“Mentre ci accingiamo a scrivere questa lettera, sappiamo già che sarà difficile mantenere presente a noi stessi quello che il nostro vivere civile chiama ‘presunzione di non colpevolezza’, ma così faremo perché l’educazione che ci è stata data ce lo impone e, d'altronde, noi viviamo in un Paese dove il rispetto delle norme è (o dovrebbe essere) la regola, anche in considerazione che, per esse, sono morti i nostri avi. I quali non sono scappati dalle guerre di allora, ma hanno donato la loro vita sui campi di battaglia prima e hanno affrontato periodi di grandi crisi dopo, per regalarci uno Stato democratico. Che poi qualcuno lo abbia trasformato, abusando di questo concetto, in anarchico, è altra cosa, ma non riguarda quello che vogliamo dirti qui e ora, Oseghale”: inizia così una lettera affidata a “Primato Nazionale” scritta da Alessandra Verni e Stefano Mastropietro, i genitori di Pamela, la diciottenne romana uccisa e fatta a pezzi nel Maceratese. A processo per l’omicidio di Pamela Mastropietro c’è Innocent Oseghale, pusher nigeriano che nei giorni scorsi ha scritto una lettera di scuse ai familiari della ragazza romana. Una lettera in cui il giovane nigeriano ribadisce di non aver ucciso Pamela: a suo dire la diciottenne sarebbe morta di overdose e che lui l'avrebbe fatta a pezzi solo per paura di essere scoperto.

A quelle parole hanno ora replicato i genitori della vittima. E nella loro lettera la mamma e il padre della giovane romana si rivolgono direttamente a Oseghale: “Come possiamo accettare le scuse che ci hai rivolto in udienza, lo scorso 26 novembre, quando un giudice, con coraggio, ti ha rinviato a giudizio per aver violentato, ucciso, depezzato chirurgicamente, scuoiato, scarnificato, disarticolato, esanguato, lavato con la varechina, messo in due trolley e abbandonato sul ciglio di una strada nostra figlia Pamela, che aveva appena 18 anni?”. “Il fatto che tu abbia solo pensato di farlo, dimostra inequivocabilmente che per te, fare quello che hai fatto, è la normalità”, continuano i genitori di Pamela Mastropietro. Alessandra Verni e Stefano Mastropietro hanno descritto il loro dolore successivo alla morte della figlia, hanno parlato delle lunghe notti in compagnia delle immagini dei suoi ultimi, tragici, momenti: “Rivivere la sua paura, la sua angoscia, il suo terrore. La sua consapevolezza, forse, di stare per morire. Per non pensare, poi, a quello che pur emergerebbe in alcuni documenti processuali: ossia averla iniziata tu a fare a pezzi quando era ancora viva”. “Come possiamo perdonarti? – gli chiedono – Una domanda simile, fatta a noi, vuole anche dire che tu ti sia già perdonato. O, peggio, che non ti sia mai pentito”. A Innocent Oseghale chiedono quindi di parlare della sue “frequentazioni”, da Lucky Desmond e di Lucky Awelima. “Perché non racconti di tutto il resto che, di marcio, emerge dalle carte processuali, finalmente in nostro possesso? E che denuncia, inequivocabilmente, quello che abbiamo sempre ipotizzato? Ossia che dietro di te ci possa essere la mafia nigeriana?”, si legge nella lettera in cui i genitori di Pamela chiariscono di non poter accettare le sue scuse, di non poterlo perdonare, e di sperare possa ricevere una condanna esemplare.

Il testo integrale della lettera dei genitori di Pamela Mastropietro pubblicata su Primato Nazionale:

Mentre ci accingiamo a scrivere questa lettera, sappiamo già che sarà difficile mantenere presente a noi stessi quello che il nostro vivere civile chiama «presunzione di non colpevolezza», ma così faremo perché l’educazione che ci è stata data ce lo impone e, d’altronde, noi viviamo in un Paese dove il rispetto delle norme è (o dovrebbe essere) la regola, anche in considerazione che, per esse, sono morti i nostri avi. I quali non sono scappati dalle guerre di allora, ma hanno donato la loro vita sui campi di battaglia prima ed hanno affrontato periodi di grandi crisi dopo, per regalarci uno Stato democratico. Che poi qualcuno lo abbia trasformato, abusando di questo concetto, in anarchico, è altra cosa, ma non riguarda quello che vogliamo dirti qui e ora, Oseghale.

Fermo quanto sopra, infatti, siamo ora noi a chiedere a te: come possiamo accettare le scuse che ci hai rivolto in udienza, lo scorso 26 novembre, quando un giudice, con coraggio, ti ha rinviato a giudizio per aver violentato, ucciso, depezzato chirurgicamente, scuoiato, scarnificato, disarticolato, esanguato, lavato con la varechina, messo in due trolley ed abbandonato sul ciglio di una strada nostra figlia Pamela, che aveva appena 18 anni?

Il fatto che tu abbia solo pensato di farlo, dimostra inequivocabilmente che per te, fare quello che hai fatto, è la normalità. Perché vedi, non è solo il fatto di averla violentata ed uccisa, ma anche quello che hai fatto dopo: un qualcosa che non ha precedenti e che dimostra, da una parte, una demoniaca freddezza, dall’altra una ferocia che non ha eguali.

Il nostro avvocato ci ha dovuto far vedere nel tempo le fotografie di come avevi ridotto Pamela: ci siamo sentiti male, abbiamo vomitato, abbiamo pianto disperatamente, non siamo andati a lavoro per settimane. E per lunghe notti non abbiamo dormito, accompagnati tuttora dalle immagini di quei tragici ultimi momenti di nostra figlia. Rivivere la sua paura, la sua angoscia, il suo terrore. La sua consapevolezza, forse, di stare per morire. Per non pensare, poi, a quello che pur emergerebbe in alcuni documenti processuali: ossia averla iniziata tu a fare a pezzi quando era ancora viva.

