video suggerito
video suggerito

Alzheimer e tampone nasale: cosa misura davvero (e perché non è un test come quello del Covid)

Uno studio preliminare su 22 persone, pubblicato su Nature Communications, suggerisce che un tampone nasale possa rilevare segnali precoci dell’Alzheimer nelle cellule olfattive. Il metodo non è ancora un test diagnostico e richiede ulteriori studi prima di un possibile uso clinico.
A cura di Valeria Aiello
0 CONDIVISIONI
Illustrazione del sistema olfattivo collegato al cervello, al centro degli studi che cercano segnali precoci dell’Alzheimer.
Illustrazione del sistema olfattivo collegato al cervello, al centro degli studi che cercano segnali precoci dell’Alzheimer.

Un tampone nasale per individuare l’Alzheimer prima dei sintomi. La notizia sta circolando in queste ore, spesso semplificata come un test simile a quelli usati per il Covid. Ma in realtà, il principio è diverso: non si cerca un virus, né si ottiene una diagnosi immediata. Il test, ancora sperimentale, sviluppato dai ricercatori della Duke University, punta invece a osservare, a livello molecolare, cosa accade nelle cellule olfattive, che possono riflettere alterazioni legate all’Alzheimer.

L’idea è che cambiamenti nelle regioni cerebrali correlate alla malattia possano emergere nelle cellule olfattive, prima che compaiano i sintomi cognitivi. Questo approccio si basa sui risultati di diversi studi, che hanno associato la perdita del senso dell’olfatto (anosmia) allo sviluppo dell’Alzheimer. “Abbiamo pertanto ipotizzato che analizzare il tessuto olfattivo, più facilmente accessibile rispetto a sistema nervoso centrale, possa rappresentare una strategia per individuare precocemente le alterazioni biologiche caratteristiche dell’Alzheimer” hanno spiegato i ricercatori. I primi risultati sono stati descritti in uno studio pubblicato su Nature Communications.

Alzheimer, cosa misura davvero il tampone nasale (e cosa no)

Lo studio, condotto negli Stati Uniti, ha coinvolto 22 partecipanti, includendo anche persone con Alzheimer sia individui senza sintomi cognitivi ma segnali biologici della malattia (alterazioni del rapporto Aβ42/Aβ40 nel liquido cerebrospinale)

Attraverso il tampone nasale, i ricercatori hanno raccolto cellule olfattive dalla parte alta della cavità nasale: questi campioni sono stati poi analizzati a livello di singole cellule, per osservare quali geni risultavano attivi nei diversi tipi cellulari. L’analisi ha riguardato non solo le cellule nervose dell’olfatto, ma anche le cellule immunitarie, in particolare cellule T e cellule mieloidi.

Dall’analisi sono emerse differenze tra i gruppi studiati. “Combinando le informazioni genetiche ottenute dal tessuto nasale, siamo riusciti a distinguere le persone con Alzheimer, anche nelle fasi iniziali, dai soggetti sani in circa l’81% dei casi” ha spiegato Vincent M. D’Anniballe, primo autore dello studio e ricercatore alla Duke University.

Si tratta però di risultati preliminari, ottenuti su un campione molto limitato, che dovranno essere confermati su gruppi più ampi prima di poter valutare l’affidabilità del metodo nella pratica clinica. Inoltre, il metodo non misura direttamente le proteine tipiche della malattia, come beta-amiloide o tau, ma segnali indiretti legati all’attività cellulare. Questo lo distingue dagli strumenti oggi utilizzati per la diagnosi dell’Alzheimer , come la PET cerebrale o l’analisi del liquido cerebrospinale, che permettono di rilevare in modo più diretto i segni biologici associati alla malattia.

Perché non è un tampone come quello del Covid

Paragonare questo test sperimentale con i tamponi nasali usati per il Covid può trarre in inganno. In questi ultimi, il test serve a individuare direttamente la presenza del virus, restituendo un risultato rapido. In questo caso, invece, il tampone è solo uno strumento iniziale, che serve a raccogliere le cellule dalla parte alta della cavità nasale, dove si trova l’epitelio olfattivo. “Si tratta di un tessuto direttamente collegato al sistema nervoso centrale” ha sottolineato D’Anniballe. “Per questo può offrire informazioni su ciò che accade nel cervello”.

L’analisi avviene successivamente in laboratorio e richiede tecniche avanzate per confrontare il comportamento delle cellule e individuare eventuali segnali associati alla malattia. Non c’è quindi un esito immediato, né una risposta semplice da interpretare. L’approccio permette però di risalire indirettamente a eventuali cambiamenti nelle regioni cerebrali correlate alla malattia, superando uno dei principali limiti della ricerca.

Gran parte di ciò che sappiamo sull’Alzheimer deriva da tessuti analizzati dopo la morte – ha aggiunto D’Anniballe – . Ora possiamo studiare il tessuto neurale vivente, aprendo nuove possibilità per la diagnosi e il trattamento”.

L’obiettivo, ha osservato il professor Bradley J. Goldstein, che ha coordinato la ricerca, è arrivare a identificare la malattia nelle fasi più precoci: “Se riusciamo a individuare l’Alzheimer abbastanza presto, potremmo intervenire prima che si sviluppi la forma clinica”.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views