L’analista russo Suleymanov in viaggio in Iran: “La gente provata dalle bombe, ma a fare paura è l’inflazione”

“La gente è provata dai bombardamenti e dalla perdita di amici e parenti, ma tira avanti e festeggia Nawruz, il capodanno persiano": a parlare è Ruslan Suleymanov, ex corrispondente dell’agenzia di stampa russa Tass dal Medio Oriente, oggi analista del think tank NEST. “Nessuna carenza di cibo. Inflazione galoppante”, è la sua impressione sulla vita quotidiana degli iraniani.
Mentre i bombardamenti da parte di USA e Israele “per adesso stringono introno alla bandiera anche chi odia il regime”. In un momento in cui i visti giornalistici e le visite di osservatori internazionali sono di fatto proibite, Suleymanov è riuscito a entrare in Iran via terra dall'Azerbaijan, con un visto turistico confermato dopo aver risposto alle autorità la pura verità: “Mi occupo di Iran, in questo momento è interessante vedere cosa succede, non ho una testata giornalistica dietro e quindi vi chiedo di farmi entrare come turista. Tanto è bastato”. Il passaporto russo ha certamente aiutato.
Mentre gli USA preparano eventuali sbarchi di truppe e Trump rimanda al 6 aprile l’ultimatum per l’attacco contro le infrastrutture elettriche della Repubblica islamica, l’intervista di Fanpage.it con uno dei maggiori esperti della politica mediorientale non poteva che iniziare con una domanda sulle possibilità rimaste alle diplomazia.
Quanto è realistico un accordo con Donald Trump?
"Poco. Non sarà adesso. Teheran vuole garanzie. Vere. Niente più guerra. Niente nuovi attacchi da USA o Israele. E senza un cessate il fuoco non si parla di nulla. Niente accordi. Niente trattative sul nucleare. Prima si fermano le armi. Poi, si discute di garanzie di sicurezza, compensazioni per i danni di guerra, controllo e apertura dello Stretto di Hormuz. L’Unione Europea potrebbe fare da garante. Come fece durante i negoziati per il JCPOA ( l’ormai inesistente JCPOA è l’accordo del 2015 tra Iran e potenze mondiali per limitare il nucleare in cambio della fine delle sanzioni, ndr). Ma è un “dopo”".
Come sei entrato in Iran?
"Avevo un visto prima della guerra. Anche il biglietto. Ma, dopo l’attacco USA, i voli non c’erano più. Così sono andato al consolato iraniano di Istanbul a chiedere come potevo fare a entrare nel Paese sciita. Mi hanno detto: impossibile. Torna dopo la guerra. Ho cambiato strada. Sono andato in Azerbaijan. Baku. Consolato. In un’ora ho risolto. Visto turistico. L’unico possibile. Visto giornalistico? Ma nemmeno nelle favole, in questo periodo".
Potevi aspettarti un terzo grado e poi un bel “no”. Lo vedono in un attimo che sei un giornalista, un analista della politica mediorientale. Che gli hai detto, per convincerli?
"La verità: studio l’Iran. Non posso entrare da giornalista. Non fanno entrare giornalisti. Così, vengo da turista. Di domande me ne hanno fatte tante. Perché sei qui? Chi sei? Rispondere la verità è la scelta più semplice. Molte volte funziona".
E quindi, come “turista non per caso” arrivi al confine. E lo attraversi. Che trovi, dall’altra parte?
"La guerra. Anche dove non è totale. Perché nelle regioni nord orientali, alla frontiera con l’Azerbaijan, i bombardamenti sono limitati. Nel Gilan e nell’Azerbaigian iraniano orientale e occidentale, vita quasi normale. Ma a Tabriz no. Lì hanno colpito duro. Molti palazzi sono distrutti. Ho parlato con tante persone che hanno perso amici e parenti. Mi hanno spiegato quanto è difficile andare avanti. Volevo andare anche Teheran. Tutti mi hanno detto di non farlo. Gli autobus partono, ma non sempre arrivano. Mi son fatto bastare Tabriz".
Che clima c’è tra la gente?
"Diviso. C’è chi sostiene il regime. Scende in piazza. Famiglie intere. Lacrime vere. Non sembra tutto organizzato dall’alto. O almeno non solo. Le ho viste in Russia, le manifestazioni pro-regime organizzate dall’alto, con le mance per i partecipanti. Portati sul posto in pullman numerati. In Iran ho visto qualcosa di diverso. Certo, anche in Iran il governo e i suoi attivisti hanno spinto perché si dimostrasse a sostegno del regime. Burocrati e persone vicine al potere avranno anche pagato qualche organizzatore. Ma non è come in Russia. Qui si manifesta per il governo anche spontaneamente. C’è convinzione".
