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Guerra tra Iran, Usa e Israele

I negoziati di Islamabad tra Stati Uniti e Iran segneranno il futuro del medio oriente: l’analisi

A Islamabad sono in corso i primi colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran dal 1979, il confronto di più alto livello dai negoziati sul nucleare del 2015. La delegazione americana è guidata dal vicepresidente JD Vance, con Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre Teheran si presenta con 71 rappresentanti guidati da Mohammad Qalibaf. Sul tavolo nucleare, sanzioni e Stretto di Hormuz: che impatto avranno sugli equilibri regionali?
A cura di Giuseppe Acconcia
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Sono in corso a Islamabad in Pakistan i primi colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979. Si tratta quindi di un incontro storico e delle delegazioni dei due paesi a più alto livello dagli accordi di Vienna del 2015 sul nucleare iraniano, durante la presidenza di Barack Obama. Gli Stati Uniti sono presenti con il vicepresidente, JD Vance, e con l’inviato speciale per il Medio Oriente, Steve Witkoff, insieme a Jared Kushner.

La delegazione iraniana, composta da 71 componenti, include il potente presidente del parlamento e capo negoziatore, Mohammad Qalibaf, che ha portato con sé fotografie e oggetti macchiati del sangue dei bambini morti nei bombardamenti di Usa e Israele alla scuola Minab. Insieme a lui ci sono il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, il segretario del Consiglio di Difesa, Ali Akbar Ahmadian, e il governatore della Banca centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati. Il cessate il fuoco è stato annunciato dopo sei settimane di guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran che ha causato oltre 3mila morti in Iran e la rappresaglia di Teheran contro le basi Usa nei paesi del Golfo con la chiusura dello Stretto di Hormuz. Ma quali effetti avranno sugli equilibri regionali i colloqui in corso a Islamabad?

La sfiducia iraniana

Il punto di partenza è la sfiducia reciproca. Ma un buon segno è stata l’accettazione delle condizioni iraniane preliminari per avviare i colloqui. La delegazione iraniana, che fino all’ultimo momento aveva minacciato di non partire per Islamabad, ha chiesto e ottenuto di includere il cessate il fuoco in Libano e lo scongelamento degli asset iraniani come precondizioni per avviare il negoziato. Durante i precedenti round negoziali in Oman e in Svizzera era in discussione lo scongelamento di
6 miliardi di dollari, presenti su un conto in banca in Qatar, e che l’Iran avrebbe dovuto usare per beni di prima necessità e farmaci.

I punti controversi

Gli iraniani ritengono di partire da una posizione di forza in questi colloqui perché sanno bene che l’economia globale non può reggere a lungo una chiusura permanente dello Stretto di Hormuz attraverso il quale passa il 20% del commercio petrolifero globale. I tre punti controversi su cui si concentreranno i negoziatori includono la fine dei raid israeliani sul Libano e il cessate il fuoco a Beirut, la completa riapertura dello Stretto di Hormuz e i livelli di arricchimento dell’uranio per un
programma nucleare a scopi civili in Iran. Le delegazioni erano già vicine a un’intesa nei colloqui dello scorso febbraio in Oman poco prima che Usa e Israele attaccassero l’Iran. Questo spiega la sfiducia iraniana verso Witkoff e Kushner e il nuovo ruolo di guida negoziale che si è saputo ritagliare Vance.

Il ruolo del Pakistan

D’ora in avanti, sarà superata la mediazione dell’Oman, negoziatore fidato dell’Iran, conferendo un ruolo diplomatico centrale al Pakistan e al suo capo delle forze armate, Asim Munir. Il paese, nonostante sia radicato nell’autoritarismo, ha una lunga tradizione da negoziatore. Fu il Pakistan a negoziare la fine della guerra in Vietnam tra Stati Uniti e Cina e ha dovuto fronteggiare la mediazione nel lungo conflitto con l’India. Il premier Shehbaz Sharif ha parlato di “make or break” per spiegare la fase cruciale in cui si trovano i colloqui. Anche la Cina ha avuto un ruolo dietro le quinte nel negoziato e così una delegazione cinese è presente a Islamabad per collaborare con i mediatori pakistani. La Cina starebbe pianificando anche l’invio di nuovi sistemi di difesa aerea all’Iran nelle prossime settimane confermando il suo sostegno consolidato per Teheran.

Per il Libano

Uno degli aspetti che peserà di più negli equilibri regionali dopo i colloqui di Islamabad è l’inclusione del Libano, come precondizione per i negoziati, come richiesto da Teheran. Restano impresse nella mente le immagini terribili del cosiddetto “mercoledì nero” in cui sono stati uccisi a Beirut 357 persone mentre sono oltre 1900 le vittime dall’inizio della guerra di Israele in Libano lo scorso 2 marzo. In seguito alle pressioni di Trump per limitare i raid israeliani su Beirut in risposta alle richieste iraniane, Israele avvierà colloqui di pace formali con le autorità libanesi a partire da martedì a Washington, nonostante l’opposizione del movimento sciita Hezbollah.

