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Proteste in Iran

Internet bloccato in Iran, l’attivista: “Blackout totale, assistiamo all’ascesa del totalitarismo digitale”

L’intervista di Fanpage.it all’attivista dei diritti digitali Fereidoon Bashar: “Il regime ha investito per avere il controllo della connettività, sul modello cinese. Il contesto è globale, assistiamo all’ascesa del totalitarismo digitale”.
A cura di Riccardo Amati
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La notizia non è solo che il regime ha bloccato Internet e telefonini. È anche come lo ha fatto. “Nel panico, si è scelta la soluzione più drastica”, dice a Fanpage.it l’attivista iraniano per i diritti digitali Fereidoon Bashar. “La Repubblica Islamica ha i mezzi per dare risposte informatiche più sofisticate alle proteste, ma ha percepito una minaccia esistenziale”. Così, ha condotto un esperimento estremo di controllo dello spazio digitale. Una “master class” in un contesto globale.

Manipolare la rete è oggi uno strumento ordinario del potere autoritario. Nell’anno appena concluso, 28 Paesi hanno imposto blackout di Internet per una durata complessiva di oltre 120.000 ore, costati all’economia globale 19,7 miliardi, secondo una ricerca di Top10VPN. La Russia è il Paese più colpito, con 11,9 miliardi di dollari di perdite. È anche il censore più attivo al mondo, con 57 interruzioni documentate. In questo scenario, l’Iran si inserisce come uno dei laboratori più avanzati di quella che Bashar definisce “ascesa del digitalitarismo”.

Fereidoon Bashar dirige ASL19, un gruppo di tecnologia focalizzato sulle libertà online per gli iraniani. L’intervista è stata adattata per esigenze di comprensione e di sintesi.

La chiusura di Internet in Iran è stata descritta come una vera e propria masterclass” nel tagliare una popolazione fuori dalla rete globale. Perché questo è tecnicamente e politicamente diverso dai precedenti shutdown in Iran o altrove?

Il regime stavolta ha percepito le proteste come una minaccia esistenziale. Si è trovato di fronte a qualcosa che nei suoi oltre quarant’anni di storia non aveva mai realmente sperimentato: manifestazioni di massa in molte città e al contempo il rischio di un intervento militare di Israele e Stati Uniti.

Giovedì 8 gennaio, quando un numero enorme di persone è sceso in piazza, le autorità hanno deciso di bloccare comunicazioni nel Paese.

Quasi un colpo di coda. Era l’ultima carta?

Quello che avevamo osservato fino a giovedì 8 gennaio era la mancanza di una strategia di risposta coerente da parte dello Stato. Ciò era ben visibile anche sul piano comunicativo.

Ovvero? Può fare un esempio concreto?

In passato, in occasione di proteste come quelle di “Donna, Vita, Libertà” (movimento nato in Iran nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, ndr) o altre ondate di mobilitazione, c’era una strategia coerente: una linea dettata dall’alto su cosa dire, cosa scrivere e cosa non dire. Questa volta per le nostre fonti e dalle osservazioni dirette, per niente.

C’era solo molta paura. E una sorta di paralisi decisionale: non si sapeva come rispondere alle proteste. Ma l’8 gennaio il regime ha realizzato che non si trattava di proteste come le altre. E che senza la chiusura di Internet e canali di comunicazione, la situazione sarebbe presto sfuggita di mano: gli iraniani e il mondo sarebbero stati testimoni della repressione violenta e letale delle proteste.

Ecco perché il blackout delle comunicazioni, anche interne, è stato totale.

Il regime avrebbe potuto applicare restrizioni mirate? Interrompere i servizi di rete in modo selettivo?

Ha investito pesantemente per creare una rete nazionale sotto il suo controllo. Proprio in vista di un momento come questo. Per permettere di tagliare le comunicazioni col resto del mondo pur mantenendo una ben sorvegliata connettività all’interno del Paese.

È la logica del cosiddetto “National Information Network”. Può spiegarcela meglio?

Si tratta di avere la possibilità, in caso di crisi, di interrompere il traffico internazionale mantenendo attivi i servizi domestici: piattaforme governative, servizi bancari, servizi digitali essenziali per il funzionamento della società e dell’economia.

Solo nell’ultimo anno lo Stato ha speso almeno 250 milioni di dollari, per questo. L’idea era spegnere Internet globale mantenendo attiva la rete interna. Invece hanno spento tutto. Reti mobili, GSM, chiamate telefoniche. Blackout totale, interno ed esterno.

Solo dopo tre giorni sono stati riattivati alcuni canali informativi. Inizialmente hanno permesso l’accesso solo a due siti operati dai Sepah (impropriamente noti da noi come “pasdaran”, ndr), le Guardie della Rivoluzione (IRGC). Non si fidavano nemmeno dei media statali tradizionali, ma solo delle piattaforme direttamente controllate dall’IRGC.

I Sepah unici interlocutori affidabili del regime. Interessante.

Tutto questo mostra che non avevano un piano. Hanno chiuso tutto e poi hanno iniziato lentamente ad applicare un approccio selettivo, riaprendo solo alcuni servizi.

Rispetto allo shutdown durante il conflitto Iran-Israele, questo è stato molto più severo.

Allora avevamo osservato che giornalisti, influencer e figure pubbliche avevano accesso a Internet non censurato per diffondere la narrativa del regime su piattaforme come Twitter.

Questa volta, neppure le persone con le cosiddette “SIM bianche” avevano accesso.

Cosa sono le "SIM bianche”?

