 27 gennaio 2026, presso un tribunale della California avrà inizio uno storico processo che vedrà coinvolti i colossi dei social network Alphabet (YouTube), ByteDance (TikTok) e Meta (Facebook e Instagram). Secondo l'accusa, le Big Tech avrebbero creato in modo consapevole gli algoritmi delle proprie piattaforme al fine di generare dipendenza nei minori. La querelante, sostenuta dall'avvocato Matthew Bergman che ha fondato il “Social Media Victims Law Center”, è una giovane diciannovenne – di cui si conoscono solo le iniziali, K.G.M. – che afferma di aver subito significativi danni psicologici e altri disturbi a causa della dipendenza da social media, sviluppata quando era minorenne.

Le aziende sostengono di non essere responsabili per i contenuti pubblicati da terze parti sulle proprie piattaforme in base alla Sezione 230 del Communications Decency Act (1996), che le esonera appunto da tali responsabilità. Tuttavia nel processo che andrà in scena alla Corte superiore di Los Angeles innanzi alla giudice Carolyn Kuhl non sono i post a essere finiti nel mirino degli avvocati, bensì algoritmi, sistemi di notifica e altre funzionalità che sarebbero alla base del presunto innesco della dipendenza nei minori. Per comprendere meglio questo potenziale legame tra social network e dipendenza, Fanpage.it ha intervistato il Dottor Giuseppe Lavenia, Psicologo e presidente dell'Associazione nazionale Di.Te. (Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo). Ecco cosa ci ha raccontato.

Dottor Lavenia, per prima cosa le chiediamo quali sono i meccanismi psicologici e neurobiologici che rendono bambini e adolescenti potenzialmente dipendenti dai social

Bambini e adolescenti non sono più “attratti” dai social: ci crescono dentro mentre il loro cervello si sta ancora formando. I social funzionano perché parlano direttamente ai sistemi della ricompensa, quelli che si attivano quando arriva qualcosa di piacevole, inatteso, desiderato. Il problema è che in età evolutiva questi circuiti sono molto sensibili, mentre quelli che servono a fermarsi, a regolare l’impulso, a dire “basta”, sono ancora immaturi. A livello psicologico, poi, i social intercettano bisogni profondi: essere visti, riconosciuti, sentirsi parte di qualcosa. Quando queste risposte arrivano in modo rapido e continuo, il cervello impara che lì trova sollievo, gratificazione, anestesia emotiva. Ed è così che si costruisce un’abitudine che può diventare dipendenza.

Ci sono differenze significative tra la dipendenza da social e altre forme di dipendenza? C’è una correlazione con il cosiddetto “brain rot” e con il volerne sempre di più?

Sì, c’è una differenza sostanziale: qui non c’è una sostanza esterna, ma un’esperienza che usa bisogni umani fondamentali. La dipendenza da social non riguarda solo il piacere, riguarda il valore personale, l’identità, l’appartenenza. Il fenomeno che viene chiamato “brain rot” descrive bene un effetto collaterale importante: l’abitudine a contenuti rapidi, semplici, sempre nuovi, allena la mente a evitare la complessità, l’attesa, la fatica. Questo rende più difficile provare soddisfazione nelle esperienze lente e profonde e alimenta la ricerca continua di nuovi stimoli. Il “volerne sempre di più” nasce proprio da qui: non perché i ragazzi siano insaziabili, ma perché il cervello si abitua a una soglia di attivazione sempre più alta.

Perché bambini e adolescenti sono più esposti degli adulti? Anche questi ultimi corrono dei rischi in particolari condizioni psicologiche ed emotive?

I più giovani sono più esposti perché stanno costruendo, non possiedono ancora, gli strumenti di autoregolazione emotiva. Devono imparare a tollerare la noia, la frustrazione, la solitudine, e lo schermo offre una via di fuga immediata. Negli adulti il rischio esiste eccome, soprattutto nei momenti di fragilità: solitudine, stress, depressione, crisi affettive. La differenza non è di meccanismo, ma di risorse disponibili. Quando anche l’adulto è in difficoltà, il social può diventare un anestetico emotivo potente quanto una sostanza.

Quali aspetti dei social potrebbero favorire l’uso compulsivo? Ci sono elementi di design progettati per creare una potenziale dipendenza? Le aziende potevano prevedere questo rischio?

Alcuni elementi strutturali dei social favoriscono chiaramente l’uso prolungato: lo scorrimento infinito, l’assenza di un punto di fine, le notifiche che interrompono la vita reale, la personalizzazione continua dei contenuti. Non è necessario parlare di “malafede” per riconoscere che queste scelte aumentano il tempo di permanenza e la difficoltà a interrompere l’uso. Che questo potesse rappresentare un rischio per i minori era ampiamente prevedibile. I dati sullo sviluppo cerebrale e sul comportamento umano non sono una scoperta recente.

Secondo lei nei social manca qualcosa che possa contenere questo rischio?

Manca un limite vero. Non un avviso, non un messaggio educativo, ma un confine strutturale. I ragazzi non cercano il limite, lo incontrano. E quando non c’è, lo superano. Nei social manca un’architettura che protegga davvero i più giovani, che introduca pause, soglie, tempi di disconnessione reali. Manca una responsabilità adulta incorporata nel sistema.

In un omicidio non si attribuisce la colpa all’arma ma a chi la usa. In questo caso, se fosse dimostrata l’intenzione di creare dipendenza, come andrebbero ripartite le responsabilità tra genitori e piattaforme?

Questo paragone funziona solo in parte. Qui non parliamo di uno strumento neutro, ma di ambienti progettati per trattenere, coinvolgere, agganciare. I genitori hanno una responsabilità educativa fondamentale, ma non possono essere lasciati soli a contrastare sistemi che lavorano in modo opposto. Se fosse dimostrata un’intenzionalità nel favorire la dipendenza, la responsabilità sarebbe condivisa: chi educa e chi costruisce il contesto in cui quella educazione deve avvenire.

In alcuni Paesi si vietano i social ai minori. Dovremmo farlo anche in Italia? Sarebbe davvero utile?

Il divieto può essere una misura di protezione, soprattutto nelle età più basse, ma da solo non basta. Senza educazione, senza accompagnamento, senza un’assunzione di responsabilità da parte degli adulti e delle piattaforme, il rischio è che diventi solo un muro facilmente aggirabile. Più che vietare, serve insegnare a stare, a usare, a scegliere. E soprattutto serve smettere di chiedere ai ragazzi di avere competenze che il loro cervello non può ancora avere.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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