Dal sequestro di Maduro al petrolio: l’analista spiega la vera strategia di Trump in America Latina

Bruno Sgarzini, argentino di nascita, è un giornalista e un analista internazionale, specializzato sul Venezuela, paese in cui ha vissuto otto anni. Nel suo lavoro si occupa di Latino America e Stati Uniti, collaborando con diversi mezzi d’informazione, attualmente con Diario Red America Latina. Ha vinto, in gruppo con altri giornalisti, il premio Simón Bolívar di giornalismo in Venezuela. Parliamo con lui degli effetti sul Venezuela e sulla regione latino-americana del sequestro di Nicolás Maduro da parte di Trump, della situazione che sta attraversando il chavismo guidato da Delcy Rodríguez, delle condizioni dell’opposizione venezolana, della strategia del presidente americano nella ridefinizione degli assetti di potere economico e politico nel mondo.
Trump bombarda il Venezuela e sequestra Maduro: che significa questa azione nella strategia del presidente americano?
Bisogna guardare alla questione come in continuità tra la prima amministrazione e la seconda amministrazione di Trump. Nella prima amministrazione, Trump, continuando nella linea di Obama che aveva dichiarato il Venezuela una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti e che aveva attivato una serie di disposizioni legali per sanzionare gli alti funzionari venezolani, si propone l’obiettivo di favorire un cambio di regime, con l’appoggio deliberato dell’opposizione venezolana. Dopo le proteste del 2017 in Venezuela, Maduro cerca una via d’uscita nella Costituente che sostituisce nella pratica l’Assemblea Nazionale bloccata in quel momento dall’opposizione, che non voleva approvare nessuna nuova emissione di debito né alcun accordo petrolifero. Il Venezuela aveva un deficit fiscale molto forte e con questo blocco l’opposizione trova un modo per distruggere la gestione economica del chavismo che veniva già da una situazione difficile, anche per il declino del prezzo del petrolio che era sceso da oltre 100 dollari il barile a 20 dollari. Quando Maduro tenta questa via d’uscita, Trump comincia con un ciclo di sanzioni che proibisce al Venezuela di emettere debito, colpendo la base dello Stato venezolano per potersi finanziare. È allora che nell’amministrazione Trump si comincia a parlare di cosa fare con Maduro e non si scarta la stessa opzione militare. Su cui poco dopo Trump consulta gli altri presidenti dell’America Latina – c’erano allora Iván Duque in Colombia, Bolsonaro in Brasile, Piñera in Cile – ma questi gli dicono che non è il caso di farvi ricorso. Nel 2019 comincia una fase di confronto molto più aspro tra le due amministrazioni col riconoscimento da parte degli Stati Uniti di Juan Guaidó, allora leader dell’opposizione, come presidente ad interim del Venezuela e con l’embargo di gran parte dei conti esteri venezolani, che finisce col dare un colpo mortale alle finanze del paese. Il Venezuela comincia a commercializzare il grezzo con buques en la sombra, (navi fantasma che eludono le sanzioni, ndr), e se prima guadagnava 60-70 dollari al barile, ora comincia ad averne appena 50, perché lo vende scontato per paura delle sanzioni. Durante la pandemia comincia il collasso della produzione del petrolio, da un milione di barili l’anno a 300.000 barili annui. Guaidó nel 2019 chiama i militari a ribellarsi contro Maduro, nell’amministrazione americana credono di avere alcune alte cariche del regime chavista dalla loro parte, ma il tentativo di colpo di Stato fallisce completamente perché nessuno del chavismo risponde all’appello di Guaidó. Questo determina in Trump una profonda frustrazione politica, perché forse questa vicenda rappresenta la sconfitta principale subita nel suo primo mandato.
Come reagisce allora Trump nel suo secondo mandato?
