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Chi mangia carne ha più probabilità di arrivare a 100 anni, ma solo in alcuni casi

Uno studio pubblicato su The American Journal of Clinical Nutrition rileva un’associazione tra il consumo di carne e una maggiore probabilità di raggiungere i 100 anni, ma solo in un gruppo specifico di persone.
A cura di Valeria Aiello
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Uno studio osservazionale su grandi anziani trova un’associazione tra consumo di carne e longevità, ma solo in un gruppo specifico di persone
Uno studio osservazionale su grandi anziani trova un’associazione tra consumo di carne e longevità, ma solo in un gruppo specifico di persone

Non esiste una dieta universale per vivere più a lungo. Ma un recente studio suggerisce che, in alcuni casi specifici, il consumo di carne è associato a una maggiore probabilità di raggiungere i 100 anni. La ricerca, di tipo osservazionale, non dimostra che mangiare carne aumenti la longevità. Indica però un’associazione statistica, osservata in un gruppo preciso di persone.

Lo studio è stato pubblicato su The American Journal of Clinical Nutrition e si basa sui dati del Chinese Longitudinal Healthy Longevity Survey  (CLHLS), uno dei più ampi studi a lungo termine sull’invecchiamento.

I ricercatori hanno analizzato le abitudini alimentari e la sopravvivenza di oltre 5.000 adulti cinesi di età pari o superiore a 80 anni, seguiti per diversi anni. All’interno di questo gruppo, le persone che includevano la carne nella dieta mostravano una probabilità più alta di diventare centenarie rispetto a chi la evitava. L’associazione è stata però osservata solo tra gli anziani sottopeso, mentre non è emersa tra chi aveva un peso nella norma o era in sovrappeso.

A offrire una chiave di lettura di questi risultati è la dottoressa Chloe Casey, esperta di nutrizione della Bournemouth University, in un articolo pubblicato su The Conversation. “Con l’avanzare dell’età – spiega Casey – , il rischio non è tanto seguire una dieta imperfetta, quanto non riuscire ad assumere abbastanza energia e proteine per sostenere il corpo”.

Nel suo commento, la ricercatrice sottolinea che i risultati non mettono in discussione i benefici delle diete a base vegetale osservati in altre fasi della vita, ma mostrano come, tra i grandi anziani, lo stato nutrizionale individuale diventi un elemento centrale per interpretare correttamente i dati.

Queste osservazioni si inseriscono in un quadro più ampio di orientamenti nutrizionali globali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che una dieta sana si fonda sull’equilibrio complessivo dei nutrienti e che i fabbisogni cambiano nel corso della vita, rendendo necessarie indicazioni adattate all’età e alle condizioni di salute.

Perché l’associazione tra carne e longevità emerge solo in alcune persone

Analizzando i dati in modo più approfondito, emerge un elemento chiave: l’associazione tra consumo di carne e maggiore probabilità di raggiungere i 100 anni è stata osservata solo negli anziani sottopeso. Tra le persone con un peso corporeo nella norma, lo stesso legame non è risultato evidente.

Essere sottopeso in età avanzata è già associato a un aumento del rischio di fragilità, malnutrizione e mortalità. In questo contesto, il consumo di carne non appare come un fattore “protettivo” in sé, ma come un possibile indicatore di un apporto energetico e proteico più adeguato in una fase della vita in cui l’appetito e la capacità di assumere nutrienti tendono a ridursi.

“Mantenere la massa muscolare e prevenire la perdita di peso diventa spesso più importante che seguire modelli alimentari rigidi pensati per adulti più giovani” osserva Casey. Lo studio mostra infatti che gli anziani che evitavano la carne ma includevano nella dieta pesce, latticini o uova avevano probabilità di longevità simili a quelle di chi consumava carne, suggerendo che il nodo centrale sia l’adeguatezza nutrizionale complessiva.

Cosa dicono altri studi su dieta, peso e invecchiamento

I risultati osservati nei grandi anziani non contraddicono le evidenze accumulate su popolazioni più giovani. Una meta-analisi pubblicata sull’European Journal of Nutrition ha analizzato oltre 800.000 individui, mostrando che le diete vegetariane sono associate a un rischio più basso di malattie cardiovascolari e cardiopatia ischemica negli adulti di giovane e mezza età.

Risultati coerenti emergono anche dai risultati degli Adventist Health Studies, pubblicati su riviste scientifiche peer-reviewed, che hanno collegato modelli alimentari a base vegetale a una riduzione della mortalità per tutte le cause, in particolare per patologie cardiovascolari. Tuttavia, la maggior parte dei partecipanti a questi studi aveva meno di 80 anni.

Questo elemento è cruciale per l’interpretazione complessiva. Con l’avanzare dell’età, il fabbisogno energetico cambia, l’appetito tende a diminuire e il rischio di denutrizione aumenta anche in presenza di un peso apparentemente stabile. Nella tarda età, garantire un apporto sufficiente di proteine e micronutrienti diventa quindi una priorità.

Nel complesso, le evidenze suggeriscono che non esiste un modello alimentare valido per tutte le età: se nelle fasi adulte le diete a base vegetale mostrano benefici ben documentati, nella grande anzianità la flessibilità alimentare e l’adeguatezza nutrizionale assumono un ruolo centrale.

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