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Guerra in Ucraina

“L’intervista di Carlson a Putin un fallimento per il Cremlino”: parla l’ex collaboratore Abbas Gallyamov

L’ex collaboratore di Vladimir Putin, Abbas Gallyamov, commenta a Fanpage.it l’intervista rilasciata dallo zar al giornalista americano Tucker Carlson: “L’operazione non convincerà nessuno, perché l’ex anchor di Fox News non è credibile. In Russia la gente ride perché si è dovuto chiamare uno statunitense per far vedere che il presidente è ancora un vero leader mondiale”.
A cura di Riccardo Amati
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Tucker Carlson intervista Vladimir Putin.
Tucker Carlson intervista Vladimir Putin.
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"L'operazione Carlson" del Cremlino "è fallita". All’estero, "data la poca credibilità dell’intervistatore e delle sue domande, ha convinto solo chi già sosteneva Putin". E all’interno, "il solo fatto di dover ricorrere a un’intervista con uno statunitense famoso per migliorare l’agenda e sbandierare pacifismo sarà preso con disincantata ironia dai russi".

Abbas Gallyamov ha studiato molti anni per capire cosa fa bene e cosa fa male a dire il capo del Cremlino. Dal 2008 al 2010 ne ha scritto i discorsi. Adesso è colpito soprattutto "dalla clamorosa esposizione dell’incompetenza di Carlson e delle bugie di Putin, lasciate senza contraddittorio", ha detto a Fanpage.it commentando l'intervista del giornalista americano Tucker Carlson a Vladimir Putin.

Alcuni momenti dell'operazione sono effettivamente comici. A un certo punto, Putin dice che il padre del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky nella seconda guerra mondiale ha combattuto con i nazisti. Carlson, zitto. Peccato che il padre di Zelensky è nato nel 1947 e la guerra era finita da un paio d’anni. Insieme alla Germania nazista.

Ma forse il passaggio più "divertente" è quando Putin si arroga il diritto e il piacere di prendere in giro l’americano ricordandogli che un tempo voleva entrare nella Cia. Carslon, ancora zitto. Ma la sua faccia era una tempesta di contrite emozioni. Forse non sapeva che il Cremlino era in possesso di questo non trascurabile kompromat su di lui. Non sapeva che, prima di fidarsi di qualcuno, a Mosca prendono tutte le informazioni possibili su di lui, e le peggiori se le tengono strette? "Tutta questa operazione ha un stile così sovietico. Compresa la voglia di far vedere agli americani che noi ne sappiamo più di loro", commenta a Fanpage.it Gallyamov.

Abbas Gallyamov.
Abbas Gallyamov.

Oltre ad annuire durante 25 minuti buoni di lezione sulla Storia dell’Ucraina, rivista e corretta dal capo del Cremlino e dai suoi storici di corte, l’ex presentatore della Fox è riuscito a far ripetere a Putin che lui non vuole altro che la pace. Alle sue condizioni. E che solo il diabolico Occidente, fornendo armi all’Ucraina, persegue la continuazione del conflitto. Una notizia però Carlson l’ha tirata fuori: Putin ha implicitamente riconosciuto che non punta più a una vittoria militare ma a un accordo, per concludere la sua “operazione militare speciale”.

Basta questo per definire l’ineffabile Tucker Carlson un giornalista? Non sappiamo rispondere. Ricordiamo solo che la stessa Fox, prima di licenziarlo in malo modo ha dichiarato in un tribunale che i suoi show televisivi "non esponevano fatti reali" e che il presentatore utilizzava "esagerazioni e commenti da non prendersi alla lettera" (caso Karen McDougal contro Fox News, 24 settembre 2020).

Dal canto suo, Abbas Gallyamov non ha dubbi sul “giornalismo” di Tucker Carlson. Fanpage.it ha parlato con il politologo russo al telefono dalla località mediorientale dove vive dopo essere emigrato insieme alla famiglia per motivi politici.

È stata un’intervista in ginocchio, quella di Carlson al presidente della Russia?

"Altro che in ginocchio. Praticamente ha tirato a lucido il pavimento del Cremlino".

Ma c’è la notizia: Putin ha detto che vuole un accordo con l’Occidente sull’Ucraina. Non punta più alla vittoria militare. Mica male come scoop…

"Sì, ma Putin non è sembrato sincero. L’ha detto poco chiaramente, nell’insieme del tono conciliatorio che ha dato a tutta l’intervista. Perché la guerra sta diventando molto impopolare, in Russia (secondo l’ultimo sondaggio dell’istituto statistico indipendente Levada, almeno il 50% della popolazione vorrebbe le pace subito, ndr). Putin sta cercando di disinnescare la principale minaccia che si trova oggi ad affrontare".

