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Conflitto Israelo-Palestinese

“Hamas più forte di prima del 7 ottobre”: l’analisi dell’esperto dopo 8 mesi di guerra a Gaza

Dopo 8 mesi di guerra i leader di Hamas sono vivi, i suoi esponenti siedono al tavolo dei negoziati e dialogano alla pari con i diplomatici israeliani e statunitensi, la prospettiva di un “regime change” a Gaza si allontana di giorno in giorno, mentre il consenso della popolazione aumenta.
Intervista a Lorenzo Trombetta
Analista di Limes, corrispondente Ansa e ricercatore con sede a Beirut.
A cura di Davide Falcioni
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Yahya Sinwar, leader di Hamas
Yahya Sinwar, leader di Hamas
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Dopo almeno 36mila palestinesi uccisi e 85mila feriti a che punto è la guerra a Gaza? All'indomani degli attacchi del 7 ottobre 2023 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva annunciato al mondo l'intenzione di "distruggere Hamas" definitivamente, garantendo che non si sarebbe fermato fino a quando l'organizzazione che amministra la Striscia di Gaza non fosse stata completamente debellata sia dal punto di vista militare che da quello politico.

Eppure, a otto mesi di distanza, il partito armato palestinese appare più forte che mai: i suoi esponenti siedono al tavolo dei negoziati e dialogano alla pari con i diplomatici israeliani e statunitensi, i leader di Hamas continuano a conservare il loro immenso potere e la prospettiva di un "regime change" a Gaza si allontana di giorno in giorno, mentre il consenso della popolazione aumenta. Insomma, come spiega a Fanpage.it Lorenzo Trombetta – analista di Limes, corrispondente Ansa e ricercatore con sede a Beirut – negli ultimi 243 giorni, quelli trascorsi dal 7 ottobre, "il consenso di Hamas non è stato eroso, bensì rafforzato". Ed è sempre più probabile che il partito armato palestinese continuerà a governare Gaza anche negli anni a venire.

Lorenzo Trombetta
Lorenzo Trombetta

Dopo il 7 ottobre Benjamin Netanyahu aveva annunciato al mondo l'intenzione di "distruggere Hamas" una volta per tutte: oggi però il partito palestinese che amministra Gaza sembra ancora molto forte ed è di fatto un interlocutore riconosciuto da tutti, Israele e USA compresi, ai tavoli negoziali. Per Hamas si può parlare di vittoria politica?

Occorre fare una premessa e ricordare quale era il vero obiettivo degli attacchi del 7 ottobre: Hamas intendeva essere riconosciuto come un interlocutore politico, e certamente c'è riuscito. Da mesi e mesi i negoziati vengono condotti dialogando coi leader del partito armato palestinese, la cui resistenza nella Striscia di Gaza in questi otto mesi è stata eccezionale. La struttura politica infatti è ancora perfettamente operativa: e non mi riferisco solo a quella in esilio, ma anche quella all'interno di Gaza esposta quotidianamente ai bombardamenti israeliani. Non solo: Hamas ha ancora molti ostaggi israeliani, sia militari che civili, alcuni dei quali potrebbero essere ancora vivi, fattore che aumenta sensibilmente il potere negoziale dell'organizzazione. Anche la leadership tattico-operativa, rappresentata da Yahya Sinwar e dai suoi fedelissimi, non è stata distrutta. Israele non ha mai mostrato al mondo le loro teste in questi otto mesi: questo significa che i capi di Hamas sono ancora vivi. Va ricordato che questi risultati per Hamas non erano scontati: Israele è da più parti considerata non più e non solo una superpotenza militare del Medio Oriente, ma dell'intero Mediterraneo.

Dopo otto mesi di bombardamenti incessanti sulla Striscia di Gaza e almeno 36mila morti accertati qual è il consenso di Hamas tra la popolazione palestinese?

