Il generale Capitini: “I droni iraniani da 6mila dollari stanno mettendo in crisi i missili USA e Israele”

Il rumore che sta terrorizzando il Medio Oriente non è il boato di un jet supersonico, ma il ronzio di un motore a scoppio a due tempi alimentato a miscela e simile a quello montato su una comune Vespa: è il suono dei droni iraniani, armi "povere" ma letali che stanno mettendo in crisi la tecnologia bellica più avanzata del pianeta. Per farsi un'idea di cosa parliamo: uno "Shahed" iraniano non costa più di 25mila dollari (ma ce ne sono anche di molto più economici), mentre i due missili Patriot statunitensi spesso necessari per abbatterlo costano 2,5 milioni di dollari ciascuno, senza contare il prezzo del lanciatore. Così un Paese povero e sotto sanzioni da decenni – l'Iran – sta mettendo in crisi la logica militare delle superpotenze americana e Israeliana.
Fanpage.it ne ha parlato con il generale Paolo Capitini, docente di Storia militare presso la scuola sottufficiali dell'Esercito Italiano: a 15 giorni dall'inizio della guerra è sempre più chiaro che l'Iran non cerca lo scontro frontale, ma punta ai nervi scoperti dell'avversario. Mentre Washington spende oltre un miliardo di dollari al giorno – come rivelato due giorni fa dal New York Times – Teheran continua a produrre armi a basso costo in fabbriche diffuse sul suo sterminato territorio, rendendo quasi inutile la superiorità aerea nemica. Dalle rampe di lancio nascoste nei tir ai costi insostenibili della difesa americana, Capitini decifra per noi i segnali di una guerra dove la "lucidità" strategica conta più della potenza di fuoco.
Generale Capitini, siamo al quindicesimo giorno di guerra. Qual è la sua lettura della situazione attuale? L’Iran non sembra intenzionato ad arrendersi, anzi.
Dobbiamo innanzitutto capire che in questo momento, sullo stesso territorio, si stanno combattendo due guerre contemporaneamente. Da un lato c’è quella condotta dagli americani e dagli israeliani contro l’Iran, che segue una propria linea strategica. Dall’altro, però, c’è la guerra dell’Iran, che non si oppone frontalmente alla prima, ma persegue una linea d’azione completamente diversa. In pratica, si stanno attaccando a vicenda in campi dove l’altro non è presente. È una scelta che segue molto la lezione di Sun Tzu: combatti l’avversario dove lui non c’è. Se l’Iran avesse deciso di replicare all'offensiva israelo-americana sul piano convenzionale – contraerea, scontri tra jet, missili contro missili – sarebbe stato polverizzato in un attimo. Lo sanno perfettamente. Per questo hanno scelto un’altra via.

Qual è questa "altra via" scelta da Teheran?
L'Iran punta a colpire le fragilità politiche della coalizione avversaria a partire da un dato di fatto, cioè che i Paesi arabi e quelli del Golfo non vogliono prendere parte attiva alla guerra. L’Iran sta mettendo in risalto le contraddizioni di quella che potremmo definire un’alleanza innaturale. Il messaggio che Teheran invia ai vicini arabi è brutale: "Gli americani non sono in grado di difendervi". Dice loro: "Avete speso cifre astronomiche, avete concesso basi e accesso al vostro territorio eppure, all'atto pratico, noi riusciamo a colpirvi comunque. Possiamo bloccare le vostre fonti di ricchezza, il petrolio, il gas; possiamo colpire le vostre città e la vostra tranquillità". I paesi del Golfo hanno barattato la presenza americana con la protezione e la rispettabilità internazionale. Ora l'Iran sta dimostrando loro che hanno fatto male i conti.
Perché, all'atto pratico, gli USA non stanno proteggendo i loro alleati.
Esattamente. L’Iran suggerisce agli stati arabi un fatto molto semplice: se gli Stati Uniti devono scegliere a chi destinare un missile contraereo, lo daranno sempre a Israele e mai a loro. Siete in un’alleanza con "ebrei e cristiani" contro altri musulmani e, per giunta, siete gli ultimi della lista nelle priorità di Washington. Ma Teheran offre anche una via d’uscita: ricorda a questi Paesi che hanno leve economiche e finanziarie gigantesche, che hanno sovvenzionato campagne elettorali e hanno i forzieri pieni di dollari nelle banche americane. L'Iran li spinge a usare questo potere per fare pressione sul loro "alleato", che poi tanto alleato non è, per far cessare le ostilità.
Intanto, nonostante già nel primo giorno di guerra sia stato subito ucciso Ali Khamenei, il "regime change" in Iran non è riuscito. Come mai?
Perché l’Iran ha lavorato sulla coesione interna in modo molto diverso rispetto ad altre dittature come quella di Saddam Hussein. Quella iraniana è una leadership estremamente diffusa e condivisa. Non c’è un "capo" unico nel senso classico del termine, ma il potere è parcellizzato. Chi comanda davvero sono istituzioni come i Pasdaran, non il singolo comandante dei Pasdaran. Smantellare un sistema plurale di questo tipo, dove il comando è diviso per aree, è quasi impossibile. Inoltre gli iraniani si aspettavano questa guerra da trent'anni: si sono preparati tecnicamente per affrontarla.

