
Provate a farvi questa domanda: qual è la linea che definisce ciò che per me è moralmente accettabile da ciò che non lo è?
Bene: ora prendete un bambino di cinque anni che esce da scuola, il berretto blu a forma di coniglio, lo zaino di Superman, che viene prelevato da due poliziotti e usato come esca per arrestare sia lui sia suo padre, un uomo proveniente dall’Ecuador che viveva in America da anni, con un permesso di asilo attivo e nessun ordine di espulsione.
Oppure prendete una bambina di dieci anni che sta andando a scuola e che anziché entrare in classe con le sue amiche, i suoi amici, i suoi insegnanti, si ritrova due agenti che affiancano lei e sua madre per portarle in un centro di detenzione a migliaia di chilometri da casa loro, in Texas.
Ecco: questi due fatti da parte stanno del vostro confine che separa ciò che è moralmente accettabile da ciò che non lo è?
Perché è questo, in fondo, quel che dobbiamo chiederci quando sentiamo parlare di queste storie. Se quel che stanno vivendo i bambini del Minnesota, terrorizzati dall’idea di uscire per andare a scuola e non trovare più i loro genitori, o essere usati come esca per arrestarli, o essere arrestati a loro volta, è qualcosa che vorremmo accadesse anche nel nostro Paese, o meno.
Perché no, quel che stanno facendo il presidente americano Donald Trump e l’ICE – che pure hanno smentito, relativamente al solo bimbo di cinque anni, seppure numerose testimonianze affermano il contrario – non è l’aberrazione delle idee di chi dice “padroni a casa nostra”, “prima gli americani (o gli italiani)”, “remigrazione”, ma è semplicemente la loro realizzazione. La loro brutale, concreta realizzazione.
Torniamo alla domanda iniziale. Si può stare tra chi ritiene che quello che sta facendo l’ICE – omicidio a sangue freddo di Renee Nicole Good compreso – sia brutale, ma moralmente accettabile e politicamente giusto. Oppure si può stare tra chi pensa che Trump stia facendo cose che pensavamo aver seppellito assieme alle camicie nere o brune che fossero, qualche decennio fa.
L’unico posto in cui non si può stare è lì nel mezzo, tra gli ignavi, gli indifferenti, gli astenuti, quelli che non sanno e non rispondono. Perché quel che sta accadendo in Minnesota è una chiamata alle nostre coscienze. Perché l’unico posto in cui non si può stare, oggi, è sul confine ciò che moralmente accettabile, e ciò che non lo è.