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Difesa planetaria, l’astrofisico Gianluca Masi: “L’approccio da Armageddon contro gli asteroidi è tramontato”

Essere colpiti da un asteroide non è questione di se, ma di quando per gli scienziati. Fanpage.it ha contattato l’astrofisico Gianluca Masi per capire a che punto siamo con la difesa planetaria e quando saremo pronti a proteggerci. “L’approccio da film come Armageddon è tramontato”.
A cura di Andrea Centini
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Illustrazione di un asteroide vicino alla Terra. Credit: iStock
Illustrazione di un asteroide vicino alla Terra. Credit: iStock

Era il 4 gennaio del 2016 quando la NASA diede vita al Planetary Defense Coordination Office (PDCO), l'Ufficio per il Coordinamento della Difesa Planetaria, con la contestuale nomina di Lindley Johnson nel ruolo apicale di Planetary Defense Officer. L'istituzione di questo dipartimento e del suo capo all'epoca ebbe un significativo clamore mediatico, alla luce del ruolo dal sapore “hollywoodiano”: dare la caccia agli asteroidi che transitano nei pressi della Terra – i cosiddetti NEO – e a quelli potenzialmente in grado di colpirci, mettendo a punto programmi e strategie in caso di impatto confermato. La nascita di un simile organo nel cuore dell'agenzia aerospaziale statunitense fu determinata da due eventi chiave: la scoperta di un numero sempre maggiore dei sopracitati near-Earth object, anche potenzialmente pericolosi; e l'esplosione della cosiddetta “meteora di Chelyabinsk” nei cieli della Russia il 15 febbraio 2013, un evento causato da un asteroide di una quindicina di metri la cui onda d'urto ferì circa 1.500 persone in una vasta area scarsamente popolata. Era giunto il momento di prendere in seria considerazione le minacce provenienti dallo spazio e prepararsi a ogni evenienza. A dieci anni di distanza dalla storica istituzione della Difesa Planetaria, abbiamo fatto significativi passi avanti in questo campo; basti pensare al successo della missione DART del 2022, che ha dimostrato l'efficacia dell'impatto cinetico per deviare un sasso spaziale. Tuttavia l'attuale responsabile della Difesa Planetaria della NASA ha affermato che non siamo ancora pronti a proteggerci. Per capire meglio a che punto siamo su questo fronte, alla luce della continua scoperta di nuovi asteroidi nei pressi del nostro pianeta, Fanpage.it ha intervistato l'astrofisico Gianluca Masi, responsabile scientifico del Virtual Telescope Project, Coordinatore per l'Italia di Asteroid Day, curatore del Planetario di Roma e autore del libro “Quando l'universo diventò infinito. Shapley, Curtis e la nascita del cosmo moderno”. Ecco cosa ci ha raccontato.

Dottor Masi, in una recente intervista l'attuale responsabile della Difesa Planetaria della NASA, la dottoressa Kelly Fast, ha affermato che non siamo pronti a difenderci da un cosiddetto asteroide “killer di città”, uno di quelli dal diametro compreso tra i 50 – 100 metri. A che punto siamo?

Il tema della difesa planetaria è senza dubbio in grande crescita. L’argomento interessa sempre di più, anche ai governi, alle agenzie spaziali e alle istituzioni scientifiche di molti Paesi, che da qualche anno hanno iniziato a interagire proficuamente tra loro. Non è un caso che il 2029 sia stato dichiarato dalle Nazioni Unite “Anno internazionale degli asteroidi e della difesa planetaria”, prendendo spunto dal passaggio dell’asteroide Apophis. Quindi, intanto prendiamo atto della notevole importanza che l’argomento ha guadagnato negli ultimi anni. È una grande novità rispetto a 15-20 anni fa, quando il tema della difesa planetaria era percepito quasi come fantascienza, e il pericolo degli asteroidi veniva vissuto con un senso di impotenza maggiore rispetto a oggi. Certamente c’è moltissimo lavoro da fare. Se un asteroide di dimensioni significative venisse scoperto in rotta di collisione con la Terra, non sarebbe uno scenario da guardare con superficialità: sarebbe un alert importante. Però è anche vero che negli ultimi anni abbiamo sviluppato protocolli di azione e, nel 2022, abbiamo testato con grande successo possibili approcci operativi. In particolare, la tecnica della deflessione: la missione DART della NASA ha impattato su Dimorphos, il satellite dell’asteroide Didymos, alterandone la traiettoria più di quanto ci si aspettasse. Quindi non siamo affatto a mani vuote. Anzi, il test di DART è stato addirittura migliore delle aspettative, mostrando che è possibile deviare un asteroide di circa 100 metri. La chiave, però, è scoprirlo con il giusto anticipo. L’impatto cinetico modifica appena la traiettoria, quindi bisogna intervenire presto, affinché quel piccolo cambiamento basti a far passare l’asteroide lontano dalla Terra. Farlo all’ultimo momento potrebbe non essere sufficiente.

