video suggerito
video suggerito
Proteste in Iran

L’ex ambasciatore Mousavian: “Attacco all’Iran sarebbe un disastro, solo la diplomazia può fermare escalation”

Mentre sale la tensione in Iran, davanti al rischio sempre più alto di un’escalation, Fanpage.it ha intervistato Seyed Hossein Mousavian, ex ambasciatore iraniano in Germania, secondo cui se gli Usa o Israele colpissero i siti nucleari “sarebbe un disastro. Un’operazione militare rafforzerebbe le componenti più radicali e aprirebbe una spirale di ritorsioni difficilmente controllabile”.
Intervista a Seyed Hossein Mousavian
diplomatico iraniano e ricercatore alla Princeton University
A cura di Anna Germoni
0 CONDIVISIONI
Immagine
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

Tensione altissima in Iran. Secondo il canale israeliano 12, l’Aeronautica israeliana si sta preparando a un possibile errore di calcolo, in cui l’Iran potrebbe lanciare un attacco preventivo contro Israele, convinto che gli Stati Uniti abbiano già deciso un’azione militare imminente. Il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei si sarebbe rifugiato in un bunker a Teheran, mentre Stati Uniti e Iran si scambiano avvertimenti sempre più duri. Analisti avvertono che il rischio di escalation è altissimo.

L’Iran sta monitorando da vicino il dispiegamento di forze Usa nella regione, con particolare attenzione al trasferimento di F-15E dal Regno Unito alla Giordania, scortati da un aereo cisterna Usa. Il totale potrebbe arrivare a 36 aerei oggi, un segnale di alta prontezza operativa. Le compagnie aeree stanno sospendendo o cancellando voli verso Israele, Arabia Saudita ed Emirati, mentre Israele alza di nuovo lo stato di allerta.

In questo contesto, Fanpage.it ha intervistato in esclusiva Seyed Hossein Mousavian, ex ambasciatore iraniano in Germania, negoziatore sul nucleare e oggi ricercatore alla Princeton University. Considerato una delle voci più autorevoli dell’area moderata-riformista vicina a Rouhani, Mousavian offre una lettura chiara dei rischi interni ed esterni e della necessità di una diplomazia efficace. Il suo allarme è chiaro: "Un attacco all’Iran sarebbe un disastro. Solo la diplomazia può fermare la guerra".

Siamo davvero così vicini a un’escalation militare diretta?

Il rischio di un errore di calcolo è altamente realistico.

Quali segnali precisi indicano che la guerra potrebbe essere imminente?

Ci sono indicatori concreti da monitorare: attività militari insolite, rafforzamento e spostamenti degli asset militari, ritiri diplomatici, sabotaggi mirati o dichiarazioni pubbliche aggressive. Tutti questi segnali mostrano quando lo spazio per il compromesso si sta restringendo e quando è necessario agire diplomaticamente prima che si verifichi un errore di calcolo.

Un punto chiave è sempre l’arricchimento dell’uranio. L’Iran può essere flessibile su questo?

Non come pensa l’Occidente. L’Iran non rinuncia mai formalmente al diritto di arricchire l’uranio, ma ha già accettato limiti concreti nei negoziati passati. La vera linea rossa riguarda la sovranità tecnologica: non vogliono rinunciare al know-how o al controllo sulle proprie centrali e centrifughe. Questo lascia spazio a compromessi tecnici senza che il Paese percepisca di perdere autonomia.

Se Israele o gli Stati Uniti colpissero i siti nucleari iraniani, cosa succederebbe?

Sarebbe un disastro. Le infrastrutture possono essere danneggiate, ma la conoscenza scientifica non può essere distrutta. Un’operazione militare rafforzerebbe le componenti più radicali e aprirebbe una spirale di ritorsioni difficilmente controllabile.

Se si arrivasse a uno scontro diretto, quali strumenti diplomatici restano sul tavolo?

Diplomazia parlamentare e accademica possono facilitare compromessi difficili da trattare ufficialmente. Accordi a piccoli passi sul nucleare, limiti alle centrifughe, maggiore trasparenza e meccanismi multilaterali di garanzia possono costruire fiducia senza richiedere un accordo globale immediato.

In tutto questo, quanto pesano gli equilibri interni dell’Iran sulle sue scelte esterne?

Molto. L’Iran non è un blocco unico. Ignorare le dinamiche interne porta a sottovalutare i rischi e a compiere errori di calcolo. La principale minaccia resta la tensione con gli Stati Uniti: finché non viene affrontata politicamente, la situazione interna rimane fragile.

Ma le sanzioni non funzionano allora? 

Hanno solo peggiorato la vita della popolazione senza ottenere risultati strategici duraturi. Questa linea indebolisce proprio quelle componenti moderate e riformiste che potrebbero favorire un ritorno al dialogo e alla de-escalation.

Alla luce di tutto questo, si può davvero evitare un conflitto aperto?

La diplomazia è l’unica strada verso la pace. Washington e Teheran devono avviare un dialogo diretto, significativo e completo, con l’obiettivo che il risultato sia dignitoso e preservi la faccia per entrambe le capitali.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views