Parliamo allora di armamenti. Abbiamo visto droni economici mettere in crisi sistemi di difesa sofisticatissimi. È questa la vera forza tecnologica dell’Iran?
L’Iran ha fatto un ragionamento strategico molto lucido. Il loro punto di forza è la capacità di bloccare lo stretto di Hormuz. Per farlo non serve una marina oceanica o un’aviazione di altissimo livello che possa competere con quella israeliana. Quando Israele o gli USA dicono di aver annientato la marina o l’aeronautica iraniana, dicono una cosa vera ma irrilevante. All'Iran non servono. Lo stretto di Hormuz è così stretto che lo si può bloccare con le mine o colpendolo con qualsiasi cosa che non sia un aereo ad alta tecnologia. Possono selezionare chi far passare: le petroliere cinesi e indiane passano, le nostre no. Questo è il primo pilastro. Il secondo è la produzione autonoma di droni e missili a basso costo.
Si dice che i droni iraniani siano quasi "artigianali", eppure funzionano.
Sono pieni di ingegneri capaci, non hanno bisogno di comprare roba all'estero. Progettano e producono da soli da anni, e lo fanno con una logica di guerra: sanno che le loro fabbriche possono essere bombardate, quindi hanno un sistema di produzione diffuso sul territorio. Non c’è un’unica "fabbrica dei droni" da colpire per risolvere il problema. Inoltre, hanno puntato tutto sulla mobilità. Non usano lanciatori fissi, ma rampe montate su camion, su semplici tir. In un territorio di un milione e mezzo di chilometri quadrati – grande quanto metà dell'Europa – nascondere un tir è facilissimo. La sfida tra i satelliti americani e i lanciatori mobili iraniani è una gara di resistenza. Al momento, nonostante gli annunci di Trump, siamo ancora all'inizio. Colpire quello che ha colpito lui non significa aver tolto all'Iran la capacità di nuocere.

Facciamo due conti: quanto costa questa guerra agli americani rispetto a quanto costa agli iraniani?
Se guardiamo ai costi, gli americani sono già "fuori con l'accuso". Un drone iraniano dei più economici costa tra i 6 e i 7 mila dollari; quelli più avanzati arrivano a 25 mila. Un singolo missile Patriot, necessario per intercettarli, costa 2 milioni e mezzo di dollari. E siccome di solito se ne sparano due per essere sicuri dell'abbattimento, tirare giù un drone da quattro soldi ti costa 5 milioni di dollari. Il sistema THAAD, per i missili balistici, costa ancora di più, circa 6 milioni a colpo. Secondo il New York Times nei primi sei giorni di conflitto Washington ha già speso 11,3 miliardi di dollari. Certo, le guerre non finiscono mai solo per mancanza di soldi, ma il divario economico è clamoroso.
Come funzionano i droni iraniani low cost?
Gli Shahed hanno motori a due tempi, quando passano sembrano lambrette. Tant'è che alcuni Paesi arabi stanno già cambiando tattica: invece di sprecare missili costosissimi, mandano in aria elicotteri con a bordo soldati armati di mitragliatrici per cercare di tirarli giù "a vista", dato che sono molto lenti. Usare i jet contro i droni è pericoloso e antieconomico: devi avvicinarti troppo, rischiando che i detriti dell'esplosione vengano risucchiati dai motori del caccia, e comunque dovresti usare un missile che costa una fortuna. L'Iran sta conducendo una guerra molto intelligente.
Se l’Iran riesce a rimanere in piedi dopo questa ondata di attacchi, cosa succederà agli equilibri del Medio Oriente?
Se alla fine di tutto questo la Repubblica Islamica, pur ammaccata, sarà ancora in piedi, dovremo ridiscutere l'intero ordine regionale. Molti inizieranno a chiedersi se valga davvero la pena affidarsi a un alleato come Israele, la cui unica opzione strategica sembra essere bombardare i vicini, o agli Stati Uniti, che non sono riusciti a garantire la sicurezza promessa.
Nelle ultime ore si parla di una possibile missione navale europea per proteggere il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz. Ma quant'è alto il rischio?
Se decidi di mandare navi da guerra per far passare petroliere legate alla coalizione, ti stai esponendo direttamente. Per l'Iran, una nave che scorta un obiettivo "nemico" diventa essa stessa un obiettivo. Che siano droni, missili o barchini esplosivi, il rischio è altissimo. Anzi, per Teheran aumentare il numero di nazioni coinvolte e "sotto tiro" è quasi un vantaggio: più Paesi subiscono danni o perdite, più aumenteranno le pressioni su Washington affinché si metta fine al conflitto. Più il fronte dei "protestatari" si allarga a inglesi, francesi o italiani, più la posizione israeliano-americana si indebolisce.
Un'ultima questione, forse la più inquietante. Donald Trump ha spesso mostrato un'imprevedibilità marcata. Esiste il rischio reale che possa evocare o minacciare l'uso dell'arma nucleare contro l'Iran?
Se guardiamo al personaggio, la risposta è sì. In Putin, o persino in Medvedev, c'è una razionalità cinica, un disegno leggibile. Le dichiarazioni di Trump, invece, sono spesso illogiche: un giorno chiede la resa incondizionata, il giorno dopo dice di voler trattare; un momento dichiara che non c'è più nulla da colpire, e il momento dopo ordina nuovi bombardamenti. In questo quadro di incoerenza, la minaccia nucleare ci sta benissimo, fa parte del suo repertorio comunicativo. Se lo dicesse un altro Presidente, il mondo si fermerebbe terrorizzato. Detto da lui, fa fare qualche titolo in più, il che è paradossalmente ancora più pericoloso perché abbassa la soglia di allarme. La speranza è che nella "cerchia" dei suoi consiglieri ci sia ancora qualcuno in grado di spiegargli che non è onnipotente.