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Guerra in Ucraina

Ucraina, la guerra dimenticata alle porte dell’Europa: “Abbiamo paura di essere abbandonati”

Il conflitto in Medio Oriente ha messo in secondo piano la guerra in Ucraina che si avvia al suo secondo anno di conflitto. Siamo andati a raccogliere le voci di chi vive sotto le bombe, con la paura di essere abbandonato dall’Europa.
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A cura di Antonio Musella
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Guerra in Ucraina

Diciannove mesi di guerra alle porte dell'Europa, da tanto dura il conflitto in Ucraina a seguito dell'invasione russa. Quasi due anni passati al centro dell'attenzione internazionale che è però venuta a mancare con l'escalation del conflitto in Medio Oriente tra Israele e Palestina. Con gli occhi del mondo puntati altrove, hanno iniziato a emergere le perplessità e le titubanze dei governi occidentali verso un conflitto la cui risoluzione sembra ancora molto lontana.

Ma chi sotto le bombe ci vive vede l'aiuto internazionale come la sola possibilità di sopravvivenza. Siamo ritornati in Ucraina dopo circa un mese dall'attacco di Hamas ad Israele e la conseguente nefasta risposta del governo di Netanyahu. Abbiamo raccolto le voci di chi spera ancora di poter avere un futuro in un paese libero. 

Gli occhi del mondo sul Medio Oriente: "Ora qui abbiamo paura"

Leopoli è ancora oggi una delle regioni che ospita il più alto numero di profughi di guerra interni dell'Ucraina, oltre 200 mila persone scappate dalle regioni dell'Est occupate dall'esercito russo. Ma è anche la città più ad occidente e vicina all'agognata Europa.

Lo scorso inverno i bombardamenti russi distrussero le centrali elettriche costringendo la regione, come il resto del paese, a un inverno durissimo tra blackout continui e la corrente presa dai pochi generatori reperiti. Poi il piano per l'invio di generatori di corrente in Ucraina dell'Unione Europea ha dato un sostegno importante, ma il rischio di un nuovo collasso delle infrastrutture è all'ordine del giorno.

Laryssa Kotosovska vive nel quartiere di Sykhiv alla periferia Sud di Leopoli. Un agglomerato di palazzoni dell'epoca sovietica costruiti a metà del 900, che oggi ospitano migliaia di persone. "Noi abbiamo tanta paura, paura di essere dimenticati dall'Europa, adesso che tutta l'attenzione è altrove – ci racconta – qui gli allarmi suonano spesso e adesso durano molte ore, anche 3-4 ore. Quando suona la sirena non andiamo da nessuna parte, qui a Sykhiv non ci sono rifugi sotterranei, dovremmo andare nella cantina del palazzo, ma che senso ha andare nella cantina di un palazzo di nove piani? Se il missile ci colpisce e crolla tutto non possiamo più neanche uscire".

In questa regione si stanno concentrando molti degli attacchi con i droni dell'esercito russo negli ultimi mesi. Gli obiettivi sono gli aiuti militari che arrivano dall'Ovest che entrano nel paese proprio dalla regione di Leopoli prima di arrivare ad Est sulla prima linea.

"Ogni giorno arriva un drone o un missile – racconta Laryssa – e abbiamo paura che possa colpire le infrastrutture e rimaniamo di nuovo senza luce, senza acqua e senza metano". Da queste parti sanno bene quanto conta l'attenzione internazionale: "Non possono dimenticarci, non devono dimenticarci, senza l'aiuto dell'Europa, l'Ucraina resta da sola e la Russia può arrivare fino alla frontiera con la Polonia" ci spiega.

Chi ha una casa capisce fin troppo bene come la perdita di attenzione verso la guerra nell'Europa dell'Est possa avere conseguenze nefaste. Ma c'è chi questa condizione la vive ancora peggio: sono le migliaia di persone accolte nei campi profughi della regione.

Distribuzione di aiuti umanitari in un campo profughi a Bryukhovychi - Leopoli
Distribuzione di aiuti umanitari in un campo profughi a Bryukhovychi – Leopoli

"I profughi vogliono tornare a casa, ma le loro case non esistono più"

Dopo quasi due anni, tra campi profughi statali e luoghi di accoglienza informale (tra cui parrocchie, studentati pubblici e monasteri), i profughi si sono trasformati da rifugiati temporanei in persone povere, senza reddito, senza casa e che hanno subito una emigrazione forzata che potrebbe essere irreversibile.

