Diciannovenne eritreo torturato in Libia, i video dell’orrore inviati alla madre: 7500 euro per la sua vita

Articolo a cura di Mariangela Pira e Monica Peruzzi
Mentre il mondo è in fiamme si consumano tragedie di invisibili, che probabilmente non avranno mai giustizia. Questa è la storia di una tra le tante persone senza voce e parte dal racconto di una rifugiata eritrea arrivata in Italia dall’Uganda, che lavora come operatrice in un centro di accoglienza e di cui – a causa di quanto state per leggere – teniamo nascosta l’identità. I suoi due figli e il fratello sono rimasti rifugiati in Uganda e uno dei suoi figli, di diciannove anni, voleva venire in Italia poiché la situazione nel Paese per i rifugiati eritrei, e non solo, è disperante. La madre stava cercando un corso per chiedere il visto. Il ragazzo invece senza dire nulla a lei ha agito di proprio conto.
È stato irretito da un trafficante che lo ha venduto ai libici. Il video che alleghiamo, e che ne nasconde i lineamenti, è stato ricevuto dalla madre, che è stata contattata da questi criminali, che hanno iniziato a chiedere soldi mandando video di torture. La richiesta è pari a 7.500 euro e i video delle torture, come potete vedere, sono indicibili. L’ultimo video ricevuto risale al 10 marzo. A seguire il caso è l’avvocato Francesca Napoli, che da anni segue in Italia i rifugiati.
“È molto difficile reperire notizie – ci dice – tramite un contatto di un rifugiato attivista con una rete in Libia (collettivo Refugees in Libya, ndr) i rapitori sono stati contattati e si è riusciti a fare una videochiamata (ultima videochiamata il 18 marzo, n.d.r.) appurando che il ragazzino è ancora vivo”, dice. La madre del ragazzo è stata disposta a denunciare sui media la storia purché preservassimo la sua identità. Ecco perché il volto del ragazzo abbiamo scelto di oscurarlo. Questa è la storia, stando agli ultimi report Onu, di un business consolidato, di sfruttamento, un metodo sistematico cui contribuisce con finanziamenti anche l’Europa e quindi anche il nostro Paese, quest’ultimo nello specifico con 60 milioni di euro. Ma andiamo con ordine.
Ripensando alla guerra contro Muammar Gheddafi e la sua successiva caduta, non era facile immaginare lo scenario che si sarebbe aperto subito dopo, anche se gli ingredienti per l’instabilità c’erano tutti: persone comuni, come potrebbe essere ognuno di noi, che venivano armate e spedite a combattere al fronte, nel peggiore dei casi, o rimanevano in città a guardia dei depositi di munizioni o altri siti strategici. Non si capiva se ci fosse un piano preciso, ma era palpabile l’ostilità verso chi li aveva comandati fino a quel momento, e anche verso chi li aveva colonizzati per decenni.
C’erano altri due ingredienti che dentro il furore del conflitto si facevano strada: la religione da una parte, perché il Paese laico voluto dal Colonnello e che aveva attecchito nella parte Est della Libia, la Tripolitania, non era ben visto dalle parti di Bengasi, dove l’Islam più radicale era stato il collante della resistenza al governo centrale. E le cabile dall’altra, come vengono chiamati i potenti clan da sempre presenti in Libia. Ognuno con la sua zona d’interesse, con le sue dinamiche e le proprie regole. Senza contare le pressioni di altri Paesi stranieri, dalla Russia di Putin che con le brigate Wagner ha armato e addestrato i guerriglieri e soffiato sul fuoco del caos, alla Cina di Xi, che mentre le Potenze occidentali avevano lo sguardo volto altrove, costruivano strade e interi quartieri, in cambio di risorse strategiche e rilevanza politica, per finire con la Turchia di Erdogan, che voleva ristabilire l’antico controllo sull’area. Da allora il Paese, potenzialmente ricchissimo, in posizione strategica, e fino a quel momento faro dell’intero continente africano per innovazione, è piombato in un’instabilità pericolosissima.
