Nel nostro paese ogni tre ore c'è un nuovo contagio da virus HIV. Eppure, nonostante questo, sono anni che le istituzioni non investono in serie campagne di sensibilizzazione, il risultato, Ormai, grazie ai progressi medici che comunque ci sono stati, sono in tanti a credere erroneamente che l'HIV sia stato debellato.

In occasione ventiquattresima Giornata Mondiale contro l'AIDS si rende indispensabile una riflessione sui dati della malattia, sui progressi in campo medico e scientifico per debellare il virus, sulle campagne di prevenzione. Perché, a dispetto delle scarse iniziative promosse dalle istituzioni del nostro paese, in Italia, così come nel resto del mondo, il virus dell'HIV è ben lungi dall'essere sconfitto, per quanto le numerose scoperte a cui abbiamo assistito in particolar modo in questi ultimi anni, facciano ben sperare.

Di AIDS si muore di meno, ormai questo è certo: i dati dell'ultimo rapporto UNAIDS sottolineano come il numero dei contagiati sia sì in aumento ma principalmente a causa dell'allungamento medio della vita che le terapie antiretrovirali stanno garantendo ai pazienti. Ma l'HIV non ha mai smesso di colpire e, anzi, sta diventando sempre più un flagello anche per i paesi occidentali: in Italia si conta un contagio ogni tre ore, quasi tremila nuovi casi all'anno. Come accade negli altri paesi europei, un malato su quattro non sa di esserlo; oltre un terzo delle persone con una nuova diagnosi, infatti, dal momento che non ha precedentemente effettuato alcun test per controllare la propria eventuale sieropositività, presenta una malattia in una fase avanzata e già pesanti danni a carico del sistema immunitario.

La Commissione Nazionale per la lotta all'AIDS ha presentato ieri gli ultimi dati sull'infezione del nostro paese. Ne emerge che nel 2010 l'80,7 delle nuove infezioni è attribuibile a rapporti sessuali non protetti, con un'età media di persone sieropositive di 39 anni per gli uomini e 35 per le donne: «Il 70% delle donne viene infettato da un partner stabile, mentre il 76% dei maschi contrae il virus durante un rapporto occasionale. È quindi l'uomo che normalmente "porta" la malattia all'interno della coppia. Inoltre, le donne sono più vulnerabili di fronte al virus: la loro mucosa genitale è più permeabile all'Hiv rispetto a quella maschile e gli ormoni femminili, in certe fasi del ciclo, possono favorire l'infezione» ha evidenziato Antonella D'arminio Monforte, direttore della clinica di malattie infettive del San Paolo di Milano. L'incidenza, maggiore al centro-nord, è stata, nel 2010, di quasi 6 nuovi casi su 100 000 abitanti: in particolare, 4 sieropositivi su 100 000 italiani residenti e 20 su 100 000 stranieri residenti.

L'HIV, insomma, ha cambiato faccia ma è sempre presente: quando il virus fece la propria comparsa ad infettarsi erano principalmente i giovani e una gran parte era composta da persone tossicodipendenti. Certamente, la sottovalutazione del fenomeno da parte delle istituzioni ha una responsabilità fortissima sulla diffusione della malattia: sono anni, ormai, che l'opinione pubblica tende a non percepire più l'AIDS come un pericolo e, se sono soprattutto le persone di età matura a non comprendere i rischi che si corrono, c'è da chiedersi chi educherà gli adolescenti ad una sessualità responsabile e sicura per la propria salute.

Del resto, le nuove e confortanti scoperte del mondo scientifico, tendono anch'esse a creare confusione ed ottimismi che, nel caso di questa malattia, dovrebbero essere estremamente cauti: di qualche mese fa è una ricerca statunitense che ha dimostrato che le cure per i sieropositivi se fatte da subito riducono drasticamente la possibilità di contagio, mentre dall'Italia giungono buone notizie che riguardano i vaccini. Il Direttore del Centro Nazionale AIDS dell'Istituto Superiore di Sanità, Barbara Ensoli, ha comunicato che sono iniziati gli arruolamenti per i volontari non sieropositivi che si sottoporranno al trial del vaccino preventivo e che la sperimentazione del vaccino terapeutico sta dando dei risultati soddisfacenti, dimostrando che la proteina Tat, combinata con altri farmaci, è in grado di migliorare le alterazioni sul sistema immunitario causate dal virus. L'«obiettivo zero» che si prefigge la Giornata Mondiale contro l'AIDS  è ancora lontano, ma non impossibile.