Sai che ci è stato vietato di poter dare un ultimo abbraccio al suo corpo, il giorno che l’abbiamo dovuta chiudere nella bara, a Macerata? Lì per lì, non capivamo. Poi, qualche tempo dopo, sempre il nostro avvocato ci ha detto che era stato necessario, perché sennò il corpo che avevano faticosamente cercato di ricomporre per darle un aspetto «normale», si sarebbe sfaldato alla minima pressione. E sai che molte delle sue parti neanche le avevano potute risistemare, adagiandole semplicemente sotto di lei?

Come possiamo perdonarti? Una domanda simile, fatta a noi, vuole anche dire che tu ti sia già perdonato. O, peggio, che non ti sia mai pentito.

E torniamo a quanto sopra: ossia, che tu non ti sia forse neanche reso conto di quel che hai fatto, perché per te è probabilmente la normalità.

Hai chiesto poi, come se non bastasse, una seconda possibilità: ma perché non racconti agli italiani, cui pure ti sei rivolto, chi sei? Perché non racconti che sei qui in Italia da anni, venuto come richiedente protezione internazionale, dicendo di essere un perseguitato al tuo Paese, salvo poi esserti dedicato, nella terra che ti aveva ospitato a prescindere (così dicono le leggi internazionali, salvo il vaglio dei requisiti che avviene solo in un secondo momento), a spacciare droga e ad essere anche condannato per questo?

Perché non racconti di non aver seguito, ad un certo punto, i programmi utili ad integrarti, perché avevi altro da fare (spacciare, appunto)?

Perché non racconti della tua compagna che è in una comunità, e che ti è impedito di vedere i tuoi due figli, evidentemente, perché non sei un buon padre?

E quindi, come fai a chiedere una seconda possibilità? Per fare cosa? Per tornare a spacciare? O a spezzare altre vite come hai fatto con quella di nostra figlia? Perché vedi, dal tuo curriculum, verrebbe più da pensare questo che altro.

Perché non racconti delle tue frequentazioni? Di Lucky Desmond, anche lui richiedente protezione internazionale, che dichiara candidamente di essere stato, in Nigeria, un «rogged»? O di Lucky Awelima, sul cui cellulare sono state trovate fotografie di persone torturate e che ama farsi i selfie con le affettatrici professionali? Anche loro, per la cronaca, invischiati nel giro dello spaccio di sostanze stupefacenti e condannati recentemente al riguardo: persone, tutte voi, che vendete morte ai ragazzi, ai nostri ragazzi, sfruttandone le fragilità, importandovi solo di guadagnare sulle loro vite! Voi, che siete stati accolti in un Paese che non è il vostro, e che ripagate così i vostri benefattori!

Perché non racconti di tutto il resto che, di marcio, emerge dalle carte processuali, finalmente in nostro possesso? E che denuncia, inequivocabilmente, quello che abbiamo sempre ipotizzato? Ossia che dietro di te ci possa essere la mafia nigeriana? E che essa possa coinvolgere anche altri soggetti, inclusi a vario titolo in questa vicenda?

Chiedi scusa agli italiani, dunque, di cosa? Di aver venduto droga ai loro figli? E a noi? Di aver ridotto in quel modo nostra figlia che, a quanto risulta, voleva tornare a casa da noi? E te lo aveva pure detto, piangendo?

No Oseghale, non ti perdoniamo. È una lettera, la tua, che dimostra ulteriormente chi tu sia.

Non meriti nulla, se non una condanna esemplare, che ti releghi in carcere per il resto dei tuoi anni a venire, fino a quando Qualcuno, più in alto di noi, non sia chiamato a giudicarti. Non sappiamo se Lui ti perdonerà, ma di certo è l’Unico in grado di farlo, in caso.

Noi cercheremo di sopravvivere allo strazio ed al dolore, consapevoli che la nostra battaglia è quella di tutto un mondo civile che non vuole che quello che tu hai fatto possa riaccadere.

E vogliamo credere in una giustizia che sia, una volta tanto, davvero giusta. Un primo passo è già stato compiuto: un giudice, come dicevamo prima, ti ha rinviato a giudizio, rigettando la tua richiesta di rito abbreviato. Forse avresti preso una condanna esemplare anche in quel modo, ma il solo pensiero che tu, accusato degli efferati fatti che hanno riguardato nostra figlia, potessi anche solo in linea teorica, godere dello sconto di pena, ci faceva rabbrividire.

Ora, ci vedremo al processo: noi combatteremo, come abbiamo fatto finora. Per dare giustizia a nostra figlia ed a tutte le altre persone che, purtroppo, non hanno avuto una seconda possibilità, perché hanno incontrato sul loro cammino persone come te. E per far sì che, ad averla, questa seconda possibilità, sia chi veramente ne abbia diritto. Levare dalla circolazione ed affidare alle patrie galere persone come te, è certamente un passo importante, affinché ciò accada.

L’istinto, dato quello che hai fatto, vorrebbe altro, ma noi siamo una famiglia perbene: aspettiamo che una corte ti giudichi. Perché vedi, nel nostro Paese funziona così. E, anche se è difficile rimanere lucidi, siamo comunque fieri di appartenere ad un popolo che, lungi dal lasciarsi andare a slanci animaleschi, è solito affidare anche il peggiore dei criminali al giudizio di un tribunale.

Alessandra Verni e Stefano Mastropietro, genitori di Pamela