Emergenza Coronavirus in Yemen (Oxfam).
in foto: Emergenza Coronavirus in Yemen (Oxfam).

Tra i paesi che più preoccupano la comunità internazionale per gli effetti devastanti che l'emergenza Coronavirus potrà avere sia sul sistema sanitario che su quello economico, c'è lo Yemen. Nel paese posto all'estremità meridionale della Penisola araba sono già stati raggiunti dall'infezione 10 governatorati su 22 con quasi 400 casi e oltre 80 vittime. Ma il sospetto delle organizzazioni e delle associazioni umanitarie è che il numero dei contagi possa essere molto più alto e che possa aumentare esponenzialmente nelle prossime settimane. La situazione, infatti, è difficile: medici e infermieri in prima linea non hanno guanti, manca l'ossigeno per le terapie intensive, la metà degli ospedali è stata distrutta da cinque anni e mezzo di guerra, e le poche strutture in funzione sono già sature e in diversi casi pazienti con febbre alta e crisi respiratoria non possono essere curati.

Emergenza mascherine: in Yemen sono un bene di lusso

Inoltre la maggior parte dei cittadini non può permettersi neanche l'acquisto delle mascherine di protezione, dal momento che i prezzi sono schizzati alle stelle, aumentati di circa 30 volte rispetto al normale, da circa 10 riyal (quasi 0,02 dollari) per unità a 300 riyal (0,5 dollari) per quelle usa e getta. Per non parlare delle professionali, il cui costo può arrivare fino a cinquemila riyal, circa 8 dollari. In pratica, come confermano anche i dati di Save The Children, la mascherina è un bene di lusso, se si considera che il reddito medio è di circa 120 dollari al mese. Insomma, una situazione difficile che pur non facendo ancora registrare un boom di contagi, preoccupa non poco la comunità internazionale. A ciò si aggiunga che molte cliniche comunitarie e strutture sanitarie non sono in grado nemmeno di permettersi nuove bombole. A livello nazionale, ce ne sono meno di dodicimila disponibili per una popolazione di quasi 30 milioni di abitanti.

Pandemia e crisi economiche: le rimesse dei rifugiati crollate dell'80%

Il tutto si accompagna alla disastrosa crisi economica che il lockdown imposto negli altri Paesi ha peggiorato ulteriormente. Come ha denunciato Oxfam, le rimesse dei rifugiati yemeniti dall’estero sono crollate dell’80% in almeno 6 aree dello Yemen, da gennaio ad aprile, per effetto del blocco per il contenimento del Coronavirus in quasi tutto il mondo, rimesse da cui dipende la sopravvivenza di uno yemenita su 10 e che nel 2019 ammontavano a 3,8 miliardi di dollari, pari al 13% del Pil. Ma a mancare sono anche le condizioni igieniche di base, arma imprescindibile per la lotta al Coronavirus: con circa 3,6 milioni di sfollati interni, di cui 100mila dall’inizio dell’anno, lo Yemen vive infatti una delle più gravi emergenze profughi al mondo. Centinaia di migliaia di famiglie, nella stragrande maggioranza dei casi, è costretta a vivere in condizioni di promiscuità, in alloggi di fortuna senza poter rispettare il distanziamento sociale, senza accesso a cure di base, acqua pulita e sapone per lavarsi le mani. Più della metà sono donne, il 27% è composto da bambini e ragazzi con meno di 18 anni, la maggior parte dei quali soffrono di grave malnutrizione.

L'appello di Oxfam: "Serve immediata risposta umanitaria"

Proprio per questo, la conferenza di impegno internazionale che si è tenuta il 2 giugno ha promesso 1,35 miliardi di dollari per la risposta agli aiuti sui 3,4 necessari a salvare centinaia di migliaia di vite nei prossimi mesi, ma non sono abbastanza. Addirittura le Nazioni unite alla vigilia si aspettavano di arrivare quantomeno a 2,4 miliardi di dollari, ma niente da fare. Dall’Italia, che sino ad oggi aveva stanziato appena 5 milioni l’anno per l’emergenza, è arrivato un aumento di appena 160mila euro. "Morire di fame prima che di Covid. Non si può lasciare un intero popolo di fronte a questa allucinante alternativa – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia, confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo –. La priorità è che gli stanziamenti promessi alla Conferenza internazionale di ieri, calati non poco rispetto ai 2,6 miliardi stanziati nel summit dell’anno scorso, siano resi subito disponibili per un’adeguata risposta umanitaria. Senza sono a rischio 5,5 milioni di vite, con diversi programmi di aiuto sul campo che potrebbero chiudere in poche settimane. Mentre il Covid avanza, 10 milioni di persone sono sull’orlo della carestia, 17 milioni non hanno accesso ad acqua pulita e servizi igienico-sanitari. Serve un sforzo straordinario per fronteggiare la pandemia, non solo in termini di stanziamenti, ma anche per un immediato cessate il fuoco, senza il quale sarà sempre più difficile soccorrere la popolazione".