“Per gli USA si sta mettendo male in Iran, Trump deve fare un passo indietro”: l’analisi di Toninelli

"In Iran, per gli Stati Uniti, si sta mettendo male. Per questo Trump dovrebbe fare dei passi indietro e quindi fare delle concessioni a Teheran, anche sul nucleare. Cosa potrebbe succedere? O ci sarà un'operazione di terra o il presidente dovrà in qualche modo fare dietrofront".
A parlare è Luigi Toninelli, ricercatore ISPI dell'Osservatorio Medioriente e Nord Africa, che a Fanpage.it ha commentato gli ultimi risvolti della guerra di USA e Israele contro l'Iran, mentre continuano i bombardamenti da una parte e dall'altra e soprattutto mentre lo Stretto di Hormuz è ancora nelle mani degli iraniani, con pesanti conseguenze sui mercati globali.
Quale è l'obiettivo finale di Trump?
"Donald Trump fa dichiarazioni che contraddicono quelle precedenti in continuazione. Solamente ieri ha detto che la leadership iraniana è diventata più moderata, che è pronta a raggiungere un accordo, che hanno già praticamente completato i loro obiettivi, ma allo stesso tempo ha precisato che ancora proseguiranno con i bombardamenti massicci per almeno altre due o tre settimane. Sta anche preparando un'invasione di terra, che diventa sempre più probabile, quindi capire esattamente cosa voglia raggiungere Trump nello specifico è difficile dirlo. Quello che sappiamo, però, è che per gli Stati Uniti lì si sta mettendo male".
Quanto male?
"Prima di tutto, rispetto alla situazione sul campo: gli USA pensavano di poter risolvere questa guerra in pochi giorni o settimane, invece hanno trovato dall'altra parte un attore che resiste e anzi rilancia la posta in gioco e allarga il conflitto. Quindi il problema per gli Stati Uniti ora è uscirne, ma non hanno ancora capito che per farlo devono fare delle concessioni".
Che genere di concessioni?
"La via negoziale è, ovviamente, quella privilegiata ed è l'unica probabilmente che può permettere un'uscita abbastanza celere dal conflitto, ma serve che gli Stati Uniti in qualche modo facciano dei passi indietro, che devono riguardare sicuramente un accordo di sicurezza che preveda che non si ripetano attacchi nei confronti della Repubblica Islamica nei prossimi mesi perché questa è al momento la principale preoccupazione per Teheran. Il fatto, cioè, che tra 6 mesi o un anno magari gli USA tornino ad attaccare e si ritorni al punto di partenza.
Una seconda questione su cui si potrebbe fare delle concessioni è sicuramente quella relativa al nucleare. Già con la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno gran parte del programma nucleare iraniano era stato distrutto, per cui proprio per questo raggiungere un accordo che evitasse un arricchimento nucleare per scopi militari con maggiori controlli statunitensi era possibile. Ma anche l'Iran, dal canto suo, dovrebbe arrivare a dei compromessi. Ora, a complicare il quadro c'è anche la questione di Hormuz, perché gli iraniani ovviamente pensano di aver preso il controllo dello Stretto e vogliono mantenerlo. Al momento è più complicato raggiungere un accordo negoziale, le parti dovrebbero in qualche modo cedere qualcosa".
Lei ha parlato di passi indietro degli USA e anche dell'Iran. Cosa ci dice invece di Israele?
"Gli israeliani temono che gli Stati Uniti a un certo punto possano sganciarsi dal conflitto contro l'Iran e li abbandonino. Questa è la preoccupazione più grande, questo è quello che anche la lobby israeliana negli Stati Uniti sta cercando di evitare che accada, perché laddove venisse lasciato sol, Israele non può proseguire la guerra e soprattutto la fine del conflitto deve avvenire in maniera coordinata, altrimenti si rischia di cadere in una sorta di circolo vizioso.