L’ultimo caso che ha riacceso i riflettori su come la Libia sia diventata un involucro dentro cui operano attori di ogni tipo, è l’arresto e il rientro con volo di Stato di Al Masri, figura chiave della milizia Al-Nasr di Zawiya, deus ex machina della “logistica migratoria di terra” nel "sistema" libico.
Era lui che gestiva i “centri di detenzione”, soprattutto quello di Mitiga, dove finisce chi cerca di scappare dal poco o nulla che ha nel suo Paese, per finire nell’abisso. Era lui che decideva chi aveva accesso al cibo, chi veniva torturato per estorcere denaro alle famiglie, chi veniva venduto ai trafficanti per un nuovo viaggio. Lui che aveva il controllo delle partenze di decine di migliaia di persone. Quella leva, o forse faremmo meglio a chiamarla clava migratoria, che potrebbe aver convinto il governo italiano a riportarlo in Libia fra gli applausi, nonostante la condanna per crimini contro l'umanità dalla Corte Penale Internazionale (CPI). Al Masri è stato rimosso dai suoi incarichi nel settembre dello scorso anno. Gli subentra il generale Suleiman Ajaj, un tentativo del governo riconosciuto di Tripoli di mostrare una facciata di "legalità" e cooperazione con la giustizia internazionale. Ma in Libia non esiste una distinzione netta tra "buoni" e "cattivi, istituzioni e trafficanti. Ecco perché il crimine è accettato nel quotidiano, come la disumanizzazione dei migranti: non più persone, ma macchine da soldi per le famiglie nei Paesi d’origine, strumenti di pressione verso i Paesi europei. Elementi che rendono l’Ue, e l’Italia, che con la Libia ha firmato una serie di accordi per fermare chi parte, partner forzati di una mafia di Stato.
A quindici anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, infatti, non si parla neanche più di transizione, tale e tanta è la frammentazione cronica. La Libia del 2026 è un mosaico di poteri sovrapposti dove non si accetta un'unica guida centrale. Non solo per la presenza di due governi, in quella linea di faglia che ricalca le antiche province romane e che divide l‘Ovest, la Tripolitania, gestita dal Governo di Unità Nazionale, riconosciuto dall'ONU, e l’Est, la Cirenaica, sotto il controllo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal potente generale Haftar, ma anche per quella terra di nessuno che è il Fezzan, a Sud, crocevia di trafficanti transahariani, dove le tribù locali (Tebu, Tuareg e arabe, come gli Awlad Suleiman) negoziano costantemente la loro lealtà tra Tripoli e Bengasi per il controllo dei pozzi di Sharara e delle rotte dei migranti. A complicare il quadro ci sono anche le milizie urbane, come la Brigata 444 o la Forza di Supporto alla Stabilità, che promettono sicurezza in cambio di accesso alle risorse statali.
Il Colonnello Gheddafi diceva: "La Libia è le sue tribù". La sue cabile, tornate a essere l'unica rete di protezione sociale e politica del Paese, dopo il 2011. Le cabile come i Warfalla, i Magarha o i Qadhadhfa, hanno un ruolo di mediazione centrale, nei continui conflitti tra milizie. Senza l'avallo dei capi tribali, nessun accordo politico a Tripoli o Bengasi ha valore sul terreno. E poi c’è il controllo delle risorse: spesso le chiusure dei rubinetti del petrolio non sono decise dai generali, ma dalle cabile locali, in cambio di investimenti o il rilascio di prigionieri. Attenzione però a immaginare che i capi delle cabile siano persone ignoranti, rozze, incivili. Al contrario: parliamo di persone che hanno studiato nelle migliori università all’estero, che hanno contatti ad altissimi livelli. Il pregiudizio occidentale su queste popolazioni è uno degli elementi che ha portato alla sottovalutazione della complessità di questo scenario.
La Libia, principale hub di partenza per la rotta del Mediterraneo centrale, ha costruito un’"economia politica della sofferenza", in cui le persone sono utili solo a estorcere denaro, alle famiglie o agli Stati europei. E quando non lo sono più, possono essere uccisi o abbandonati nei deserti. Senza scrupoli, senza più uno straccio di umanità.
Ma quella, temiamo, l’abbiamo persa da tempo.