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Guerra tra Iran, Usa e Israele

Il primo discorso Mojtaba Khamenei come Guida suprema dell’Iran conferma che la guerra con gli Usa sarà lunga

Cosa ha detto la nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, nel suo primo discorso dopo la nomina da parte dell’Assemblea degli Esperti: il messaggio è stato letto in tv, ma lui ancora non si è mostrato in pubblico, secondo alcune fonti sarebbe addirittura in coma.
A cura di Giuseppe Acconcia
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La televisione pubblica iraniana ha reso noto il primo discorso di Mojtaba Khamenei dopo la sua nomina a Guida suprema per volontà dell’Assemblea degli Esperti, lo scorso 8 marzo. Il figlio dell’ex leader Alì Khamenei, ucciso nei bombardamenti di Stati Uniti e Israele del 28 febbraio scorso, non è mai apparso in video o in foto dopo la sua nomina, facendo crescere i dubbi sul suo stato di salute. Le autorità iraniane hanno confermato che è rimasto ferito nel blitz che nella decima notte di Ramadan ha decimato la famiglia della Guida suprema, uccidendo anche la moglie di Mojtaba, Zahra Haddad-Adel, e suo figlio, insieme alla sorella con suo marito e al piccolo nipote, mentre sarebbe sopravvissuta sua madre, Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh, inizialmente considerata tra le vittime.

Un governo in assenza

A questo punto i ritardi nella sua nomina così come i continui rinvii del funerale di Ali Khamenei fanno pensare che ci siano stati e ci siano dubbi sulle capacità di Mojtaba di governare il paese. Secondo alcune fonti di stampa, il figlio dell’ex Guida suprema sarebbe addirittura in coma e avrebbe perso una gamba nell’attacco. Forse le affermazioni più accurate sul suo stato di salute sono arrivate dal Segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, Ali Larijani, secondo cui Mojtaba “non è in condizioni critiche”. Tuttavia, anche questa è un’indicazione che probabilmente neanche i vertici iraniani, in questa fase di transizione, hanno mai visto direttamente la nuova Guida suprema dopo la sua nomina.

In altre parole, la scelta di Mojtaba, con i suoi legami di ferro con i pasdaran, è dettata principalmente dalla necessità da parte dei militari, che ora gestiscono il potere, di mostrare la continuità del sistema più che da una scelta politica e teologica ponderata dell’Assemblea degli Esperti. E così il Paese può andare avanti in questa guerra con il pilota automatico mentre Mojtaba neppure appare in pubblico o nei media statali o forse mentre non ha neppure la capacità di gestire gli affari quotidiani a causa delle sue condizioni di salute. In questo caso, l’istituto della Guida suprema, in questa nuova fase della Repubblica islamica, ricoprirebbe più un ruolo simbolico che sostanziale nelle scelte politiche, mentre i veri detentori del potere sono i militari.

Le parole di Mojtaba

Nel suo primo discorso, Mojtaba Khamenei ha parlato prima di tutto di “unità”. Questo è un punto molto importante perché dimostra che è in corso in Iran uno scontro senza precedenti tra élite politiche, militari e religiose. Per esempio, lo stesso Larijani avrebbe preferito la nomina di suo fratello Sadeq a Guida suprema.

Puntare sull’incapacità di Stati Uniti e Israele di frammentare il paese significa anche sottolineare che l’idea di avviare una guerra per procura in Iran che armi curdi e arabi sarà duramente respinta dall’esercito iraniano. Infine, l’unità richiama anche alla repressione interna del dissenso. Questa guerra rende ancora più difficile protestare contro il regime. Lo scorso mercoledì il capo della polizia, Ahmadreza Radan, aveva avvisato che le forze di sicurezza hanno “le dita sul grilletto” se dovessero riprendere le proteste che nelle settimane prima dei raid avevano invocato l’intervento esterno. In realtà dopo il 28 febbraio non ci sono state proteste di massa contro il regime se non celebrazioni parallele a manifestazioni di lutto, dopo la notizia dell’uccisione della guida suprema.