Quando si è sotto le bombe il consenso inevitabilmente sale. In Occidente abbiamo spesso la convinzione che se si è esposti a molta violenza, se si perdono i propri cari, la propria casa, i servizi e persino l'accesso a cibo ed acqua, ci si possa "ribellare" automaticamente verso i propri governanti ritenendoli responsabili di quello stato di cose. Tuttavia è un'analisi sbagliata perché è pesantemente viziata dal nostro punto di vista privilegiato: effettivamente noi perderemmo moltissimo da una guerra, visto che partiremmo da una condizione di agio e benessere. Ma per un palestinese è assai diverso: mettiamoci nei panni di un cittadino, o "suddito" di Hamas, nella Striscia di Gaza, magari di un ragazzo nato nel 2005/2006, che è cresciuto all'ombra di Hamas, ha vissuto perennemente sotto l'assedio israeliano, ha attraversato diverse guerre e quasi certamente ha imbracciato un fucile. Evidentemente nella sua condizione un giovane palestinese ha un punto di vista molto diverso da quello di un occidentale: è sotto attacco, conosce solo la violenza e non ha altre prospettive che non siano la resistenza, spesso e volentieri armata, sotto l'ombrello di Hamas. Ecco perché il consenso interno del partito che amministra Gaza non è mai stato così alto, molto più di quanto non fosse prima del 7 ottobre. Insomma, gli otto mesi di guerra hanno rafforzato e non eroso il consenso intorno ad Hamas.

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Insomma, politicamente Hamas è ancora forte. Ma militarmente? Gli attacchi israeliani avranno pur colpito dei depositi di armi, ucciso combattenti…

È difficile dare una risposta precisa senza stare sul terreno ed avere a disposizione dei dati oggettivi. Quello che comunque possiamo dire con certezza è che Hamas ha dimostrato una grande capacità di difendersi e, come dimostrano anche i lanci di razzi delle ultime ore, anche qualche capacità di offendere. Sappiamo anche che nel nord di Gaza, zona in teoria "bonificata", i combattenti di Hamas sono tornati a colpire ed abbiamo notizie di 4/5 soldati israeliani uccisi ogni settimana. Insomma, il partito armato palestinese ha mantenuto una grande capacità di restare sul terreno soprattutto grazie alla rete di tunnel sotterranei da cui, evidentemente, arrivano anche dei rifornimenti militari.

Gaza è sigillata. Da dove potrebbero provenire le armi?

Evidentemente esiste un sistema di approvvigionamento clandestino con il Sinai, in Egitto. Nel deserto vi sono molti "poteri grigi", contrabbandieri che da un lato strizzano l'occhio al governo del Cairo, dall'altro fanno affari con chiunque sia disposto a pagare. E tra questi vi è sicuramente anche Hamas. Credo che da questo punto di vista vi siano evidenti mancanze, se non responsabilità, da parte dei servizi di sicurezza egiziani. In Italia parleremmo di "servizi deviati"…

Crede che Hamas riuscirà a restare in piedi anche in futuro e ad amministrare la Striscia di Gaza?

In politica, soprattutto in una situazione come quella in Medio Oriente, è bene lasciare da parte gli "assoluti" e prepararsi invece alle sorprese perché il dilatarsi del tempo diluisce le aspettative e anche le convinzioni che sembravano ferree finiscono per ammorbidirsi. Nell'immediatezza del 7 ottobre nessuno si sarebbe aspettato che Hamas sarebbe riuscito a resistere fino a giugno 2024. Eppure è così che è andata e – se proviamo a proiettarci nel 2025 – credo che si finirà per trovare un accordo affinché Hamas continui ad amministrare Gaza. Non ci sono le condizioni perché altri soggetti si sostituiscano né perché Israele prenda il controllo della Striscia. E anche l'ipotesi che entrino in gioco forze dell'ONU è ad oggi pura fantasia. Insomma, Hamas continuerà a governare Gaza anche negli anni a venire; resta da capire se lo farà in modo "clandestino", oppure aperto ed "ufficiale".

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