Covid, i frammenti del coronavirus distrutto si comportano come “zombie” e continuano a fare danni al corpo

Potrebbe sembrare assurdo, ma anche quando il virus responsabile della COVID-19 è stato eliminato dal sistema immunitario continua a fare danni. Non parliamo (solo) del famigerato Long Covid o sindrome da Covid Lungo, caratterizzato da nebbia mentale e altri sintomi che possono persistere persino per anni dopo essere usciti dall'infezione, ma anche della distruzione di specifiche cellule immunitarie. I ricercatori, infatti, hanno scoperto che i frammenti delle particelle virali del coronavirus SARS-CoV-2 che restano nel nostro organismo – dopo la distruzione ad opera del sistema immunitario – sono in grado di attaccare ed eliminare cellule immunitarie dalla forma “spinosa” e “tentacolare”, come le cellule dendritiche e le cellule T. Più nello specifico, sono i frammenti della proteina S o Spike del patogeno pandemico ad avere queste capacità offensive. Ciò, secondo gli esperti, può spiegare perché alcuni pazienti affetti da malattie infiammatorie o autoimmuni possono essere colpiti da forme più gravi di COVID-19 e mostrare determinare profili patologici, come la significativa carenza di linfociti T.
A determinare che i frammenti del coronavirus SARS-CoV-2 che si accumulano nell'organismo – dopo l'eliminazione da parte del sistema immunitario – sono in grado di uccidere determinate cellule immunitarie è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Università della California di Los Angeles, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi di diversi istituti. Fra quelli coinvolti Istituto di patologia sperimentale dell'Ospedale universitario di Münster (Germania), la Facoltà di ingegneria dell'Università Westlake di Hangzhou (Cina), il Centro Nazionale per la Salute Globale dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS) di Roma (Italia), il National Accelerator Laboratory dell'Università di Stanford (Stati Uniti) e altri. I ricercatori, coordinati da Gerard Wong e Yue Zhang del Dipartimento di Bioingegneria presso l'ateneo statunitense, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver scoperto che i nostri enzimi immunitari sono in grado di scomporre in tanti piccoli pezzi la famigerata proteina Spike del SARS-CoV-2, il grimaldello biologico che permette al virus di agganciarsi alle cellule umane, rompere la parete cellulare e riversare all'interno l'RNA (dando vita all'infezione).
In appositi test gli studiosi hanno scoperto che i frammenti della proteina Spike hanno la capacità di “collaborare” e attaccare specifiche cellule immunitarie, ovvero quelle dalla forma spinosa e con protrusioni, come appunto le cellule dendritiche – sentinelle del nostro organismo – e i linfociti T CD8+ e CD4+, che distruggono le cellule già infettate dal patogeno. Curiosamente, la carenza di queste cellule si registra in determinati pazienti con COVID-19 grave, pertanto la loro condizione può essere spiegata proprio dai danni provocati da questi frammenti “zombie”. I ricercatori hanno anche scoperto che i frammenti della proteina Spike della variante Omicron – l'ultima dominante – fanno meno danni alle cellule immunitarie; ciò potrebbe spiegare perché la Omicron è risultata meno aggressiva rispetto alle varianti precedenti.
“Omicron mostra molti comportamenti misteriosi. Nessuno è riuscito a spiegare perché si replicasse così velocemente come il ceppo originale, ma in genere non causasse infezioni così gravi. Abbiamo scoperto che frammenti della proteina spike di Omicron erano molto meno in grado di uccidere queste importanti cellule immunitarie, il che suggerisce che il sistema immunitario di un paziente non sarà così compromesso”, ha spiegato il coautore dello studio Yue Zhang in un comunicato stampa. “I virus fanno così tante cose che non capiamo”, gli ha fatto eco il professor Wong. “È importante capire come il virus infetta e si replica, ma questa conoscenza da sola non ci dirà tutto su come il virus ci colpisce. Vogliamo capire cosa ci fa tutta la materia virale residua, sia durante il COVID che dopo. Con questi frammenti virali, all'improvviso c'è una gamma completamente nuova di possibilità da considerare”, ha chiosato lo scienziato. I dettagli della ricerca “SARS-CoV-2 peptide fragments selectively dysregulate specific immune cell populations via Gaussian curvature targeting” sono stati pubblicati su PNAS.