Non mi dirai mica che gli iraniani a favore del regime sono la maggioranza?
"No, no. la maggioranza vuole cambiamento. Molti si accontenterebbero di riforme, economia più aperta, buoni rapporti con l’Occidente. Altri vogliono il cambio di regime. Per costruire un sistema democratico e liberale. E c’è anche chi auspica il ritorno al regno dello scià. Ma gli oppositori sono divisi. Senza struttura. La minoranza che sostiene il regime invece è organizzata. E armata".
Le strade sono presidiate?
"Poliziotti e militari ovunque. L’ultima volta che ero stato nel Paese, due anni fa, l’Iran era già definibile come uno Stato di polizia. Ma la presenza di agenti è aumentata in modo esponenziale. Controlli sulle strade. Auto bloccate. Documenti. Ti possono fermare in ogni momento. Tabriz è piena di uniformi. Con mostrine di tutti i tipi. Molti agenti, poi, sono in borghese. Il personale dei servizi di sicurezza viene fatto arrivare soprattutto da fuori, da altre province. La gente del posto mi ha detto che non aveva mai visto qualcosa di simile".
Se la loro vita è altrove, gli effettivi dei reparti antisommossa hanno meno remore a colpire i cittadini…
"Si vedono molti autobus con a bordo poliziotti e militari. Oggi il controllo è ovunque. È totale. È anche uno sfoggio di forza".
I bombardamenti oltre alle case colpiscono anche il morale degli iraniani? O l’effetto è il contrario e si stringono intorno alla bandiera?
"Per ora, la guerra unisce il paese. Anche chi odia il regime non accetta bombe sulle città. E non accetta l’idea di un Iran smembrato. Quando si parla di cambiare la mappa o di separatismi, come quello curdo – oggi sostenuto da Stati Uniti e Israele – l’argomento diventa subito una questione nazionale. Quindi ci si stringe. Si cerca calore. Ma è temporaneo. Quando la guerra finirà torneranno in primo piano i problemi che già esistevano. Esasperati. Prezzi alle stelle. Povertà. Torneranno le proteste. E tornerà la repressione".
Ci sono carenze di cibo e beni di prima necessità? Com’è la vita quotidiana?
"Niente scaffali vuoti, nelle zone che ho visitato. Non vi è alcuna carenza alimentare. Negozi e bazar sono aperti. Per meno tempo del normale, però: quattro, cinque ore al giorno. Il vero problema è l’inflazione. I prezzi salgono ogni giorno. Ho parlato con persone molto preoccupate, per questo. Ma tutti cercano di tirare avanti nel migliore dei modi possibili. Aiutandosi l’un l’atro. Per la festività di Nowruz (il Capodanno persiano, ndr) a Tibriz si sono imbandite le tavole. Nonostante tutto".
E nella Capitale?
"A Teheran va peggio, mi confermano gli amici con cui ho parlato: blackout, scarsità di acqua. Chi può, se ne va dalla metropoli. In campagna. Soprattuto verso nord".
L’Iran può vincere la guerra?
"Sì, nel senso che l’attuale regime potrebbe essere ancora al comando del Paese, alla fine delle ostilità. E quindi proclamare vittoria".
Visto anche che tra gli obiettivi di guerra Donald Trump aveva indicato il regime change…
"È possibile questo tipo di vittoria, sì. Una vittoria per la élite al potere. Non per gli iraniani. Se il regime reggerà, sarà più forte in termini di stabilità politica. Per la gente significherebbe solo un controllo sempre più totalitario. E l’aumento della repressione".
Qual è il tuo scenario per la regione mediorientale?
"Il sistema cambia. Gli USA erano il garante della sicurezza nel Golfo. Ora sembrano meno solidi, in questa posizione. Gli “Accordi di Abramo” nel 2020 avevano creato un equilibrio. Instabile. Un’architettura che non ha funzionato. L’Iran resta. Comunque la guerra finirà. L’Iran non si può ignorare. Il rischio Iran sarà in agenda. I paesi del Golfo lo temono. Ma non ne vogliono il crollo totale. Potrebbe derivarne il caos.
Gli europei dovrebbero prendersi la responsabilità di proporsi come mediatori e nuovi garanti della pace nella regione. In Iran e altrove in Medio Oriente mi sento continuamente chiedere “Ma cosa fa l’Europa? Perché non collabora direttamente a piani di pace”. Lo scenario è quello di nuove alleanze. Nuove garanzie. E forse un ruolo maggiore per l’Unione Europea. Se decide di esserci".