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Il caso Epstein

Perché Trump è l’asset perfetto di Putin (e cosa c’entrano gli Epstein Files)

Mentre gli Epstein Files rivelano come denaro, sesso e intelligence abbiano creato un network sovranista globale, con contatti tra Russia, America, Israele ed Europa e piena impunità per i protagonisti, l’ex capo dei servizi segreti kazaki racconta a Fanpage.it che Trump sarebbe da 40 anni un uomo di Mosca.
A cura di Riccardo Amati
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Nome in codice: Krasnov. “Il nome vero nel fascicolo non c’era. Non ci sono mai i nomi degli asset”, spiega a Fanpage.it l’ex funzionario del Kgb, Alnur Mussayev.

“Ma di Krasnov c’era una descrizione precisa: quarant’anni, newyorkese, ambizioso magnate dell’edilizia, sposato con una donna cecoslovacca”. Sembra quasi una fotografia. Per di più, Krasnov è un cognome che richiama il colore rosso, nella lingua di Tolstoy. Secondo Alnur Mussayev “il rosso” del fascicolo che dice di aver visto nel 1987 era Donald Trump.

Un’internazionale sovranista

Gli Epstein Files raccontano uno scenario mostruoso e vasto. C’è di tutto. E ce n’è per tutti. Da Mosca a Tel Aviv, passando per le piccole e grandi capitali del denaro e del crimine. Stati nemici, forze politiche opposte e individui più o meno potenti ora scelgono i pezzi che servono per tirare acqua al loro mulino.

“Basta prendere alcune parti dei file e interpretarli, o girarne il significato, per sostenere particolari narrative o bolle mediatiche”, nota l’analista del rischio Igor Danchenko, esperto di intelligence.

C’è però un filo conduttore che resiste a ogni spin. È alimentato da un enorme quantità di denaro. E unisce deliri plutocratici al disegno di un fronte dei sovranismi fascistoidi. Non emerge solo dalle conversazioni di Jeffrey Epstein con il guru della alt-right Steve Bannon, e dai riferimenti al sostegno finanziario alla Lega di Salvini e al partito della Le Pen. C’è molto di più.

Nei file ci si vanta di controllare il Parlamento Europeo. Epstein e il tycoon della Silicon Valley Peter Thiel gioiscono della Brexit. Vorrebbero la distruzione dell’UE. E dell’Occidente come lo conosciamo. Concetti ricorrenti, in quel circo della vergogna.

Élite contro le élite. Una specie di Internazionale sovranista. Paradossi postmoderni. Per scelta o per caso, in linea con molte posizioni del regime al potere in Russia. No al multilateralismo. Valori tradizionali. Nuovo ordine mondiale. Politica di potenza.

Nel nome del Cremlino

Il punto non è quante volte Vladimir Putin e la Russia siano citati nei file, anche se sono decine di migliaia. Conta come questa gente la pensasse, e cosa facesse per plasmare il mondo secondo i suoi comodi. E la frequente coincidenza di interessi col Cremlino è evidente. Il bello è che lo si sapeva. “Non ci vedo niente di più di quanto sia noto da tempo, e da tempo ben compreso”, dice a Fanpage.it Danchenko.

Igor Danchenko è stato il principale collettore dell’intelligence contenuta nel Dossier Steele. Era l’inizio del 2017. Il documento fece tremare l’America indicando che il suo nuovo presidente era stato “coltivato, sostenuto e assistito da Mosca per creare divisioni negli USA e nella NATO”. Si leggeva che i russi tenevano in pugno Donald Trump con un kompromat. Informazioni compromettenti. Di pesante natura erotica. Una tecnica per controllare amici e nemici. Molto collaudata.

Il Dossier Steele è stato screditato. Difettava di prove. Non era roba da portare in un’aula di tribunale. Era intelligence. Cosa diversa da un’inchiesta giudiziaria. Danchenko fu incriminato “per aver mentito all’FBI sulle sue fonti”, ma “non sulle informazioni raccolte”. Fu poi scagionato da ogni accusa.