Al di là dell'Iran, il vero problema per Israele è quello che sta avvenendo nel Sud del Libano, perché Teheran vuole legare anche quel fronte di conflitto a un eventuale de-escalation, mentre Tel Aviv è contraria, perché i suoi piani sono quelli di andare a occupare, probabilmente, una grossa parte del sud del Libano senza porsi i limiti temporali di quando finirà questa occupazione per mantenere una zona di sicurezza, una sorta di cuscinetto, per preservare tutto ciò che sono le cittadine e gli agricoltori del nord di Israele.
Ecco, questo è problematico sia perché viola qualsiasi regola del diritto internazionale, sia perché Hezbollah – nonostante sia profondamente indebolito – sta colpendo e sta infliggendo perdite a Israele. La dottrina di sicurezza adottata dalla nuova leadership militare e politica israeliana, dopo l'attacco del 7 ottobre 2023, è quella di una guerra senza tempo, di una guerra perenne per garantire la sicurezza internamente, aumentando anche la propria estensione territoriale, il controllo di altre zone di influenza per garantirsi la sicurezza lungo i confini. Questa strategia rischia di perpetuarsi e di trasformarsi in una guerra appunto senza tempo.
Un'altra cosa che però bisogna sottolineare è che Israele a breve andrà a elezioni e la popolazione israeliana, pur essendo ancora fortemente legata e d'accordo con la decisione della leadership attuale di proseguire questa guerra, potrebbe sganciarsi e passare a delegittimarla".
Prima ha menzionato Hormuz. Stamattina sarebbe passata una nave di proprietà francese. È come se l'Iran stesse usando lo Stretto per isolare Trump. Ci sta riuscendo?
"Sì, ci è sicuramente già riuscita quando gli Stati Uniti hanno chiesto una missione internazionale e il supporto di alcuni paesi NATO per difendere lo stretto di Hormuz, per ripristinare la navigabilità e sottrarlo al controllo iraniano, e gli iraniani gli hanno detto no. È complicato: vai a mettere dei militari in un fazzoletto di mare esponendoli a rischi di devastazione, morte e ingenti danni economici. Proprio per questo dai paesi europei è arrivata una risposta negativa. In questo senso, l'Iran ha favorito uno scollamento tra le posizioni statunitensi e quelle della maggior parte dei paesi europei e della NATO".
Cosa potrebbe succedere nelle prossime settimane?
"Lo vedremo. Al momento lo Stretto è praticamente sotto il controllo iraniano che concede solamente alle navi che vuole di passare, previo anche – sembra – il pagamento di una grossa somma di denaro per il transito. Questo è ciò che vuole riconquistare Donald Trump e proprio qui dovremmo aspettarci forse un attacco statunitense, probabilmente lungo quella serie di isole che sono sotto la giurisdizione iraniana e che sono ubicate nello Stretto. Sarebbe una opzione militare abbastanza complessa e dal possibile impatto devastante, che potrebbe sottoporre gli Stati Uniti a pesanti perdite militari".
Secondo lei, fino a quando Trump potrà ancora andare avanti?
"È difficile dirlo, perché sembra che con le sue dichiarazioni voglia da una parte calmare i mercati, ma concretamente non fa nulla per proseguire in questa direzione. Al momento sembra intenzionato ad andare avanti, al di là di qualsiasi impatto economico.
Io – personalmente – non credo che l'ex tycoon possa proseguire questa guerra in maniera perenne senza alcun tipo di limite e continuando a far aumentare i prezzi del petrolio senza alcun margine di essere bloccato. Penso invece che nelle prossime settimane o ci sarà un'operazione di terra o dovrà in qualche modo tornare indietro. È però molto difficile che Trump riesca ad accettare un accordo con l'Iran che non preveda il raggiungimento di tutte quelle clausole che ha posto e al momento gli iraniani, dal canto loro, non sembrano disposti a concedergli tutte tutto quello che Trump vorrebbe ottenere".