Dall’isola di Kharg passa quasi tutto il petrolio dell’Iran: gli scenari ora che Trump l’ha attaccata

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che l'esercito americano ha condotto nella notte raid aerei contro le installazioni militari sull'isola di Kharg, nel Golfo Persico settentrionale, al largo delle coste dell'Iran. Nell'isola transita circa l'90% dell'export petrolifero di Teheran ed è considerata un'infrastruttura cruciale per l'economia iraniana e per il commercio del greggio. Nei bombardamenti sono stati distrutti "tutti gli obiettivi militari", ha detto Trump, minacciando di colpire anche le infrastrutture petrolifere se lo Stretto di Hormuz non sarà liberato.
L'isola è uno snodo chiave per Teheran. Con una superficie di 20 chilometri quadrati si trova a circa 25 chilometri dalle coste iraniane nella provincia di Bushehr e a oltre 400 chilometri dallo stretto di Hormuz. Il porto ha un ruolo centrale nel sistema energetico iraniano. Prima della guerra in corso, le sue strutture gestivano quasi tutte le esportazioni di greggio del Paese.
L'attacco ordinato da Donald Trump, solamente sulle infrastrutture militari e non su quelle petrolifere, è a tutti gli effetti un avvertimento nei confronti dell'autorità iraniani che stanno impedendo alle navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Da quando il transito è stato bloccato il prezzo del barile, e a catena dell'energia, sono schizzati in alto. Secondo un funzionario militare statunitense, l'operazione ha preso di mira depositi di missili e mine navali che sarebbero stati utilizzati per bloccare le rotte di navigazione nello Stretto.
Le caratteristiche geografiche dell'isola di Kharg la rendono un terminale perfetto per l'esportazione del petrolio. Le acque profonde che la circondano infatti consentono l'attracco di petroliere di grandi dimensioni, a differenza del resto della costa iraniana del Golfo Persico, dove l'acqua è più bassa.
Dagli anni sessanta Teheran utilizza l'isola come principale snodo via mare. Il suo funzionamento è cruciale per l'economia iraniana e mondiale. Sull'isola si trovano grandi depositi di stoccaggio e oleodotti collegati ad alcuni dei maggiori giacimenti petroliferi e di gas del Paese. Danneggiare questi siti potrebbe provocare uno stop delle esportazioni di greggio dell'Iran e comportare un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio. Negli ultimi anni il terminal ha avuto la capacità di caricare fino a dieci superpetroliere contemporaneamente.
Sull'isola operano tre principali siti energetici, tra cui la Falat Iran Oil Company, considerata una delle più grandi del Paese. Secondo il think tank Chatham House ha affermato che se le infrastrutture petrolifere venissero attaccate il prezzo del barile potrebbe salire fino a 150 dollari. I siti erano già stati bersaglio di attacchi durante la guerra tra Iraq e Iran negli anni Ottanta ma negli anni successivi Teheran aveva ricostruito gran parte degli impianti.
Dopo i bombardamenti Usa, sono state segnalate circa 15 esplosioni e fumo denso, ma l'agenzia di stampa Fars, vicina ai Pasdaran, ha confermato che nessuna infrastruttura energetica è stata danneggiata grazie all'intervento dei sistemi difensivi iraniani. L'esercito di Teheran ha promesso di "ridurre in cenere" i siti petroliferi ed energetici legati agli Stati Uniti in Medio Oriente. "Tutte le installazioni petrolifere, economiche ed energetiche appartenenti alle compagnie della regione che sono in parte di proprietà degli Usa o che collaborano con gli Usa – ha detto ai media di Teheran il portavoce del quartier generale di Khatam al-Anbiya, affiliato alle Guardie della rivoluzione – saranno immediatamente distrutte e ridotte in cenere".