La controversa elezione presidenziale del 2024 con l’elezione di Maduro non riconosciuta dalla maggioranza dei paesi del mondo, finisce con l’essere una sconfitta politica per il chavismo, perché lo isola da una parte dei suoi alleati e riceve molte critiche da parte della sinistra e non realizza quel processo di legittimazione internazionale che Maduro ricercava e che avrebbe favorito l’apertura e l’avvicinamento con gli Stati Uniti per alleggerire le sanzioni e rinnovare il debito che il Venezuela ha in buoni di Stato statunitense. Nel governo di Trump c’erano inizialmente due posizioni nei confronti del Venezuela, poi prevale quella più bellicista di Marco Rubio che mette insieme i problemi dell’immigrazione, della droga e il tema del petrolio identificandoli col Venezuela e con Maduro e così si arriva al dispiegamento militare statunitense nei Caraibi per dimostrarne la forza nell’emisfero occidentale, intimidire il Venezuela e cominciare una campagna di bombardamento sulle imbarcazioni accusate di narcotraffico. Convertendo Maduro in un criminale profugo del sistema statunitense, si conclude il ciclo di criminalizzazione del Venezuela come uno Stato quasi fallito e si arriva al suo sequestro con un bombardamento sulla capitale. L’effetto è quello di intimidire i leader dell’America Latina e gli altri leader mondiali, come si sta vedendo nel caso della Groenlandia.
Dopo la cattura di Maduro, il chavismo rimane al suo posto almeno formalmente, ma non c’è una mobilitazione popolare importante a suo sostegno. Si può dire che il governo di Delcy Rodríguez sia sotto la tutela degli Stati Uniti?
Il chavismo si trova in una situazione un po’ complicata, perché Trump, come ci ha abituati, genera sempre una narrazione sui social in cui lui figura come quello che dirige tutti i processi che mette in moto, soprattutto all’estero. E rispetto al Venezuela lo fa con una strategia di relazioni pubbliche, dicendo “noi stiamo comprando al Venezuela tanto petrolio”, oppure “stiamo liberando molti prigionieri politici”. Nella realtà succedono cose che sono difficili da catalogare come un governo indiretto, perché per il momento c’è solo un accordo parziale col governo venezolano secondo cui i barili di petrolio che sono immagazzinati per effetto del blocco marittimo che è stato applicato al Venezuela saranno venduti agli Stati Uniti. Anche nel caso dei prigionieri politici, Trump ha detto che sarebbero stati liberati tutti e invece ne è stato liberato un numero ridotto, peraltro il governo venezolano ne aveva già liberati una parte prima, ossia che il governo venezolano continua a controllare la vita politica del paese, con uno stato di eccezione interno che gli permette il dispiegamento delle forze dell’ordine in tutte le strade venezolane. L’unità del blocco chavista si mantiene, i fratelli Rodríguez, Delcy e Jorge, sono alla guida rispettivamente del paese e del parlamento; Diosdado Cabello e Padrino López, che sono i due uomini forti del regime, sono al fianco della presidente. Sembra che ci sia un coordinamento per quanto riguarda il petrolio, che per l’embargo che soffre il Venezuela è un tema problematico, perché ormai nel paese entrava solo il danaro delle navi fantasma…
Ossia che l’accordo con gli Stati Uniti di vendita del petrolio potrebbe risultare addirittura vantaggioso per il Venezuela?
Può essere vantaggioso se arrivano gli investimenti che stanno dicendo gli americani per riattivare le infrastrutture del settore petrolifero.
Ma le petroliere statunitensi non sembrano così convinte che si tratti di un business.
Ci sono due tipi di petroliere, quelle grandi e quelle più piccole. Le più grandi hanno cause giuridiche aperte col Venezuela e stanno chiedendo che ci sia un cambio completo di tutta la struttura commerciale, così che lo Stato venezolano non abbia tanta presenza nel settore. Poi ci sono quelle minori, che sono preparate per trattare il grezzo venezolano e che sarebbero interessate a una diversificazione del prodotto. Non dobbiamo pensare solo alla necessità di grandi infrastrutture per aumentare la produzione di grezzo venezolano, perché ci sono moltissimi pozzi che hanno bisogno di investimenti di breve e medio periodo che possono generare un guadagno per queste imprese. Quindi può essere un buon affare per molti settori, passando magari dalla produzione di un milione di barili annui di adesso a un milione e 500.000 barili l’anno. E per il governo venezolano sarebbe una boccata d’ossigeno importante, perché il Venezuela stava fermando la produzione di grezzo per non poterlo collocare sull’esportazione, con un effetto devastante sull’economia interna.