“Ve l’avevo detto”, potrebbe affermare oggi. Si limita a notare come i media siano ossessionati dagli Epstein Files. Anche in Russia. “Eppure non è una soap opera. È una tragedia. E non dovrebbe sorprendere nessuno”.

La spia kazaka

Alnur Mussayev.
Alnur Mussayev.

Alnur Mussayev non è sorpreso. “Certo che esiste un kompromat su Krasnov, ossia Donald Trump”, afferma in videoconferenza. “Molto solido, e riguarda più di un episodio”.

Mussayev parla senza muovere i muscoli del viso. Ha tratti orientali. È stato il capo del KNB, il servizio segreto del Kazakistan. Ai tempi dell’Unione Sovietica, ha fatto carriera nel KGB. Dopo l’indipendenza del suo Paese, ha lavorato ai piani alti del ministero dell’Interno. Nominato assistente del presidente Nazarbayev, ne ha guidato il servizio di sicurezza. Ha 71 anni. Vive in esilio, a Vienna.

“Con pazienza, nel corso di molti anni, i servizi russi hanno sostenuto l’ascesa di Trump fino alla Casa Bianca”, sostiene. “Trump era sotto osservazione già dalla fine degli anni ’70”, continua Mussayev. “Diversi dipartimenti del KGB si occupavano di lui: il Primo Direttorato (intelligence estera: l’attuale SVR, ndr), l’StB in Cecoslovacchia e il Secondo Direttorato. Nel 1987, sulla base di tutto questo materiale, Trump fu reclutato. Ho visto il fascicolo con i miei occhi e ho parlato con i funzionari che lo gestivano”.

Mussayev era nel Sesto Direttorato del KGB. Controspionaggio economico e sicurezza industriale. Non era quindi coinvolto direttamente in operazioni di reclutamento all’estero. Quella era riserva di caccia del Primo Direttorato.

L’asset ideale

"Non so cosa oggi lo spinga a parlare, ma Mussayev è credibile”, commenta a Fanpage.it una persona che per decenni ha spiato la Russia sul campo e come dirigente di un servizio segreto occidentale. “Al Sesto Direttorato può aver visto documenti su uomini d’affari che il KGB aveva avvicinato o voleva avvicinare”.

Trump nel 1977 sposa Ivana Zelnickova. Dagli archivi di Praga è emerso che i servizi di sicurezza cecoslovacchi iniziarono subito a indagare. Il KGB ne era stato al corrente.

Secondo quanto scrive Craig Unger in American Kompromat (Penguin, 2021), nei primi anni ’80 Trump ha già a che fare con persone vicine ai servizi russi. Affari. Appartamenti nella Trump Tower. Pagati in cash. Riciclaggio, sostiene Unger. L’imprenditore immobiliare diventa miliardario.

Nel 1984 il generale Vladimir Kryuchkov, capo del Primo Direttorato del KGB, deve migliorare l’efficacia dei suoi agenti in America. Teme un attacco nucleare USA. Invia memoranda top secret alle rezidentura (quartier generale dei servizi russi all’estero, ndr) di New York, Washington e San Francisco.

I documenti, poi trapelati e pubblicati (Andrew – Gordievsky, Comrade Kryuchkov’s Instructions, Stanford 1994) ordinavano il reclutamento di agenti o contatti confidenziali per influenzare la politica estera a favore dell’URSS. Si suggeriva di usare “denaro e adulazione”. Di scegliere soggetti “pieni di arroganza, egoismo, ambizione o vanità”. E anche questa sembra una fotografia dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Del possibile asset interessava l’atteggiamento verso l’altro sesso: “Ha l’abitudine di avere relazioni extraconiugali”? Meglio se aveva da nascondere “attività illegali o intrighi”. Materiale da kompromat.

