3I/ATLAS, stime sulla massa in contraddizione con i dati di Hubble: il nuovo studio di Avi Loeb

Secondo un nuovo studio condotto dal professor Avi Loeb dell’Università di Harvard, 3I/ATLAS avrebbe una massa stimata di circa 1 miliardo di tonnellate; ciò significa che sarebbe circa 100.000 volte più massiccio rispetto a 1I/‘Oumuamua, il primo oggetto interstellare scoperto nel nostro Sistema solare nel 2017. La massa calcolata risulta in contrasto con il valore del diametro rilevato dal Telescopio Spaziale Hubble (2,6 chilometri). Per l’astrofisico si tratta di una situazione intrigante perché, in base alle statistiche relative agli asteroidi e alle comete che attraversano il nostro sistema, prima di scovare un colosso del genere “avremmo dovuto rilevare almeno centomila oggetti con massa pari a 1I/‘Oumuamua”, ha evidenziato Loeb nel suo ultimo articolo pubblicato su Medium. Questa discrepanza “significa forse che uno o entrambi questi misteriosi oggetti interstellari non sono di origine naturale?”, ha chiosato lo scienziato israeliano naturalizzato statunitense. Ciò che è certo è che 3I/ATLAS sta per lasciare il nostro quartiere galattico e presto diventerà impossibile da studiare, lasciando dietro di sé una lunga scia di quesiti irrisolti.
Proprio oggi, lunedì 16 marzo 2026, 3I/ATLAS avrà il suo ultimo incontro ravvicinato con un pianeta del Sistema solare, trovandosi a circa 53,6 milioni di chilometri da Giove; dopo questo “saluto” proseguirà il suo viaggio verso i confini del sistema stellare per poi tuffarsi nello spazio profondo, dove sparirà per sempre. D’ora in avanti sarà quindi sempre più difficile raccogliere nuovi dati sul visitatore interstellare, fino a quando non diventerà impossibile per i nostri strumenti – terrestri o spaziali – metterlo nel mirino. Ciò nonostante, la mole di informazioni raccolte sino ad oggi (e fino a quando sarà possibile) verrà analizzata per anni, probabilmente decenni, continuando – grazie a nuovi studi – a farci conoscere un po’ meglio questo misterioso e affascinante oggetto.
In questi giorni è stato presentato l’ultimo lavoro del professor Loeb, che segue da vicino 3I/ATLAS sin da quando è stato scoperto all’inizio di luglio 2025 dal sistema ATLAS nel deserto di Atacama, in Cile. L’astrofisico, assieme ai colleghi tedeschi Valentin Thoss e Andi Burkert dell’Università Ludwig-Maximilians di Monaco e del Max-Planck Institute for Extraterrestrial Physics, ha condotto lo studio più approfondito finora per determinare la massa del visitatore interstellare. I tre studiosi si sono basati sull’analisi combinata di tre parametri distinti rilevati dalle molteplici osservazioni prima e dopo il passaggio al perielio: accelerazione non gravitazionale, tasso di sublimazione dell’acqua (H₂O) e tasso di sublimazione dell’anidride carbonica (CO₂). Conoscendo accelerazione, tasso di perdita di massa, velocità dei gas espulsi, aumento di luminosità e altri indicatori, è possibile stimare la massa di un corpo celeste.
Poiché i dati disponibili mostrano una certa variabilità, Loeb e colleghi hanno proposto tre scenari di sublimazione differenti. Nel primo modello, definito “CO₂-dominante”, ovvero quello in cui è l’anidride carbonica a generare la maggior parte dell’accelerazione non gravitazionale, si stimano una massa di circa 600 milioni di tonnellate e un diametro di circa 0,84 chilometri (assumendo una densità di 0,5 grammi per centimetro cubo). Nel secondo, il Modello B – basato su una bassa sublimazione dell’acqua come fonte principale – la massa stimata è di 1,7 miliardi di tonnellate per un diametro di 1,48 chilometri. Il terzo scenario, il Modello A, anch’esso legato alla sublimazione dell’acqua ma con valori elevati, stima una massa di 6,4 miliardi di tonnellate e un diametro di circa 2,3 chilometri. È interessante notare che quest’ultimo modello produce un diametro simile a quello suggerito dalle osservazioni del Telescopio Spaziale Hubble, sebbene sia proprio il modello scartato da Loeb e colleghi.
“Nelle ipotesi più conservative – spiega il professor Loeb – ciò porta a una forte contraddizione per il modello con elevati valori di produzione di acqua, che richiede un diametro maggiore di 3 chilometri rispetto al valore massimo di 2,3 chilometri basato sulla corrispondente accelerazione non gravitazionale. L’elevato tasso di sublimazione richiederebbe quindi una dimensione del nucleo troppo grande per essere compatibile con l’effetto non gravitazionale, anche in ipotesi estreme. Questo esclude il modello A e la corrispondente massa e dimensione del nucleo, mentre il modello B, più conservativo, con livelli inferiori di produzione di acqua, produce una lieve contraddizione che potrebbe essere attenuata da una minore densità di massa o da una maggiore velocità di espulsione. Ciò implica anche che la sublimazione dell’acqua (H₂O) dalla superficie di 3I/ATLAS probabilmente non superi significativamente quella dell’anidride carbonica (CO₂). D’altra parte, i limiti per un modello che include solo la sublimazione della CO₂ sono compatibili con le stime non gravitazionali delle dimensioni del nucleo.”
Tra i tre modelli, quello considerato più plausibile dagli autori è proprio quello dominato dal degassamento della CO₂, sebbene in questo caso il nucleo risulti tre volte più piccolo rispetto alla stima ricavata dal telescopio Hubble. Al netto delle incertezze, Loeb sottolinea che 3I/ATLAS “è almeno 5 ordini di grandezza più massiccio del primo oggetto interstellare 1I/‘Oumuamua”, e ciò alimenta la discrepanza rispetto alla popolazione di oggetti che avremmo dovuto rilevare prima dell’arrivo dell’ultimo visitatore interstellare. I dettagli della nuova ricerca, “Inferring the mass and size of 3I/ATLAS from its non-gravitational acceleration”, sono stati caricati in un database dell’Università di Harvard in attesa di pubblicazione su una rivista scientifica.