Perché Trump preferisce fare la transizione con Delcy Rodríguez piuttosto che con la leader dell’opposizione María Corina Machado, perché una ha il potere e l’altra no?
Credo che ci sia una questione di potere, ma anche delle cattive relazioni che sono rimaste con Guaidó e che continuano a pesare sull’opposizione venezolana. Trump non vede l’opposizione venezolana come funzionale al raggiungimento della stabilità dello Stato venezolano nel breve e medio periodo. Perché l’opposizione venezolana non è nel paese, non ha alcun sostegno nell’ambito militare, l’opposizione venezolana si è in qualche modo auto-annullata per influire sulle questioni militari, nei fatti stava chiedendo un’invasione e un attacco alle basi militari del paese. Trump è interessato a trasmettere un’immagine di vittoria di breve e medio periodo, nel senso che ora può affermare: “Io mi sono proposto di finire col traffico di droga con gli Stati Uniti, che sappiamo essere appena dell’8%, di finire col flusso di migranti e di fala finita col capo di un cartello narco-terrorista come Nicolás Maduro, e tutto questo l’ho realizzato”. Quest’immagine si potrebbe rovinare se venisse fuori una Venezuela ingovernabile, che non gli fosse perciò funzionale per vendere l’entrata del petrolio venezolano nel mercato statunitense come il motore che abbassa il prezzo della benzina.
Trump ha bisogno della stabilità del Venezuela per potere fare il suo business sul petrolio.
Lui cerca sempre di rappresentare un’immagine di vittoria nel breve e medio periodo che gli permetta nell’arena interna statunitense di rivendicare il buon lavoro fatto.
Trump è andato al potere con lo slogan “America first”, dicendo che si sarebbe occupato dell’America senza intervenire o fomentare conflitti esterni e invece sta facendo il contrario. O la sua è una strategia coerente?
Trump sostiene che lo slogan “America first” si fa con la forza. Ossia “Noi non siamo come Bush che va in un paese, lo invadiamo, portiamo i nostri soldati a morire e lo gettiamo in una crisi profonda. Noi invece andiamo, colpiamo e ce ne andiamo via, così che il resto dei paesi si faccia carico regionalmente di questa crisi. Quello che io voglio realizzare me lo porto via: del Venezuela mi porto via il petrolio, della Groenlandia mi prendo i minerali, dall’Europa prendo l’impegno a investire negli Stati Uniti a cambio di una riduzione dei dazi”. È la sostituzione dell’intervento militare classico con questo intervento “chirurgico”, che spaventi la società in modo che i suoi governanti facciano quello che lui vuole. Il problema è che, nel caso del Venezuela, Trump rischia di cadere in trappola nel lungo periodo. Come abbiamo visto, Maduro non c’è più in Venezuela ma rimane il regime chavista e bisognerà vedere cosa succederà con María Corina Machado, con la transizione alla democrazia. Perché il governo Trump continua a voler cambiare il governo chavista e continua con il dispiegamento militare fuori del Venezuela. Allora il fatto che possa perdere nel medio e lungo periodo il controllo del Venezuela simbolico e indiretto lo porterà a voler ammonire la leadership chavista con ulteriori minacce militari. Tenendo anche in conto che l’elemento agglutinante del chavismo ora è Cabello e che rappresenta l’ultimo chavista forte che rimane in Venezuela. Ossia che è una tentazione per Rubio e lo stesso Trump andare contro quest’ultimo rappresentante forte del chavismo, per poi, fatte le riforme che interessano agli Stati uniti, trovare uno spazio per il trasferimento del potere all’opposizione venezolana.
