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Spionaggio, droni e simulazioni delle forze speciali: così è stata preparata la cattura di Maduro a Caracas

L’operazione che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro è stata preparata per mesi da un selezionato gruppo di agenti della CIA, che ha operato a Caracas spiando i movimenti del presidente venezuelano fino al blitz di ieri.
A cura di Davide Falcioni
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Il tentato colpo di stato in Venezuela e la cattura del suo presidente Nicolas Maduro non sono stati il frutto di un'operazione "lampo", bensì di una preparazione lunga mesi, condotta dagli statunitensi nell'ombra più totale e senza alcuna copertura diplomatica e tantomeno legale.

Il primo tassello è stato l’ingresso clandestino in Venezuela di un gruppo selezionato di agenti della CIA. Con l’ambasciata americana chiusa e senza le tutele garantite dall’immunità diplomatica, le spie hanno operato in condizioni estremamente difficili, muovendosi soprattutto nella capitale Caracas senza attirare l’attenzione. Il loro compito non era colpire, ma osservare: ricostruire le abitudini del presidente, i suoi spostamenti, le misure di sicurezza e le variazioni quotidiane della sua routine.

Nel tempo, come ricostruisce il New York Times, quell’attività di intelligence ha prodotto un quadro sorprendentemente dettagliato. Fonti umane interne al cerchio presidenziale e l’uso di droni hanno consentito di ridurre l’imprevedibilità di un leader – Maduro – che, consapevole del rischio, cambiava spesso rifugio. Ogni informazione è stata verificata e incrociata, perché l’intera operazione avrebbe potuto reggersi su una sola certezza: sapere dove fosse Maduro nel momento decisivo.

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Parallelamente, il dossier è passato dal piano informativo a quello operativo. Le forze speciali americane hanno iniziato a prepararsi a uno scenario che veniva considerato tra i più complessi possibili: un’incursione notturna nel cuore di uno Stato ostile, con difese aeree attive e un alto rischio di vittime collaterali. Gli uomini della Delta Force hanno simulato l’azione più volte, addestrandosi su una riproduzione fedele del complesso presidenziale, fino a ridurre al minimo i tempi di ingresso e di estrazione.

Sul piano politico, la linea ufficiale è rimasta prudente. L’amministrazione americana ha ripetutamente dichiarato di non puntare al cambio di regime, spostando invece l’attenzione  sulla lotta al narcotraffico. Dietro le quinte, però, si stava preparando un vero e proprio golpe, soprattutto dopo il fallimento degli ultimi tentativi diplomatici, inclusa un’ipotesi di uscita negoziata di Maduro dal Paese.

Quando le condizioni sono apparse favorevoli, la macchina militare si è mossa. Nelle ore precedenti al raid, gli Stati Uniti hanno intensificato la presenza di mezzi nella regione, segnale che per gli osservatori indicava una scelta ormai irreversibile. Il momento è stato calibrato su più fattori: condizioni meteo, ridotta presenza di funzionari venezuelani in servizio e conferma definitiva della posizione di Maduro.

L’operazione è stata preceduta da un’azione cibernetica che ha lasciato al buio ampie zone di Caracas, aprendo la strada a velivoli e droni. I primi colpi hanno colpito radar e sistemi di difesa aerea per creare un corridoio sicuro agli elicotteri delle forze speciali. Solo a quel punto è iniziata la fase finale: l’assalto al compound presidenziale.

In pochi minuti, gli uomini della Delta Force hanno fatto irruzione nell’edificio. Maduro ha tentato di raggiungere una zona protetta, ma senza riuscirci. L’operazione si è chiusa rapidamente: il presidente venezuelano e la moglie sono stati prelevati e trasferiti fuori dal Paese, prima su una nave militare e poi negli Stati Uniti.

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