A tal proposito, noi leggiamo continuamente di nuovi asteroidi scoperti a pochi giorni dal passaggio ravvicinato sulla Terra. Con un impattatore cinetico, teoricamente, non si farebbe in tempo a deviarli.

Certo. È vero che, per quanto riguarda gli asteroidi più piccoli — diciamo dai 10-15 metri in giù, come quello di Čeljabinsk del 2013 — è quasi inevitabile scoprirli a ridosso dell’arrivo.
Nel caso di Čeljabinsk, l’oggetto arrivò dalla parte diurna del cielo: da Terra non avremmo potuto vederlo comunque. C'è sempre in agguato anche questa possibilità.È anche vero che asteroidi così piccoli, pur potendo causare un’onda d’urto significativa, spesso vengono “gestiti” dall’atmosfera, e gli effetti restano molto localizzati. Ma miglioreremo la scoperta anche dei piccoli oggetti, grazie a telescopi straordinari come il Vera Rubin, che sta entrando in funzione proprio in questo periodo. Avrà una capacità di indagine senza precedenti. Scoprirli più lontano significa avere più tempo e valutare anche alternative, come una detonazione nucleare vicina all’asteroide — non sulla superficie — per vaporizzarne uno strato e generare una spinta di deviazione. È uno scenario che verrebbe considerato. Resta il fatto che la difesa planetaria è una disciplina giovane, che sta facendo passi da gigante. Alcuni dettagli devono ancora essere messi a punto, ma la prospettiva è entusiasmante. Aver dimostrato la praticabilità della deviazione di un asteroide di dimensioni significative, come ha fatto DART, è un risultato epocale. La chiave resta monitorare il più possibile e in profondità, per scoprire più oggetti possibile e dare tempo a chi deve fare i calcoli di valutare i rischi reali e, se necessario, intervenire.

Illustrazione di un asteroide. Credit: iStock
Illustrazione di un asteroide. Credit: iStock

Pochi giorni fa è stato scoperto l'asteroide 2026 FS, con un diametro massimo stimato di 50 metri. Anche questo sasso spaziale è stato identificato pochissimi giorni prima del “sorvolo”. Un oggetto del genere farebbe danni seri, anche se localizzati. L’impatto cinetico potrebbe funzionare con appena tre giorni di preavviso?

In quel caso il preavviso sarebbe modesto. Tuttavia esistono possibili alternative per i casi ‘last minute'. Per esempio, la sopracitata detonazione nucleare adiacente all’asteroide potrebbe vaporizzarne lo strato esterno e generare una spinta. Non parliamo di far esplodere l’asteroide come in Armageddon: quello è Hollywood. Si tratterebbe di provocare una reazione che funzioni come un propulsore. Quindi sì, ci sono idee che potrebbero funzionare anche quando il tempo è poco. L’idea di tentare questa opzione c’è ed è concreta. Ripeto: è un approccio completamente diverso da quello “naif” dei film, dove si piazza l’ordigno sull’asteroide. Quello è un discorso tramontato.

Ipotizziamo lo scenario di un asteroide di 50-100 metri che si manifesta a pochi giorni dall’impatto. In assenza di contromisure, si può stimare con precisione la zona dell'impatto? Ci sarebbe il tempo di evacuare la popolazione a rischio?

