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4 Maggio 2022
13:47

Fame di luce, cosa succede alle persone in guerra: “Il buio dei bunker crea ansia e depressione”

La guerra in Ucraina lascerà strascichi dolorosi non solo sui corpi e nelle città devastate, ma anche sulla salute mentale delle persone. Soprattutto i minori. Ne parliamo con Antonella Bertolotti, psichiatra di guerra e fondatrice di Intermed Onlus, e Damiano Rizzi, psicologo di guerra e presidente di Soleterre onlus.
A cura di Chiara Daffini
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Un rifugio sotterraneo nelle città bombardate dell’Ucraina
Un rifugio sotterraneo nelle città bombardate dell’Ucraina

La chiamano “fame di luce” ed è la condizione psichica in cui si ritrovano le migliaia di persone costrette a restare nei rifugi sotterranei per sfuggire alla morte sulla superficie delle loro città. Ma è solo una piccola parte della risacca di disagio psichico che la guerra in Ucraina sta provocando e provocherà. Fanpage.it ne ha parlato con due esperti: Antonella Bertolotti, psichiatra di guerra e fondatrice di Intermed Onlus, e Damiano Rizzi, psicologo di guerra e presidente di Soleterre onlus. Entrambi stanno aiutando le vittime del conflitto, tanto i profughi quanto i civili e i militari rimasti in Ucraina.

“In guerra la morte è solo la punta dell’iceberg”

Che cosa succede nella mente di una donna, un uomo, un bambino o un adolescente quando arriva la guerra? “Accade – dice Rizzi – che prevalgono gli impulsi primordiali, quelli aggressivi, che tutti abbiamo, ma che nella normalità sappiamo tenere a bada attraverso tensioni astratte, come la razionalità, l’ironia, la cultura, l’arte… Durante la guerra tutto questo viene meno, rimane solo ciò che è drammaticamente concreto: l’assenza di cibo, di servizi essenziali, la paura delle bombe, lo stato di allerta perenne”. Per chi non muore: “In guerra – continua Rizzi – la morte è solo la punta dell’iceberg, dove l’iceberg è rimanere senza gambe, senza famiglia, senza mezzi di sostentamento”.

Damiano Rizzi
Damiano Rizzi

“Nevrosi e psicosi per combattere l’attesa”

“Lo stato perenne, in una guerra come quella che si sta combattendo in Ucraina, è l’angoscia dell’attesa per quello che accadrà – spiega Bertolotti -. Tutti sanno che i russi potrebbero arrivare e invadere, ma non si sa quando e non si sa come. Questo fattore incontrollabile porta a una grave disregolazione emotiva, che ognuno tenta di contrastare come può: per esempio, alcuni contadini con cui avevo fatto amicizia nel periodo in cui ero a Vinnycja (Ucraina centrale, ndr), continuavano imperterriti a coltivare e ad arare, lo facevano quasi per scaramanzia, per ingannare l’attesa”.

Antonella Bertolotti
Antonella Bertolotti

Il dramma dei profughi: “Come farò a ricominciare?”

Attualmente i cittadini ucraini emigrati come profughi di guerra in altri Paesi sono circa 5 milioni e mezzo. Tanti sono stati accolti da parenti e amici, altri si trovano in centri per i rifugiati, ma la preoccupazione rimane comune, perché nessuno di loro aveva scelto e programmato di lasciare la propria terra: “Nel campione che abbiamo analizzato (200 profughi ucraini al confine con la Polonia, ndr), l’84% delle persone ha paura del futuro, non sa come farà a trovare i soldi per vivere in un Paese straniero e senza sapere la lingua”, dice Rizzi.

Nei bunker l’incubo del buio

Ancora più in difficoltà i cittadini che non sono riusciti a lasciare l’Ucraina: per la maggior parte poveri e poverissimi, invalidi, anziani. Chi ne ha avuto la possibilità si è rifugiato nei sotterranei: “Nei rifugi – spiega Rizzi – la paura più grande è che cada una bomba sull’edificio sovrastante e non si riesca più a uscire. Se anche un luogo iper sicuro può rappresentare una minaccia di morte atroce, possiamo immaginare come il cervello si ‘disorganizzi’”. Non solo. “Si chiama ‘fame di luce’ – aggiunge Bertolotti – ed è l’istinto naturale a riemergere in superficie, perché stare chiusi in un bunker esclude dal mondo esterno, crea una sorta di dissociazione, che può portare a stati depressivi molto gravi o a crisi incontrollabili di ansia”.

Vengono chiamati
Vengono chiamati "shelter" (rifugi) o "bunker", ma sono per lo più scantinati

Violenza di guerra, violenza domestica

A diventare violente sono anche le relazioni tra familiari: secondo Amnesty International, dal 2014 a oggi nelle zone del Donbass i maltrattamenti domestici sono aumentati in media del 117%, e per la precisione del 76% e nella regione del di Donetsk e del 158% nell’area di Lugansk. Non sempre si tratta di soggetti già violenti, spesso è la carenza di risorse primarie a portare, soprattutto i genitori, a risposte esasperate nei confronti dei figli minori, a loro volta provati fisicamente e psicologicamente.

Allarme bambini e adolescenti

Già a un mese dall’inizio della guerra, la Sinpia – Società italiana di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza – aveva espresso preoccupazione per la salute mentale dei minori coinvolti nel conflitto. Oggi le conseguenze sono tangibili: “Parliamo di bambini molto piccoli gettati dalla finestra per essere salvati, mentre i loro genitori sono morti, perché la loro abitazione è andata distrutta – dice Rizzi -. O bambini a cui cerchiamo di non amputare le gambe. Spesso si tratta di piccoli con pochi anni di vita, che a mala pena hanno l’uso della parola e possono esprimere verbalmente quanto provano e hanno vissuto. Potrebbero sviluppare un pensiero paranoideo, che faccia vedere loro tutto il mondo come aggressore, con il rischio di psicosi o, nel peggiore dei casi, di suicidio”.

Un ospedale pediatrico a Leopoli
Un ospedale pediatrico a Leopoli

Che cosa possiamo fare?

Nel 2019 la Banca Mondiale aveva definito l’Ucraina il Paese più povero d’Europa. Questa stima è stata rivista nella situazione attuale e peggiorata del 40%. Rispetto alla media dell’Unione europea, il governo di Kiev ha finora investito 15 volte meno in salute mentale (State of mental healthcare systems in Eastern Europe: do we really understand what is going on? Dzmitry Krupchanka and Petr Winkler, Cambridge University Press, 2018). Comparto che richiederà invece notevoli sforzi, anche da parte di tutti i Paesi che stanno accogliendo la popolazione in fuga. Che cosa possiamo fare, dunque? “Non bastano il cibo, la casa e la scuola – osserva Bertolotti -. Serve in primo luogo l’ascolto, che ci deve portare a imparare da questo dolore e soprattutto a non dimenticarlo. Dobbiamo esserci come persone”.

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