Ossia, lei dice che a un certo punto Trump dovrà misurarsi col tema dell’opposizione venezolana e che questo possa preludere a un nuovo attacco militare?
Credo che siamo di fronte a una situazione di stabilità con conflitto, dopo l’attacco traumatico per la società venezolana, anche il chavismo sta ridefinendo la propria risposta, provando a ridurre il livello dello scontro con Trump così da dargli una scappatoia politica e farlo smettere di parlare del Venezuela. La situazione continua a essere conflittuale perché l’opposizione ha molto potere come lobby nell’apparato repubblicano e il chavismo continua a essere forte. È una situazione che può evolvere in vari modi e ricordiamoci che a novembre ci sono le elezioni di mezzo mandato per Trump e qualsiasi passo falso all’estero si ripercuote negativamente sul piano interno.
Trump recupera la dottrina Monroe: in che cosa l’aggiorna?
L’obiettivo di Trump è quello di un imperialismo di risorse, ossia di un imperialismo che va alla rapina di risorse naturali in spazi geografici importanti, strategici. Il modo utilizzato per realizzare questo obiettivo è un’assoluta novità. Perché Trump cerca di tenere assieme tutti gli strumenti del potere statunitense in una maniera più assertiva, ossia “ti minaccio con i dazi, ti minaccio pubblicamente o provo a intervenire nei processi elettorali, annuncio pubblicamente il dispiegamento militare”. Mentre prima si utilizzavano gli argomenti relativi alla democrazia o alla presenza di armi di distruzione di massa, ora invece Trump esplicita l’obiettivo, come per esempio quello di appropriarsi del petrolio. E utilizza tutti questi strumenti del potere allo stesso tempo.
Che effetti ha l’attacco in Venezuela sul continente latino-americano? E perché questa regione è diventata così strategicamente importante nel mondo?
Perché secondo la Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump, secondo la dottrina Monroe, oggi rinominata Donroe, lo spazio latino americano e le sue risorse naturali sono ciò che permette agli Stati Uniti di competere contro le altre potenze globali, soprattutto la Cina. Non solo per assicurarsi le risorse naturali come Stati Uniti e le sue imprese, ma anche per negare le risorse naturali e il mercato di capitali alle imprese cinesi.
Che effetti produce l’attacco al Venezuela su quello che conoscevamo come ordine mondiale fondato su regole, diritto internazionale e multilateralismo?
Si dice spesso che c’è una sorta di ripartizione del mondo tra Cina, Russia e Stati Uniti che si muovono un po’ come vogliono, con gli altri paesi a fare da convitati di pietra. Il fatto però è che il mondo non è diviso solo in tre grandi potenze, ma sempre di più c’è l’emersione di Stati intermedi come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, Israele, il Giappone, le Filippine, l’India, la Thailandia e che anche queste potenze regionali possono fare lo stesso, non rispettare il diritto internazionale senza soffrire alcun tipo di conseguenza per il fatto di essere alleati di una delle potenze mondiali. E questo porta a un mondo ogni volta più selvaggio, una giungla dove ognuno può fare quello che vuole e prendere il controllo dello spazio geografico che desidera, come in Sudan con la milizia sostenuta da Emirati Arabi o nel genocidio di Gaza operato da Israele. E quello che fanno gli Stati Uniti è formalizzare la sua disponibilità a fare la stessa cosa e ad andare alle ultime conseguenze, attaccando le principali organizzazioni internazionali che potrebbero comminare pene anche simboliche, come la Corte Penale Internazionale. Ossia, rimaniamo nel mondo senza uno spazio che consenta agli Stati più deboli di difendersi ed esercitare la propria sovranità. Questo è molto pericoloso, perché ci porta a conflitti che possono essere sempre più lunghi, profondi e difficili da risolvere pacificamente. Oltretutto in uno dei momenti di maggiore proliferazione di armi nucleari della storia.