Difficile oggi immaginare un ritorno a casa per chi viene da Lugansk e Donetsk, da Mariupol o Melitopol, che si trovano a Leopoli da quasi due anni. Qui alcuni hanno trovato lavoro, anche se occasionale e malpagato, i bambini hanno iniziato ad andare a scuola, e molti dei parenti che erano in guerra, purtroppo non ci sono più. A fronte di questa trasformazione però il governo ucraino è ormai completamente al verde.

Nei campi profughi è garantito un solo pasto al giorno, il fondo sanitario per l'equivalente della nostra esenzione ticket per i profughi di guerra è pari a zero, nelle scuole e nelle strade si fa largo una certa diffidenza per la popolazione russofona. Chi viene dalle regioni dell'Est parla principalmente russo, condizione vista di cattivo occhio nella parte più occidentale dell'Ucraina dopo due anni di lutti che hanno colpito decine di migliaia di famiglie.

Gli aiuti umanitari internazionali sono sempre di meno, mentre aumentano gli investimenti delle aziende straniere nel piano di ricostruzione del paese. Un paese in cui però la pace, ancora oggi, appare assai lontana. "I profughi sono quelli che hanno più paura di tutti – ci spiega Laryssa – il loro unico pensiero è tornare a casa, anche se le loro case non esistono più. Quello che ti dicono è che le case si possono ancora ricostruire".

Lo sfollamento delle città dell'Est ha riguardato tutti i ceti sociali, e non è certo un caso che gli ospiti dei campi profughi ufficiali ed informali siamo sostanzialmente i poveri. E la popolazione Rom, che in Ucraina abita alcune regioni del Sud del paese. A complicare le cose per loro ci sarà la nuova legge sugli aiuti umanitari varata dalla Verchovna Rada, il parlamento ucraino, per far fronte al fenomeno del mercato nero e del contrabbando.

La norma entrerà in vigore dal 1 dicembre e prevede procedure molto rigide per l'ingresso di aiuti umanitari nel paese e rischia di mettere in difficoltà anche le organizzazioni umanitarie internazionali che sono rimaste in Ucraina con progetti e missioni. "I profughi, oltre agli aiuti, hanno bisogno di vedere e sentire che non sono stati lasciati soli – ci dice Laryssa – hanno bisogno di vedere che qui vengono gli europei e le missioni internazionali, in questo modo capiscono che non sono soli".

Cimitero di Lychakiv, Leopoli
Cimitero di Lychakiv, Leopoli

"Il sogno di tutti è la pace, il problema è quale pace?"

Oleg Kotsovski abita anche lui a Sykhiv, e ci spiega il timore più grande che vive la popolazione civile in questo momento. "È la paura di tutti gli ucraini quella di essere dimenticati – ci dice – sappiamo che ora c'è la guerra in Medio Oriente e non siamo più al centro dell'attenzione del mondo".

I risultati scarsi della controffensiva militare, la prospettiva di un nuovo rigido inverno sotto la neve e sotto le bombe, non ha però scalfito lo spirito degli ucraini. In questo paese non è solo in gioco il futuro di qualche regione, come il Donbass e la Crimea, ma la possibilità stessa di esistere come Stato indipendente.

"La guerra dura da molto tempo, lo sappiamo – sottolinea Oleg – mese dopo mese i paesi che ci supportano si dimenticano di noi, ma senza di loro io non posso immaginare cosa sarà di noi un domani".

Eppure il peso della guerra riesce ad avere anche delle immagini fortissime pure se non si è al fronte. Il cimitero di Lychakiv a Leopoli è il cimitero monumentale della città. Con lo scoppio della guerra i posti per i defunti si sono esauriti in poco tempo, e così si è iniziato a seppellire nel piazzale davanti al cimitero. In due anni l'intero piazzale è diventato una distesa di fosse. Tutti militari morti in guerra.

Un impatto visivo fortissimo, con la distesa di fosse, ognuna con la bandiera ucraina e quella del proprio reggimento, oppure quella "banderista" rossa e nera. Ogni blocco è un mese di guerra, i primi all'inizio del piazzale sono quelli morti a marzo 2022, alla fine del piazzale, a perdita d'occhio, ci sono quelli morti ad ottobre 2023.

"Il sogno di ogni persona è che la guerra finisca e ci sia la pace" ci dice Oleg. "Anche io spero che domani finisca la guerra – ci dice Laryssa – ma poi mi chiedo, con quale pace? Non si può fare la pace con la Russia, noi non ci fidiamo di Putin. Per questo dobbiamo resistere". La fotografia di una tragedia che rischia di durare un tempo ormai indefinito.

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