“Non vergognatevi mai”: cos’ha detto Gisèle Pelicot, stuprata da 51 uomini, nella sua prima intervista in tv

"La vergogna ti si attacca addosso, ti si attacca alla pelle. E questa vergogna è una doppia condanna, è una sofferenza che ti infliggi da sola". A parlare – nella sua prima intervista televisiva, rilasciata all'emittente France 5 – è Gisèle Pelicot, la donna francese per quasi un decennio abusata da almeno 51 uomini dopo essere stata pesantemente sedata dal marito Dominique, in seguito condannato a 20 anni di carcere per stupro aggravato. Gisèle, oggi diventata un'icona femminista in grado di trasformare un violentissimo trauma in una battaglia di civiltà, ha non a caso aggiunto: "Mi sono detta che lottare contro tutto questo a livello individuale significava anche lottare per la collettività. Ho pensato che se ci sono riuscita io, anche altri potevano farcela… Il mio messaggio di speranza per tutte le vittime è: non vergognatevi mai".
L'intervista a Gisèle Pelicot arriva mentre la donna è impegnata nella promozione del suo libro di memorie, in uscita in tutto il mondo e tradotto in 22 lingue, del quale ieri Le Monde ha anticipato alcuni passi. Nel volume, Pelicot torna sulla sua vicenda durata quasi 10 anni, in cui è stata drogata a sua insaputa dall'ex marito, Dominique Pelicot, poi violentata da lui e da decine di uomini che egli stesso reclutava su Internet.

Il libro è intitolato "E la gioia di vivere", uscirà il 17 febbraio ed è firmato dalla Pelicot con la giornalista e romanziera Judith Perrignon. "Quando ripenso al momento in cui ho preso la decisione (di aprire al pubblico il processo, ndr) – si legge in uno dei passi anticipati – mi dico che se avessi avuto 20 anni di meno, non avrei forse osato rifiutare le porte chiuse. Avrei temuto gli sguardi, quei maledetti sguardi con i quali una donna della mia generazione ha sempre dovuto fare i conti".
"Forse – continua Pelicot – la vergogna svanisce più facilmente a 70 anni, e più nessuno fa attenzione a voi. Non lo so. Non avevo paura delle mie rughe, né del mio corpo". Durante il processo, racconta di "aver avuto voglia di averlo (il marito, ndr) davanti a me. Per gli altri (gli stupratori, ndr) temevo il loro numero. Più il processo si avvicinava, più immaginavo di diventare ostaggio dei loro sguardi, delle loro menzogne, della loro vigliaccheria e del loro disprezzo. Ma non li avrei protetti chiudendo la porta?", si chiede.
Fra i passi più impressionanti del volume, quelli in cui descrive la sua incredulità nello scoprire, in commissariato, le foto di lei stessa durante le violenze subite in stato di "sottomissione chimica": "Non riconoscevo quegli individui. Né quella donna. Aveva le guance flosce. La bocca molle. Era una bambola di stoffa".