video suggerito
video suggerito

Da Apollo a Artemis, perché tornare sulla Luna è più difficile oggi: budget ridotti e meno spinta politica

Mentre il programma Artemis riaccende le teorie del complotto sugli allunaggi Apollo, gli esperti chiariscono perché tornare sulla Luna sia oggi complesso quanto negli anni Sessanta, se non di più. Tra standard di sicurezza più stringenti, budget risicati e la mancanza di una forte spinta politica, la tecnologia non è affatto l’unico ostacolo.
A cura di Niccolò De Rosa
0 CONDIVISIONI
Immagine

Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso l'avanzare della capsula Orion del progetto Artemis, che questa sera compirà il sorvolo sopra la Luna, sui social le pagine dei complottisti sono tornate a ricamare sulla possibilità che i vari allunaggi avvenuti tra il 1969 e il 1972 siano stati in realtà della grandi produzioni hollywoodiane. La loro tesi è semplice: se oggi disponiamo di tecnologie infinitamente più avanzate rispetto agli anni Sessanta e Settanta  – ogni anno articoli e servizi ci ricordano come qualunque smartphone moderno sia più potente della tecnologia che permise a Neil Armstrong di raggiungere il suolo del nostro satellite – perché oggigiorno riportare l'uomo sulla Luna sembra così difficile? Secondo gli scettici, i continui rinvii e le grosse difficoltà che le nuove missioni (Artemis inclusa) si trovano ad affrontare sarebbero la prova lampante della grande messinscena sulle precedenti passeggiate lunari.

Recentemente due studiosi, Domenico Vicinanza dell'Anglia Ruskin University ed Emily A. Margolis del National Air and Space Museum dello Smithsonian Institution, hanno provato a rispondere con due articoli pubblicati su The Conversation, perché, paradossalmente, oggi l'impresa appare molto più complessa di quanto fosse mezzo secolo fa. E in queste spiegazioni, la tecnologia a disposizione è paradossalmente l'elemento più marginale.

Tecnologia più fragile e la priorità alla sicurezza

L'idea che il progresso tecnologico renda automaticamente più semplici le missioni spaziali è, per i due esperti, fuorviante. Come sottolinea Margolis, ogni nuova tecnologia richiede anni di sviluppo, test e certificazioni prima di poter essere utilizzata in sicurezza. Sistemi più sofisticati significano però anche più variabili da controllare. Non è raro che materiali e componenti si comportino in modo imprevisto: è accaduto, per esempio, con problemi ai propulsori della capsula Starliner o con lo scudo termico di Orion, che ha richiesto anni di studi aggiuntivi. In altre parole, l'innovazione non elimina i rischi: li trasforma, spesso rendendoli più complessi da gestire.

A ciò va aggiunto un altro elemento molto importante. Negli anni del programma Apollo, la corsa alla Luna era una sfida politica e simbolica, combattuta nel pieno della Guerra Fredda. Arrivare per primi in questa corsa era fondamentale e, proprio come oggi accade con altre priorità dell'agenda geopolitica, quando la posta in gioco è alta, le superpotenze possono anche prendersi qualche rischio in più. Gli astronauti che partivano per lo spazio sapevano benissimo che c'era una buona probabilità di lasciarci la pelle, anche se ovviamente centinaia di persone lavoravano incessantemente per far sì che ciò non accadesse.

Oggi il contesto è radicalmente cambiato e ogni missione deve rispettare standard di sicurezza infinitamente più severi. Dopo tragedie come quelle dello Space Shuttle Challenger e Columbia, il margine di rischio accettabile si è drasticamente ridotto. Questo comporta tempi più lunghi, verifiche più rigorose e, inevitabilmente, costi più elevati. Inviare esseri umani nello spazio resta, dunque, un'attività intrinsecamente pericolosa che la tecnologia, da sola, non può rendere banale.

Il vero ostacolo è politico ed economico

Sia Vicinanza che Margolis concordano sul fatto che al netto dei discorsi su tecnologia e sicurezza, il nodo principale non sia in realtà tecnologico, ma politico. Il programma Apollo fu possibile grazie a una combinazione irripetibile di fattori: volontà politica forte, finanziamenti straordinari e un obiettivo chiaro e condiviso.

Quel modello, però, non era sostenibile nel lungo periodo. Già prima del primo allunaggio, il budget della NASA aveva iniziato a diminuire. Dopo il successo, l'interesse politico calò rapidamente e le missioni furono cancellate. Da allora, ogni tentativo di tornare sulla Luna si è scontrato con lo stesso problema: programmi ambiziosi avviati e poi ridimensionati o cancellati con il cambio di amministrazioni e priorità. L'esplorazione lunare richiede invece investimenti enormi e costanti per decenni. Ma, nelle democrazie moderne, questi programmi devono competere ogni anno con spese per sanità, difesa e welfare.

Come evidenzia Vicinanza, senza un impegno stabile e trasversale, anche i progetti più ambiziosi sono destinati a rallentare o fallire. Il ricambio politico e le priorità variabili rendono difficile mantenere una strategia coerente nel lungo periodo. A questo si aggiunge una domanda mai del tutto risolta: perché tornare sulla Luna? Senza una motivazione forte come lo fu la competizione geopolitica negli anni Sessanta, è più difficile giustificare investimenti così ingenti.

Mezzo secolo di progetti interrotti

Dopo Apollo, l'attenzione si è spostata verso l'orbita terrestre bassa: prima con lo Space Shuttle, poi con la Stazione Spaziale Internazionale. Questi programmi hanno prodotto risultati scientifici importanti, ma hanno anche assorbito enormi risorse, rallentando l'esplorazione dello spazio profondo. Tentativi successivi di tornare sulla Luna, come il programma Constellation, sono naufragati tra costi elevati e mancanza di sostegno politico. Il risultato è stato un ciclo continuo di progetti annunciati e poi abbandonati, che ha allungato i tempi ben oltre ogni previsione.

Il modello Artemis: cooperazione e incertezza

Il programma Artemis rappresenta dunque un tentativo di superare questi limiti. A differenza di Apollo, punta su collaborazioni internazionali e partnership commerciali, distribuendo costi e rischi. In più, a differenza del passato, c'è anche un obiettivo strategico dichiarato: stabilire una presenza umana stabile sulla Luna e preparare il terreno per future missioni su Marte. Tuttavia, il progetto resta esposto alle stesse fragilità dei suoi predecessori: budget incerti, tempi lunghi e complessità tecnologiche. Se la missione di Artemis 2 avrà successo e riuscirà a proseguire il programma che nel 2028 dovrebbe riportare l'uomo sulla Luna, sarà dunque perché si sarà nuovamente riusciti ad allineare in modo duraturo interessi politici, economici e scientifici.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views