Agente d’influenza

Fatto sta che nel 1987 Donald Trump viene invitato a Mosca. Ufficialmente, per considerare la possibilità di costruire un hotel di lusso. Non se ne farà di niente. Al ritorno negli USA, millanta di aver incontrato Mikhail Gorbachev e di essere in grado di trattare con il leader russo sulle armi nucleari.

Vorrebbe candidarsi alle presidenziali. Desiste quasi subito. Ma compra per 100mila dollari pagine sui maggiori quotidiani statunitensi in cui propone una politica estera che di fatto smantellerebbe l’alleanza occidentale stabilita nel Dopoguerra. Nel quartier generale del KGB di Yasenevo, la “Langley russa” alla periferia di Mosca, si celebra la prima operazione del nuovo asset americano — dirà a Craig Unger l’allora agente del Primo Direttorato Yuri Shvets. Che era presente.

“In termini di intelligence, esistono diversi tipi di agenti”, spiega lo 007 occidentale sentito da Fanpage.it. “Gli agenti facilitatori, che procurano soldi e strutture. Gli agenti sotto copertura, che forniscono informazioni riservate. E ci sono gli agenti d’influenza, che incidono sulla politica tramite contatti ad alto livello. E magari diventano potenti, in grado di agire direttamente ai più alti livelli. Trump all’inizio è stato un agente facilitatore, poi un agente d’influenza. Oggi è un contatto di alto livello. E no, non è mai stato un agente segreto in senso stretto”.

Corruzione no limits

Secondo Alnur Mussayev, l’amministrazione Trump ha deciso di pubblicare gli Epstein Files per “disinnescare” il kompromat sul presidente. “Una volta reso pubblico, perde efficacia. Tutto si gioca sul fatto che la persona compromessa sa di esserlo, sa cosa la controparte ha in mano, e agisce di conseguenza”. Un gioco pericoloso. Se fosse come dice il kazako, quel che Putin ha sull’amico americano è peggio di quel che sta venendo fuori dai file.

Craig Unger fa il giornalista investigativo da cinquant’anni. Ha raccontato l’involuzione della democrazia statunitense da George W. Bush in poi. Ha scritto un libro su Epstein e due libri su Trump, in cui si parla anche di Epstein. “Quando è uscito American Kompromat mi hanno dato del complottista”, ricorda a Fanpage.it. “Eppure non mi ero immaginato neanche lontanamente le schifezze che stanno emergendo: la corruzione è su una scala enorme. Ci sono senz’altro collegamenti con l’intelligence russa e con quella israeliana. Alla fine, Epstein lavorava soprattutto per se stesso. Ma aveva una rete che coinvolgeva l’élite globale”.

Se la democrazia muore di impunità

Il problema è che viviamo in un mondo in cui vale sempre meno l’obbligo di rendere conto delle proprie azioni. “L’erosione dei meccanismi di controllo e dei contrappesi che un tempo imponevano limiti al potere è stato un processo continuo, negli ultimi anni”, nota Unger. Uno dopo l’altro, gli argini sono caduti. “Anche per questo Trump ha potuto accumulare potere: il settore immobiliare è diventato un mezzo ideale per far circolare e ripulire miliardi e miliardi di dollari”.

“Oggi è improbabile che la giustizia indaghi su Trump come possibile agente d’influenza russa. È sostanzialmente al sicuro”, constata lo 007 occidentale.

“Altre figure di vertice e miliardari della finanza risultano compromessi, ma compaiono poco nei documenti resi pubblici”. Probabile che la scampino. A partire dall’ex primo ministro di Israele Ehud Barak. Molti i suoi contatti con Epstein. Nessuna accusa giudiziaria. Probabilmente, nessuna prova.

“Il sistema Epstein contava sull’impunità. È la caratteristica centrale de alla sua rete”, conclude Craig Unger. “Ed è ciò che sta distruggendo la democrazia”.

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