Per Gaza

Dopo anni di sostegno retorico per la causa palestinese, Teheran, attore centrale del cosiddetto Asse della Resistenza, potrebbe finalmente sostenere in maniera più determinata in futuro la fine del genocidio a Gaza. Per esempio, d’ora in avanti potrebbe usare l’efficace leva della chiusura dello Stretto di Hormuz anche per limitare gli attacchi di Tel Aviv a Gaza e in Cisgiordania. In altre parole, Israele esce molto indebolito da questa guerra, non è stato neppure coinvolto nei negoziatipreliminari tanto da non conoscerne il perimetro.

Per Israele

Tuttavia, è stato proprio il premier Benjamin Netanyahu a spingere Trump a intervenire in una guerra non necessaria. I suoi predecessori, da Bush a Obama fino a Biden, si erano sempre opposti alle pressioni israeliane per una guerra in Iran. Appare sempre più evidente quindi come solo una. guerra permanente permetterebbe a Netanyahu di sopravvivere politicamente considerando i suoi guai giudiziari, il danno d’immagine causato dalla guerra in Iran e il voto di ottobre.

I nuovi equilibri in Medioriente

L’Iran può uscire da questo conflitto in una posizione di forza. Può difendere gli interessi di Libano, Palestina e Yemen come mai ha fatto prima d’ora. E così la fine del conflitto tra Iran e Israele deve includere anche un limite alle guerre di Tel Aviv nella regione insieme al ritiro delle truppe Usa dal Medioriente, come richiesto nei 10 punti preliminari in discussione a Islamabad. In termini più precisi, questi colloqui potrebbero determinare una nuova stabilità regionale dove l’Iran coopera
con Usa, paesi del Golfo e Israele. Ma questo non può prescindere dalla fine del genocidio a Gaza e dal riconoscimento di uno stato palestinese.

Lo Stretto di Hormuz

È sempre più evidente fino a che punto il futuro del Medioriente passi per la sicurezza dello Stretto di Hormuz. E così sarà necessario stabilire i dettagli sullo sminamento, non facile, dello stretto e il ruolo che potrà avere una missione europea su questo punto. Così come sarà necessario chiarire il nuovo status quo a Hormuz e cioè se sarà legittimata la decisione iraniana di imporre un pedaggio alle navi che passano di lì, sul modello del Canale di Suez.

L’Iran vorrebbe usare gli introiti
miliardari di questa “nazionalizzazione” de facto di Hormuz, con l’avallo dell’Oman, per ricostruire il paese distrutto dai bombardamenti di Stati Uniti e Israele. Trump ha negato la sua disponibilità per una soluzione che vada in questa direzione in acque internazionali. In realtà l’Iran, se non ci fosse l’intesa, ha dimostrato che potrebbe continuare a combattere a lungo e di saper far leva sull’aumento dei prezzi del petrolio. Più i prezzi del petrolio aumentano più l’economia del paese
esportatore è forte.

Per l’Iran

L’avvio del cessate il fuoco segna una svolta politica per l’Iran. Questa guerra ha dimostrato a tutti che non si può attaccare la Repubblica islamica senza distruggere il paese. Trump insiste che il conflitto ha portato a un “cambiamento di regime” con la decapitazione dei vertici a partire dall’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, di cui si sono celebrati i 40 giorni dall’uccisione con una massiccia partecipazione popolare.

Secondo Trump, i leader iraniani, incluso Mojtaba, figlio di Khamenei, ferito e mai apparso in pubblico dopo la nomina, sarebbero “meno radicali e più ragionevoli” dei loro predecessori. In realtà, se si arrivasse a un’intesa storica sarebbe grazie al superamento del veto di Ali Khamenei che era contrario a un accordo con gli Usa. Anche perché quando è stata raggiunta l’intesa nel
2015 non è stata rispettata da Washington. Se anche questo fosse vero, la leadership iraniana è senz’altro più radicale che mai nella repressione interna.

L’arricchimento dell’uranio

Il futuro del Medioriente passa anche per la questione nucleare iraniana però la sua portata è stata ridimensionata. In altre parole, con ogni probabilità la leva di Hormuz si è dimostrata molto più efficace per Teheran di quanto non lo sarebbe un’arma nucleare. Però il programma nucleare a scopi civili resta una questione di principio per l’Iran, in una regione dove proprio Israele e Pakistan detengono l’arma atomica. Una buona soluzione di compromesso potrebbe essere il ritorno all’accordo di Obama che prevedeva livelli molto bassi di arricchimento dell’uranio, un sistema diffuso di ispezioni Onu e la fine delle sanzioni internazionali. Se così fosse, sarebbe l’ennesima beffa per Trump che nel 2018 stracciò unilateralmente l’accordo equilibrato, voluto dal suo
predecessore.

Se a Islamabad prevalesse la diplomazia, passerebbe definitivamente il principio secondo il quale la guerra non è una soluzione per risolvere le tensioni con Teheran. Dal canto suo, l’Iran affermerà l’importanza centrale della leva del controllo sullo Stretto di Hormuz per ricostruire i rapporti economici con Asia ed Europa. Se non si arrivasse a un accordo, la guerra a bassa intensità tra Israele e Iran potrebbe andare avanti ma senza la partecipazione Usa. Con l’avvio del cessate il fuoco, gli Stati Uniti hanno ripreso a distanziarsi politicamente dal loro alleato regionale. Tuttavia, questo conflitto ha avuto effetti forse irreversibili nella politica Usa con i rischi per Trump di impeachement e la perdita di credibilità con la sua strategia fallimentare nella guerra.

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