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Mojtaba Khamenei nuova Guida Suprema non è una buona notizia per l’Iran e per la fine della guerra

La nomina di Mojtaba Khamenei a Guida suprema dell’Iran è una prova di forza della Repubblica islamica: contro Usa e Israele e contro le proteste interne, che ha sempre represso nel sangue.
A cura di Giuseppe Acconcia
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Mojtaba Khamenei, il secondogenito di Ali Khamenei, è la nuova guida suprema iraniana. Dopo giorni di ritardo e la cancellazione finora dei funerali del padre, l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri eletti, ha annunciato il nome del nuovo leader religioso e capo delle forze armate del Paese.

Come si è arrivati a questo voto

La durata e le modalità con cui è avvenuta questa nomina rispecchiano la fase estremamente delicata che attraversa il paese in seguito agli attacchi di Stati Uniti e Israele, avviati il 28 febbraio scorso. E quindi questo voto di per sé è da considerarsi come una prova di forza del sistema della Repubblica islamica.

Le votazioni si sono svolte in molte occasioni da remoto, dopo il bombardamento che ha distrutto la sede dell’Assemblea nella città santa di Qom. Di sicuro la nomina di una figura così rilevante per il sistema politico iraniano, avvenuta in un contesto di guerra, è un unicum nella storia contemporanea. Anche l'attesa di giorni per arrivare a questo annuncio, già abbondantemente preannunciato, nasconde sicuramente un negoziato dietro le quinte tra élite politica, militare e civile. Di sicuro i pasdaran hanno avuto la meglio per i legami consolidati che hanno con Mojtaba che ha coltivato ottimi rapporti sia con i business tecnocrati sia con l’apparato militare.

Lo scontro tra politici e militari

Questo scontro interno si è manifestato nei giorni scorsi in particolare tra la presidenza della Repubblica e i militari. Lo scontro politico si è incendiato con le dichiarazioni del presidente moderato, Masud Pezeshkian, uno dei tre membri del Consiglio ad interim che ha guidato il Paese in questi giorni, che ha auspicato la mediazione dei paesi arabi vicini per arrivare alla descalation, chiedendo “scusa” per gli attacchi iraniani nel Golfo. Nonostante le sue dichiarazioni, interpretate da Trump come un’ammissione di resa, hanno fatto seguito numerosi altri raid iraniani nella regione, dall’Arabia Saudita agli Emirati Arabi Uniti, anche domenica sera.

La rivalità tra Larijani e Qalibaf

Il secondo scontro interno, prima della nomina di Mojtaba, si è registrato tra Ali Larijani, Segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, che ha invece sostenuto la candidatura di suo fratello Sadeq Larijani, ponendo un veto su Mojtaba, appoggiato invece da Mohammad Qalibaf, l’ex sindaco conservatore di Teheran.

Questa rivalità potrebbe nascondere anche un’altra resa dei conti, quella con il leader delle milizie al-Quds, Esmail Qaani, che secondo fonti di stampa potrebbe essere stato la talpa che ha permesso a Israele di realizzare gli omicidi mirati che hanno decimato la leadership dell’Asse della Resistenza negli ultimi due anni.

Chi è Mojtaba

La nomina della guida suprema, secondo la Costituzione, dovrebbe arrivare in seguito a un’attenta valutazione delle credenziali religiose dei candidati. Al momento della nomina di Ali Khamenei nel 1989, non sono state poche le controversie sulla sua esperienza religiosa, considerata troppo limitata per ricoprire la carica di faqih, la guida religiosa suprema che, secondo le regole dettate da Khomeini, ha un potere assoluto sulle decisioni politiche.

In questo caso le condizioni in cui si sono svolte le discussioni dell’Assemblea sono state di estrema precarietà. Per non parlare poi delle influenze esterne sul voto con Trump che avrebbe voluto avere un ruolo nella nomina del successore di Khamenei, dicendosi contrario alla successione a Mojtaba e favorevole a candidati moderati e riformisti, molto indeboliti negli ultimi anni, e con Israele che ha già condannato a morte il suo successore chiunque sia.

Gli anni al fianco del padre

È la prima volta dal 1979 che l’incarico di guida suprema passa di padre in figlio. Mojtaba, 56 anni, non ha mai ricoperto una carica elettiva prima d’ora, mentre suo padre è stato presidente della Repubblica prima di diventare guida suprema. Sebbene sia sempre stato al centro dei processi decisionali, Mojtaba Khamenei si è sempre tenuto lontano da incarichi pubblici.

Nato nella città santa sciita di Mashhad nel 1969, è cresciuto all’ombra del padre, studiando teologia nei seminari di Qom. Negli anni Ottanta ha partecipato alla sanguinosa guerra Iran-Iraq.