Un asteroide di 50 metri, se si trova nel cielo notturno, potremmo scoprirlo con una settimana o dieci giorni d’anticipo, forse di più. È vero che a volte vengono scoperti tardi, ma con i nuovi telescopi ci aspettiamo un miglioramento significativo. Ed è previsto, nei protocolli di difesa planetaria, coordinare anche la gestione del rischio al suolo, compresa l’evacuazione delle aree potenzialmente coinvolte. Con 3-4 giorni d’anticipo potremmo stimare — non al metro, ma con buona approssimazione — la zona di impatto. Perché quando l’asteroide si avvicina può essere osservato continuamente con strumenti diversi, ottici e radio, migliorando la traiettoria e quindi le proiezioni. Esistono figure professionali che si occupano proprio della gestione del rischio ed eventualmente dell’evacuazione delle popolazioni nelle aree previste come possibili siti d’impatto. È una procedura complessa, certo, ma è contemplata. È simile a quanto avviene per altre calamità naturali: pensiamo ai protocolli per gli tsunami dopo un sisma. Con gli asteroidi si immagina qualcosa di analogo. Siamo relativamente al sicuro dagli asteroidi più grandi, perché li abbiamo quasi tutti scoperti. Ogni tanto ne sfugge qualcuno, anche di 150-200 metri, ma sono casi estremamente rari. I più piccoli sono più numerosi e più problematici. Ma è un campo in rapido sviluppo. Non escludo che presto avremo protocolli e tecniche che oggi non immaginiamo ancora. E la missione Hera dell’ESA, che sta tornando su Dimorphos, sarà fondamentale per capire come rendere ancora più efficace un impattatore cinetico, magari riducendo il tempo necessario per intervenire.

Illustrazione dell’impattatore cinetico della missione DART della NASA. Credit: NASA/Johns Hopkins APL
Illustrazione dell’impattatore cinetico della missione DART della NASA. Credit: NASA/Johns Hopkins APL

Molti esperti dicono che non è questione di “se saremo colpiti”, ma di “quando”. Un impatto come quello dell'evento di Tunguska del 1908, che avrebbe coinvolto un oggetto di 50 metri, ha una frequenza stimata di circa un secolo, quindi teoricamente ci siamo.

Sì, la situazione è quella che ha ricordato: è solo questione di tempo. Gli asteroidi più piccoli sono molto più numerosi, quindi gli impatti con oggetti piccoli sono più frequenti. Ma nessuno vuole rimanere passivo. Per questo negli ultimi 30 anni è stato messo in campo un grande dispiegamento di forze tecnologiche e scientifiche, con survey che scandagliano il cielo a tempo pieno. Le statistiche sono utili, ma si basano sui grandi numeri. Čeljabinsk, come dimensioni, non è così diverso da Tunguska, e rientra più o meno nelle stime. Ora però siamo molto più bravi a scoprire anche gli asteroidi piccoli, cosa che prima non sapevamo fare. E questo migliorerà ancora con il Vera Rubin Telescope. La difesa planetaria è come un’orchestra: c’è chi scopre gli asteroidi, chi li segue per perfezionare le orbite, chi calcola il rischio, e chi, se necessario, mette in campo una soluzione come l’impattatore cinetico. Scoprire non basta: bisogna anche seguire gli oggetti. Non c’è niente di peggio che scoprire un asteroide pericoloso e poi perderlo.

Secondo lei, quando saremo pronti ad avere un sistema automatizzato e permanente per difenderci?

Non posso dare una stima precisa, ma mi aspetto che in 15-20 anni saremo molto più avanti di oggi. Già ora siamo a un buon livello, ma il settore sta crescendo esponenzialmente. I nuovi strumenti non solo scopriranno gli asteroidi, ma perfezioneranno anche le loro orbite. Quindi sì, mi aspetto progressi significativi in 15-20 anni.

Come si comunica il rischio astronomico senza creare allarmismo? Anche annunciare un passaggio molto ravvicinato ma si curo, talvolta viene interpretato come potenziale rischio di impatto.

La comunicazione del rischio fa parte della difesa planetaria, esattamente come le altre componenti dell’orchestra. In passato si era più ingenui. Oggi ci si chiede spesso: “Se venisse scoperto un asteroide con rischio reale di impatto, come verrebbe comunicato?” Non è semplice. Puoi essere corretto e scrupoloso quanto vuoi, ma ci sarà sempre qualcuno che esagera, provocando reazioni collettive indesiderate. Per questo è importante avere fiducia nella scienza. Chi fa scienza seriamente sa come comunicare senza creare allarmismo. Purtroppo, anche oggi, davanti a passaggi ravvicinati ma sicuri, si leggono titoli catastrofisti. Si può comunicare bene, ma se qualcuno vuole fraintendere, lo farà comunque. Quello che posso dire è: fiducia nella comunità scientifica, che ha grande orgoglio nel mitigare il rischio di collisione. La scienza non batterà mai in ritirata davanti a un rischio reale. Il futuro ci renderà ancora più capaci, ma servono impegno costante e risorse economiche.

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