Quale minaccia?

"Quella che le elezioni presidenziali di marzo diventino un referendum sulla guerra. Ha paura di diventare il “candidato della guerra” e di prender meno voti di quelli che vorrebbe. Il suo trionfo deve essere totale. Non vuol perder voti nemmeno a favore dei candidati che si è scelto personalmente. Vuol far vedere che non è un folle guerrafondaio, che anche lui è per la pace, che non è un estremista ma una persona per bene".

E da questo punto di vista l’intervista avrà convinto i russi?

"Putin ha detto solo cose che i russi hanno già sentito. La propaganda gliela ripete ogni giorno in tivù. Quindi, i russi si fanno una domanda: ma perché Putin ha bisogno di un giornalista americano per dare un messaggio che viene dato da mesi? Da una parte, qualcuno penserà che allora non siamo troppo marginali: un personaggio molto famoso negli Usa viene qui a intervistare il presidente, quindi significa che Putin è ancora considerato tra i grandi della politica mondiale. E c’è un’altra considerazione da fare: l’intervista è servita a distrarre l’attenzione dall’agenda dominante in patria. L’esclusione di Boris Nadezhdin dalle elezioni. Tutti ne parlano e, anche per chi è favorevole a Putin l’impressione generale è che abbia paura a competere, che non voglia avversari. E che sia il candidato della guerra, appunto. E prima di Nadezhdin, a primeggiare nell’agenda c’era stata l’esclusione della Duntsova".

Ed è stato centrato il doppio obiettivo di far vedere ai russi che Putin è ancora considerato un grande leader e di riportarlo in “cima all’agenda”?

"No, non è tornato in cima all’agenda. E la gente, in Russia, ironizza sul fatto che con tutto il nostro insistere sulla sovranità abbiamo portato a Mosca un americano per far vedere quanto è importante Putin. In effetti, è paradossale. Il sentimento prevalente è l’ironia, su questa operazione".

E dal punto di vista della comunicazione verso l’esterno? Il video dell’intervista è stato già visto decine di volte e secondo alcune piattaforme addirittura centinaia di milioni di persone nel mondo. Se lei lavorasse ancora per Putin, considererebbe la “Operazione Carlson” un successo, per il Cremlino?

"La considererei un fallimento, in realtà".

Come sarebbe a dire, un fallimento?

"Perché chiunque abbia un minimo interesse per la politica e non sia un trumpiano nudo e crudo, da questo colpo mediatico non può che esser convinto una volta di più a ritenere che credere a Putin significhi aver poco rispetto per se stessi. In questo senso, il numero di visualizzazioni ha poco valore".

Ma negli Stati Uniti anche qualcuno che non è per Trump potrebbe dar credito a un personaggio così popolare come Carlson, no?

"Carlson non può esser definito come un mezzo efficace per raggiungere la maggioranza degli americani. Al Cremlino avrebbero dovuto trovar qualcosa di meglio. Qualche argomento nuovo a favore di Putin. Che invece nell’intervista ha detto cose già dette. Senza contraddittorio".

Forse l’intervista è riuscita a portare qualche voto in più a Trump, se potrà partecipare alle presidenziali di novembre. E la cosa converrebbe parecchio anche al Cremlino…

"Proprio il fatto che l’intervistatore non abbia mai ribattuto alle bugie di Putin, che non l’abbia mai messo all’angolo, esclude ogni presa sull’opinione liberale americana. Vedo che le reazioni dei media, da quelli centristi a quelli più liberal, è completamente negativa. Semmai, l’America esce da questo caso con una sempre maggior convinzione che Putin non è degno di alcuna fiducia".

E quindi secondo lei questa intervista non avrà proprio alcun effetto positivo per il Cremlino? Neanche sull’atteggiamento degli statunitensi nei confronti di Putin?

"In generale, per cercar di prevedere l'effetto di questa intervista si deve tener presente che è un bel po’ di tempo che Carlson fa propaganda per Putin, giustificandone ogni azione. Quindi, l’efficacia delle sue iniziative può esser valutata anche con i sondaggi. Ci sono, per esempio, i dati di Pew Research relativi al maggio scorso: quando è stato chiesto se credevano che Putin fosse in grado di fare qualcosa per migliorare il mondo, il 90% degli americani ha risposto che no, non poteva. I dati Gallup relativi ad agosto danno numeri simili: indice di gradimento del 5% tra i cittadini statunitensi; 90% di disapprovazione. Al Cremlino se ne facciano una ragione".

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