La vendetta sul nemico

Come suo padre, anche Mojtaba Khamenei ha puntato sul tema della vendetta degli oltre 1400 morti iraniani nei raid di Usa e Israele in Iran, incluse le oltre cento bambine uccise nei raid, su cui è in corso un’inchiesta che confermerebbe la responsabilità degli Stati Uniti, nella scuola di Minab. Ovviamente i raid hanno colpito anche almeno 13 ospedali, le meraviglie architettoniche del palazzo del Golestan a Teheran e Chehel Sotun di Isfahan, oltre all’impianto di desalinizzazione di Qeshme che ha tolto le forniture di acqua ad almeno 30 villaggi.

Il leader iraniano è stato molto concreto su questo punto parlando di “compensazioni finanziarie” che molto probabilmente prenderanno la forma di vitalizi per gli iraniani che sono stati danneggiati dagli attacchi, così come è avvenuto dopo la guerra Iran-Iraq (1980-1988). Questo motiverà più di ogni altra cosa la resilienza dei sostenitori del regime.

Un occhio alla geopolitica

Nel discorso letto alla tv di stato di Mojtaba Khamenei non sono mancati i retorici ringraziamenti alle forze armate iraniane per le capacità militari dimostrate. Di sicuro la strategia di diffondere il caos regionale sta estendendo la durata del conflitto oltre le previsioni della vigilia e mettendo in non poche difficoltà Israele e Stati Uniti. Il presidente Donald Trump aveva fatto sapere lunedì di essere pronto a chiudere il conflitto, dopo aver ricevuto una lunga telefonata rassicurante dal suo omologo russo, Vladimir Putin.

E così “tutte le basi USA nella regione devono essere chiuse o saranno attaccate”, ha tuonato la nuova Guida suprema. Il tentativo iraniano è quello di spingere i paesi della regione a puntare il dito contro il vero nemico che ha determinato l’avvio di questo conflitto, cioè Israele, mettendo in crisi tutto l’impianto di normalizzazione che è stato impostato con gli accordi di Abramo. Soprattutto mettendo all’angolo paesi, come la Turchia e l’Arabia Saudita, le cui opinioni pubbliche sono estremamente contrarie alla guerra di Usa e Israele a Gaza e in Libano ma le cui élite continuano a compiacere Washington.

Mojtaba Khamenei ha detto però di voler mantenere buoni rapporti con i paesi vicini. Di sicuro i due missili intercettati dalla Nato diretti in territorio turco o gli attacchi in Azerbaijan non sono andati in questa dichiarazione. Ma varie inchieste indipendenti hanno dimostrato anche una certa discrepanza tra le decisioni prese dal comando centrale dei pasdaran e dalle basi locali che spiegherebbe i raid in Turchia. Tuttavia, è possibile che il missile diretto verso il territorio turco avesse come obiettivo la base statunitense di Incirlik o quella di Kurecik, presenti in territorio turco.

Lo Stretto di Hormuz resta chiuso

Ovviamente non poteva mancare nel discorso della nuova guida suprema il riferimento alla leva più imponente che ha l’Iran sul mercato petrolifero globale: la chiusura dello Stretto di Hormuz da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale. Una chiusura che riguarda tuttavia solo i nemici e non i paesi amici, come potrebbe essere la Cina che ha un interesse essenziale nel mantenere lo Stretto, che non risulterebbe minato, aperto per le sue navi. Lo scopo è di massimizzare i costi economici dei paesi coinvolti negli attacchi con una guerra asimmetrica senza limiti.

Le dichiarazioni della nuova Guida suprema hanno immediatamente portato il prezzo del petrolio a superare i 100 dollari al barile con un aumento del 9% rispetto a mercoledì, nonostante l’intervento dell’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie) che ha previsto di sbloccare 400 milioni di barili di petrolio per bilanciare l’impatto della guerra.

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Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente. Insegna Stato e Società in Nord Africa e Medio Oriente all’Università di Milano e Geopolitica del Medio Oriente all’Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze politiche all’Università di Londra (Goldsmiths), è autore tra gli altri de “Taccuino arabo” (Bordeaux, 2022), “Le primavere arabe” (Routledge, 2022), Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), Il grande Iran (Padova University Press, 2018).
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