Venezuela, via libera all’amnistia dopo la cattura di Maduro: perché non riguarda tutti i detenuti

Sedie di plastica allineate contro i muri, bottiglie d'acqua passate di mano in mano, cartelli scritti a pennarello con nomi, date, numeri di fascicolo. A Caracas sono centinaia le famiglie rimaste per giorni davanti ai cancelli delle carceri e dei tribunali, sotto il sole e sotto la pioggia, sedute sull'asfalto, con i telefoni in mano e le liste dei nomi da controllare. Alcune hanno persino iniziato lo sciopero della fame. Quando l'Assemblea nazionale ha poi votato all'unanimità la nuova legge di amnistia, la notizia è rimbalzata in tempo reale tra i gruppi WhatsApp: per centinaia di detenuti politici si è così aperta la possibilità concreta di uscire. Secondo il presidente del Parlamento, Jorge Rodríguez, sono 1.557 le richieste già all'esame dei tribunali e le prime scarcerazioni sono iniziate subito: solo nella capitale sarebbero state liberate decine di persone in poche ore. Nei giorni successivi il numero dei rilasci è salito a 379. Le cifre, tuttavia, raccontano anche ciò che non si vede. Le organizzazioni per i diritti umani stimano infatti che in Venezuela restino tra le 600 e le 900 persone incarcerate per motivi politici. La legge, infatti, non produce effetti automatici: ogni detenuto deve presentare domanda al tribunale competente, che valuterà caso per caso. Ed è proprio questo passaggio a sollevare dubbi, in un sistema giudiziario che negli anni è stato accusato di dipendenza dal potere politico.
Non solo, la nuova legge arriva in un momento molto particolare per il paese. Meno di due mesi fa, infatti, il presidente Nicolás Maduro è stato catturato durante un'operazione militare statunitense, un evento che ha ridisegnato profondamente gli equilibri interni e internazionali. A guidare la transizione è ora Delcy Rodríguez, che ha presentato l'amnistia come un passo verso la "convivenza democratica" e un segnale di apertura dopo anni di repressione. Un provvedimento letto però anche e soprattutto come una risposta alle pressioni di Washington e alle aspettative dell'amministrazione Trump.
Cosa copre l'amnistia (e cosa esclude)
Il testo, composto da 16 articoli, riguarda reati commessi in tredici specifiche fasi di conflitto politico e proteste, dal 2002 fino alle mobilitazioni più recenti legate alle contestazioni elettorali del 2024 e del 2025. Non si tratta dunque di una copertura generalizzata di tutto il periodo iniziato con l'ascesa al potere di Hugo Chávez nel 1999, ma di un intervento delimitato nel tempo e nei fatti. Restano esclusi dall'amnistia i militari accusati di ribellione armata e chi è incriminato per reati considerati gravi, omicidio volontario, traffico di droga, corruzione o violazioni dei diritti umani. Proprio su questo punto si concentrano alcune delle critiche più rilevanti: secondo diverse ong, in passato accuse di questo tipo sono state talvolta utilizzate in modo estensivo o arbitrario contro oppositori politici. A ciò si aggiunge un ulteriore elemento controverso: l'assenza, nel testo, di un riconoscimento esplicito dell'esistenza di prigionieri politici o di detenzioni arbitrarie. Per l'organizzazione Foro Penal, questa impostazione riduce l'amnistia a un atto di clemenza discrezionale dello Stato, senza aprire la strada né a eventuali risarcimenti né a una piena revisione delle responsabilità istituzionali. In questa stessa linea si inseriscono le critiche del politologo e oppositore Nicmer Evans, detenuto in passato nel carcere dell'Helicoide, che ha definito la legge "ingiusta" sostenendo che molti giornalisti e dissidenti restano fuori dal perimetro del provvedimento. Anche il direttore del Laboratorio de Paz, Rafael Uzcátegui, ha avvertito che l'apparato repressivo, comprese leggi come quella contro l'odio, rimane intatto con il rischio che chi oggi beneficia dell'amnistia potrebbe essere perseguito di nuovo un domani per fatti analoghi.
Il nodo della magistratura
Un altro aspetto decisivo riguarda l'applicazione concreta della legge, che non è automatica ma dipende dalle decisioni dei singoli giudici. In pratica, ogni eventuale scarcerazione o archiviazione dovrà essere valutata caso per caso dalla magistratura. Questo punto è particolarmente delicato perché, secondo numerose organizzazioni internazionali, il sistema giudiziario venezuelano non garantisce piena indipendenza dal potere esecutivo. Di conseguenza, esiste il timore che l'interpretazione della norma possa risultare restrittiva o selettiva, limitando l'effettiva portata dell'amnistia.
Per rispondere a queste preoccupazioni, diverse associazioni hanno chiesto che l'attuazione della legge sia accompagnata dalla supervisione di una commissione realmente autonoma e indipendente. Il Parlamento ha effettivamente istituito un organismo di monitoraggio con la facoltà di raccomandare misure alternative in situazioni particolari. Secondo l'organizzazione Foro Penal, questa previsione rappresenta una "piccola finestra" che potrebbe consentire, almeno in parte, di ampliare la platea dei beneficiari e di attenuare eventuali rigidità nell'applicazione della norma.
Un primo passo
Proprio queste incertezze sull'attuazione mostrano come l'amnistia, pur significativa, non rappresenti un punto di arrivo ma piuttosto un primo passaggio. Per le famiglie che hanno visto riaprirsi le porte delle celle, la legge rappresenta infatti un sollievo dopo anni di arresti arbitrari, processi sommari e detenzioni senza accuse formali. Ma sul piano politico e istituzionale il cammino appare ancora lungo. L'amnistia segna infatti un cambio di tono rispetto alla stagione più dura del chavismo, iniziata con Chávez nel 1999 e proseguita sotto Maduro, ma non scioglie il nodo di fondo, cioè la ricostruzione di uno stato di diritto in un paese in cui le istituzioni restano fragili e la fiducia pubblica profondamente erosa.