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Guerra tra Iran, Usa e Israele

Hormuz, il vicolo cieco degli USA: “Trump è in trappola, ha iniziato una guerra senza sapere come finirla”

La minaccia del Presidente USA di chiudere lo Stretto di Hormuz è un “grido di frustrazione”. Tecnicamente si tratterebbe di un’operazione impraticabile che esporrebbe gli Stati Uniti a rischi diplomatici enormi e a possibili errori di calcolo militari. L’analisi di Giuseppe Dentice.
Intervista a Giuseppe Dentice
Analista esperto di Medio Oriente dell'Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell'Istituto di Studi Politici "San Pio V".
A cura di Davide Falcioni
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La speranza di un accordo tra Stati Uniti e Iran a Islamabad è durata lo spazio di un weekend. Oggi, infatti, il mondo si svegliato con lo spettro di un nuovo blocco navale permanente nello Stretto di Hormuz, questa volta non minacciato e messo in pratica da Teheran ma annunciato sui social da un Donald Trump sempre più irritato dalla resistenza iraniana.

Dopo più di un mese di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele, infatti, l'Iran mantiene salda la presa sul rubinetto energetico globale, rallentando il traffico marittimo a un rivolo che sta soffocando le catene di approvvigionamento e causando un forte aumento dei costi energetici in tutto l'Occidente, Europa in primis.

In questo quadro, la minaccia del Presidente americano rischia di dare il colpo di grazia a un’economia globale già stremata da sei settimane di caos. Mentre il Brent segna un nuovo aumento, la domanda sorge spontanea: la mossa di Trump è un tentativo di riprendere il controllo della situazione o un atto di disperazione? Fanpage.it ne ha parlato con Giuseppe Dentice, analista dell'Osmed, che non ha dubbi: "Più che una strategia militare coerente, mi sembra un grido di frustrazione".

Il mancato accordo di Islamabad commentato dai gironali iraniani
Il mancato accordo di Islamabad commentato dai gironali iraniani

I colloqui di Islamabad tra Stati Uniti e Iran sembrano essere giunti a un binario morto. Dottor Dentice, cosa è successo davvero dietro le porte chiuse in Pakistan e quali sono i nodi che hanno determinato questo stallo?

Definire con precisione l'andamento di questi colloqui è estremamente complesso, principalmente perché sono stati gestiti con un livello di riservatezza quasi assoluto. Il tentativo delle parti era chiaramente quello di far trapelare il minor numero di informazioni possibile per proteggere i margini di manovra negoziale. Tuttavia, stando a quanto emerge, i punti di rottura si sono cristallizzati attorno a due elementi cruciali. Il primo, e certamente il più immediato, riguarda la gestione dello Stretto di Hormuz, che è diventato il problema numero uno sul tavolo. Il secondo elemento, che potremmo definire una "mossa a sorpresa", riguarda il dossier nucleare iraniano.

È interessante notare come la questione del nucleare sia tornata prepotentemente al centro del dibattito, probabilmente spinta da attori terzi, Israele in primis. Questo rappresenta un cambio di rotta rispetto alle dichiarazioni di Donald Trump di poche ore prima, in cui sosteneva che un accordo con Teheran non fosse fondamentale, specialmente sul fronte nucleare. Come spesso accade con la Casa Bianca, ci troviamo costretti a fare una vera e propria esegesi dei suoi discorsi, che appaiono spesso contraddittori. Se però guardiamo ai fatti, lo stallo su Hormuz è il segnale più chiaro di una difficoltà strutturale: gli Stati Uniti hanno condotto una campagna militare che, da un punto di vista tattico, ha degradato le capacità offensive iraniane, ma non ha affatto piegato il regime. Il problema strategico di fondo resta l'assenza di un "end game", un obiettivo finale chiaro. Senza una strategia d'uscita definita, la cornice dell'intervento americano rimane ambigua e questa incertezza si riflette inevitabilmente sulla tenuta delle trattative.

In questo contesto si inserisce la dichiarazione di Trump su un possibile blocco totale di tutte le navi in entrata e in uscita da Hormuz. Come dobbiamo leggere questa minaccia? 

