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Alzheimer e Parkinson sono forse due “facce” della stessa malattia: l’ipotesi di uno studio italiano

Tre scienziati del CNR-ISTC ipotizzano che Alzheimer e Parkinson possano essere la duplice manifestazione di un’unica malattia, che hanno chiamato Sindrome neurodegenerativa dell’anziano o NES.
A cura di Andrea Centini
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Il morbo di Parkinson e il morbo di Alzheimer, due tra le patologie neurodegenerative più diffuse e debilitanti, in grado di provocare grande sofferenza e abbattere drasticamente la qualità della vita, potrebbero essere le manifestazioni diverse di un'unica malattia, che a un certo punto può prendere due percorsi clinici distinti. È l'affascinante ipotesi avanzata da un gruppo di ricerca italiano, che ha proposto anche un nuovo nome per la malattia in questione: Sindrome neurodegenerativa dell'anziano o NES (acronimo del nome inglese Neurodegenerative Elderly Syndrome). Secondo gli scienziati la NES sarebbe caratterizzata da tre stadi, in cui il terzo è rappresentato dal bivio, che sfocia nell'Alzheimer o nel Parkinson.

A ipotizzare che Alzheimer e Parkinson potrebbero avere un'origine comune ed essere “due facce” della medesima malattia sono stati tre scienziati dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-ISTC): Daniele Caligiore, Flora Giocondo e Massimo Silvetti. I ricercatori sottolineano che prove crescenti suggeriscono che le due malattie condividono specifiche disfunzioni alle monoammine (neurotrasmettitori) e all'alfa-sinucleina (αSyn), una proteina solubile, che in molti casi si manifestano molto tempo prima dei segni clinici, come i tremori per il Parkinson, la perdita di memoria per l'Alzheimer e altri deficit cognitivi. Il dottor Cagliore del Laboratorio di Neuroscienze Computazionali e Traslazionali del CNR-ISTC e i colleghi sottolineano che i fattori scatenanti di tali disfunzioni e dei processi neurodegenerativi non sono al momento chiari. Così hanno deciso di proporre una “prospettiva radicalmente nuova” per inquadrare sia il Parkinson che l'Alzheimer, valutandoli come una duplice manifestazione di un'unica sindrome.

Come specificato in un comunicato stampa del CNR, per arrivare alla proposta della NES gli scienziati hanno analizzato i risultati di diversi studi dedicati alle due patologie neurodegenerative, condotti attraverso discipline differenti, “dalla genetica alla neurofisiologia”. La sindrome, come indicato, sarebbe caratterizzata da tre stadi distinti, nei quali il primo, detto “Fase della semina”, le disfunzioni alle monoammine e all'alfa-sinucleina indirizzano verso l'una o l'altra manifestazione clinica; nel secondo stadio – di compensazione – si inizia a determinare la disfunzione neuronale, ma con i sintomi più evidenti ancora “silenti”; mentre nel terzo stadio, quello della biforcazione, la Sindrome neurodegenerativa dell'anziano diventa Parkinson o Alzheimer, in base all'area del cervello interessata dal danno.

“La NES è caratterizzata da tre stadi progressivi. La prima fase inizia molti anni prima rispetto al manifestarsi dei sintomi clinici tipici delle due malattie, e in essa si può avere una progressiva perdita di neuroni che producono due importanti sostanze neuromodulatrici: noradrenalina e serotonina”, ha spiegato il dottor Caligiore, primo autore dell’articolo e membro di AI2Life, una Start-Up Spin-Off del CNR-ISTC. Per quanto concerne la fase di semina o seeding stage, gli scienziati ritengono che il "‘danno iniziale’ possa essere causato principalmente dal malfunzionamento di una proteina molto diffusa nel nostro corpo, l’alfa-sinucleina", spiega il dottor Caligiore. "La perdita iniziale di questi neuroni neuromodulatori – prosegue l'esperto – non produce però nel comportamento della persona alcun sintomo evidente che possa essere riconducibile ad Alzheimer o Parkinson. Le disfunzioni iniziali possono essere dovute a diversi fattori genetici, ambientali o legati allo stile di vita, che chiamiamo semi, e possono interessare diverse parti del corpo".

Per quanto concerne il secondo stadio o “fase di compensazione”, la dottoressa Giocondo specifica che “iniziano a manifestarsi disfunzioni dei neuroni che sintetizzano il neuromodulatore dopamina e che si trovano in due regioni diverse del cervello: nell’area tegmentale ventrale (gestione degli aspetti cognitivi e motivazionali) e nella substantia nigra pars compacta (gestione degli aspetti motori)”. “Tuttavia – aggiunge la scienziata – i sintomi clinici evidenti sono ancora silenziosi, grazie a meccanismi compensatori che mantengono l’equilibrio delle diverse concentrazioni di neuromodulatori”. “L’ultima fase è quella di biforcazione, in cui la noradrenalina e la serotonina non riescono più a compensare le disfunzioni dopaminergiche, e in cui la NES diventa Alzheimer se l’area dopaminergica maggiormente colpita è l’area tegmentale ventrale, oppure diventa Parkinson se l’area più colpita è la substantia nigra pars compacta”, conclude il dottor Silvetti.

Qualora l'ipotesi della NES del team italiano venisse confermata potrebbe totalmente essere rivoluzionato l'approccio terapeutico contro le due patologie neurodegenerative, anche grazie all'intelligenza artificiale. Gli studiosi del CNR-ISTC stanno già sviluppando algoritmi ad hoc, dall'estrapolazione di dati raccolti da database internazionali. I dettagli della ricerca “The Neurodegenerative Elderly Syndrome (NES) hypothesis: Alzheimer and Parkinson are two faces of the same disease” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica IBRO Neuroscience Reports.

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