Sono un accesso speciale fornito dal regime a giornalisti e media selezionati, che consentono di connettersi alla rete globale anche in momenti sensibili. Servono proprio per permettere al regime di competere sul piano narrativo online. Ma fino a sabato 10 o domenica 11 gennaio non abbiamo visto nulla di tutto ciò.

Solo quando lo Stato ha iniziato a organizzare le proprie manifestazioni, hanno riattivato queste particolari SIM per consentire la diffusione di immagini che mostrassero il regime “in controllo”.

È la chiusura di Internet più radicale che abbia mai visto in Iran nei miei oltre quindici anni di lavoro in questo settore. Senza dubbio.

Ma i telefonini? Gli operatori di telefonia mobile, che comunque hanno degli azionisti a cui rispondere, non si sono opposti allo shutdown?

Nessuno può dir di no allo Stato. L’indipendenza non esiste. L’amministratore delegato di Irancell è stato licenziato per aver disobbedito agli ordini, rallentando lo shutdown. Ora potrebbe subire un procedimento penale (si tratta di Alireza Rafiei, ormai ex capo della seconda maggior società di telefonia mobile iraniana, ndr).

Qual è la lezione principale che questa esperienza offre ad altri regimi autoritari che cercano di controllare laccesso a Internet e alle reti mobili?

È una tendenza che osserviamo da tempo, e che definiamo “ascesa dell’autoritarismo digitale” (l’intervistato in effetti dice “digitalitarismo”, che ci pare un neologismo da considerare, ndr). Al vertice di questa piramide ci sono Cina, Russia e Iran, che da anni implementano politiche di controllo dell’informazione sempre più sofisticate.

La Cina è il modello principale e influenza molti altri Paesi, democratici e non (il sistema di censura e controllo di Internet gestito dal governo cinese è noto come “Great Firewall”, ndr). Oggi ci sono tre modelli per il futuro di Internet: il modello statunitense, più deregolamentato; quello europeo, più regolato e centrato sull’utente; il modello cinese, russo e iraniano, fondato sulla sovranità digitale e sul controllo totale entro i confini nazionali.

Molti Paesi si trovano in una “zona grigia” e stanno decidendo quale modello adottare. E sempre più spesso seguono le orme di Cina, Russia e Iran. La Russia, per esempio, ha adottato molte leggi e politiche ispirate direttamente all’esperienza iraniana.

Una società cinese ha venduto tecnologie per il controllo dell’informazione ad almeno cinque Paesi, più uno non nominato, secondo quanto riportato da più fonti. E ci sono chiari segnali che il numero sia maggiore.

Si riferisce a Geedge Networks: documenti trapelati rivelano che rifornisce di tecnologia per la sorveglianza e la censura non solo il suo governo, a Pechino, ma anche Myanmar, Pakistan, Etiopia, Kazakistan e un altro Paese della “Nuova via della seta”.

Il contesto è globale. L’Iran ha la tecnologia per operare shutdown mirati, regionali o locali. Prima di questa crisi avevamo già osservato degrado della rete in aree dove le proteste stavano crescendo.

Il futuro degli shutdown di stato è in interventi selettivi che riducono i costi politici e mediatici. La Russia, per esempio, rallenta deliberatamente le reti mobili in alcune aree rendendole praticamente inutilizzabili, senza attirare l’attenzione dei media internazionali con interventi più clamorosi.

Come si possono colpire aree specifiche?

Nel caso dell’Iran, lo Stato si è dotato della tecnologia del quadro legislativo per poterlo fare attraverso il controllo delle torri cellulari e delle reti mobili nelle zone dove le proteste si intensificano.

Non pochi iraniani sono riusciti a riconnettersi grazie ai satelliti. Hanno potuto mostrare al mondo quel che è successo: la repressione, le migliaia di vittime. Cosa ci dice questo sui limiti del controllo statale in un mondo iperconnesso?

Dopo il movimento “Donna, Vita, Libertà” molte comunità hanno capito che era bene prepararsi a un momento come quello attuale, e hanno fatto entrare terminali Starlink nel Paese. Sono state create anche infrastrutture parallele per consentire comunicazioni sicure tra le persone.

Ma in Iran Starlink è vietato. Chi lo ha, rischia parecchio. Quanto sono severi i controlli?

Il rischio è enorme per chi utilizza questi dispositivi, ma per certi versi è più facile di quanto si pensi: i terminali sono piccoli e gli iraniani usano antenne satellitari da decenni. I tetti delle città ne sono già pieni. Difficile individuare quelle di Starlink.

Il regime ha probabilmente usato tecniche di jamming e spoofing GPS a livello di quartiere, ma non ci sono prove di un jamming nazionale efficace.

Le persone che usano Starlink condividono spesso l’accesso con decine di altri individui, assumendosi rischi enormi pur di mantenere una minima connettività.

La connettività aumenta la libertà personale, sociale ed economica, oltre a quella di informarsi. Ma è diventata unarma politica. Stiamo entrando in unera in cui laccesso digitale sarà sempre più condizionato?

In un mondo ideale, l’accesso libero a Internet è fondamentale per i diritti umani. Ma l’utopia di Internet come spazio completamente decentralizzato e liberatorio sta svanendo.

Molti stati cercano di imporre la loro sovranità sulla rete. L’Unione Europea stessa è divisa tra regolamentazione, diritti degli utenti e dipendenza da servizi digitali statunitensi.

Gli autocrati – e gli aspiranti tali – vogliono controllare lo spazio digitale.

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