La proposta di Trump di un blocco navale totale solleva interrogativi enormi, sia tecnici che politici. Più che una strategia militare coerente, mi sembra un grido di frustrazione. È un messaggio rivolto non solo all'Iran, ma all'intero Occidente e ai partner della NATO. Il ragionamento di Trump, sintetizzando brutalmente, è: "Noi stiamo facendo il lavoro sporco per voi, mentre voi state a guardare". Trump percepisce gli alleati europei come approfittatori e la NATO come una "tigre di carta" incapace di fornire supporto concreto.

Questo nervosismo eccessivo nasce dalla consapevolezza, forse maturata per la prima volta dall'inizio del conflitto, di non aver ottenuto risultati politici tangibili nonostante l'impiego della forza. La sua irritazione si è spinta fino a colpire il Papa… In realtà, questa postura aggressiva cerca di rispondere alle pressioni dei partner del Golfo e dei mercati asiatici, ma paradossalmente finisce per favorire i competitor globali degli Stati Uniti. Cina e Russia sono gli unici attori che stanno traendo un vantaggio strategico da questo caos, mentre l'Europa ne esce con le ossa rotte, schiacciata tra la mancanza di una propria strategia e il fallimento di quella americana.

Spostiamoci sul piano della fattibilità: un blocco navale di questo tipo è davvero praticabile o è pura propaganda?

Sul piano operativo, un blocco totale dello Stretto di Hormuz presenta difficoltà tecniche quasi insormontabili. Bisogna considerare cosa significhi materialmente controllare ogni singolo scafo in transito in uno dei punti più trafficati del pianeta. Al di là della bandiera che una nave batte, un’operazione di pattugliamento e ispezione sistematica espone gli Stati Uniti a rischi altissimi. Se commetti un errore e sequestri una nave di un Paese alleato, scateni un incidente diplomatico senza precedenti; se invece agisci con troppa aggressività, offri all'Iran il pretesto perfetto per un'ulteriore escalation.

L'unico modo per esercitare un controllo reale sarebbe l'abbordaggio fisico delle navi, ma questo comporterebbe un impegno di risorse e un rischio per il personale che difficilmente l'opinione pubblica americana sarebbe disposta ad accettare oggi. Anche prendendo per buone le intenzioni della Casa Bianca, la complessità dell'operazione la rende quasi inverosimile. È una misura che vive più nella dimensione della comunicazione politica che in quella della realtà militare.

Poco dopo le parole di Trump, non a caso, il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha precisato che il blocco si applicherà specificamente a "tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani". Questa correzione di tiro cambia la sostanza della sfida?

Decisamente sì, è un ridimensionamento significativo, ma non risolve i problemi di fondo. Il CENTCOM ha cercato di ricondurre la sparata di Trump entro i binari di una dottrina militare più gestibile, trasformando un "blocco globale" in una sorta di "mini-blocco" mirato esclusivamente all'Iran. Tuttavia, anche limitando il raggio d'azione ai soli porti iraniani, la complessità rimane notevole.

Veniamo al futuro immediato: il cessate il fuoco scade teoricamente il 22 aprile. Alla luce di quanto sta accadendo, che futuro vede per questa tregua?

È la domanda più difficile. Se già alla nascita questa tregua appariva debole, oggi appare fragilissima. Il rischio che possa fallire nel giro di poche ore o di pochissimi giorni è estremamente concreto. Non dimentichiamo che esiste un attore fondamentale che in questo momento osserva in silenzio, ma con estrema attenzione: Israele. Il governo israeliano sta spingendo con forza affinché Trump non conceda nulla e riprenda il conflitto su scala più ampia, magari proprio per colpire i siti nucleari iraniani che sono tornati nel mirino.

In questo scenario, la ripresa delle ostilità è un'ipotesi molto più plausibile rispetto a pochi giorni fa. Quello che preoccupa maggiormente non sono solo le dichiarazioni bellicose, ma il contenuto di inefficacia che portano con sé. La frustrazione americana per lo "stato dell'arte" della guerra è evidente. Trump si trova in una morsa: da un lato la pressione interna e la necessità di mostrare successi elettorali, dall'altro una realtà sul campo che lo vede in difficoltà sia con i nemici che con gli alleati.

Si può quindi affermare che gli Stati Uniti si siano infilati in una trappola causata dalla loro stessa strategia?

Sì. E il rischio sempre più evidente è che da questa trappola non riescano a uscire in tempi brevi.

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