Tra influenze e repressione

Mojtaba Khamenei è sempre stato un punto di riferimento per la cerchia di religiosi che ha contornato il padre durante la vita, coltivando buoni rapporti con i tecnocrati di Hashemi Rafsanjani e Hassan Rouhani ma soprattutto con i pasdaran e il corpo scelto dei Guardiani della rivoluzione (Irgc).

Già nel 2009 Mojtaba venne accusato dai politici riformisti di essere stato tra i protagonisti della repressione politica nella cosiddetta “Onda verde” contro la seconda elezione dell’ex presidente, Mahmud Ahmadinejad, coprendo i brogli elettorali denunciati dai manifestanti. E così, secondo molti analisti Mojtaba rappresenta la continuità con le politiche conservatrici del padre con una propensione ancora più marcata verso l’ala ultraconservatrice che ha represso nel sangue le varie ondate di mobilitazioni che hanno attraversato il Paese.

Contro i movimenti antiregime

D’altra parte, il presidente degli Stati Uniti non si è detto interessato a un cambio di regime in Iran. Trump non sembra intenzionato, come invece vuole Israele, a rovesciare la Repubblica islamica come hanno chiesto le migliaia di giovani che hanno manifestato dal 28 dicembre e fino a pochi giorni prima degli attacchi nelle università di Teheran.

Tuttavia, Trump vorrebbe una transizione sul modello venezuelano che gli permetta di mantenere un controllo sul Paese, sulla sua leadership politica, e di fare affari nel mercato petrolifero. Per questo la nomina di Mojtaba Khamenei potrebbe significare un proseguimento ulteriore del conflitto.

L’Iran non si arrenderà

Il regime iraniano non si arrenderà perché questo vorrebbe dire la fine dello stato per come lo conosciamo. Il rischio è che il Paese venga frammentato con le spinte indipendentiste dei curdi nelle province del Kurdistan, degli arabi nel Khuzestan e dei baluchi nel Sistan e Baluchistan. Non solo, chi sostiene il regime ritiene l’ingerenza statunitense e israeliana come sinonimo di una nuova fase di colonizzazione del paese, osteggiata con la rivoluzione del 1979.

Fin qui quindi non si sta combattendo una guerra per procura, come in Siria, ma uno scontro aperto tra superpotenze, sullo schema del “Grande Gioco” di Peter Hopkirk con il coinvolgimento graduale ma sempre più evidente anche della Russia, impegnata a fornire informazioni di intelligence a Teheran, e della Cina, interessata al mercato petrolifero del paese.

Una svolta nella guerra

Eppure, gli attacchi ai depositi e alle raffinerie di petrolio da parte israeliana lo scorso sabato con effetti devastanti sull’ambiente hanno segnato una nuova fase del conflitto in cui Israele vorrebbe spingere di nuovo gli iraniani a scendere per strada contro il regime, in particolare l’élite finanziaria che fa affari nel mercato petrolifero. Dopo i raid nel 28 febbraio, oltre i festeggiamenti di una parte della popolazione in seguito all’uccisione di Khamenei, non si sono viste tuttavia grandi manifestazioni antiregime, in un contesto di gravi limiti alla sicurezza e bombardamenti.

A pagare le conseguenze del prolungamento del conflitto sono ancora una volta gli iraniani, come hanno dimostrato i raid contro la sede della Mezzaluna Rossa a Teheran, insieme a 13 ospedali, e all’impianto di desalinizzazione di Qeshme. La nuova guida suprema Mojtaba Khamenei avrà grandi difficoltà di movimento perché potrebbe essere facilmente oggetto di raid mirati israeliani. In più dovrà sanare i conflitti tra élite che lacerano in questa fase il sistema politico iraniano.

Inoltre, dovrà dimostrarsi capace di guidare le forze armate nonostante la politica del caos che hanno deciso di perseguire nel Golfo. Non solo, dovrà essere in grado di fronteggiare le richieste statunitensi in tema di abbandono delle velleità nucleari. Ma più di ogni altra cosa dovrà convincere gli iraniani contrari alla Repubblica islamica che esiste uno spazio rilevante anche per loro altrimenti in men che non si dica rischia di fare la fine di suo padre.

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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente. Insegna Stato e Società in Nord Africa e Medio Oriente all’Università di Milano e Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze politiche all’Università di Londra (Goldsmiths), è autore tra gli altri de “Taccuino arabo” (Bordeaux, 2022), “Le primavere arabe” (Routledge, 2022), Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), Il grande Iran (Padova University Press, 2018).
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