
“I militari cercano di scoraggiare la partecipazione alle proteste inviando messaggi sui cellulari a chiunque si trovi nei pressi delle proteste”, ci ha spiegato Moataz, giovane attivista che ha partecipato alle manifestazioni in piazza Ferdowsi nel centro di Teheran. Proprio qui sono partite le prime proteste contro l’inflazione senza precedenti che ha portato alla crescente svalutazione della moneta locale (il toman) rispetto al dollaro, di oltre il 56% in sei mesi, con un aumento del 72% dei prezzi dei beni alimentari.
Crescono le proteste in Iran
Sempre più giovani, donne, commercianti dei bazar e lavoratori si stanno unendo al movimento contro il carovita e la svalutazione della moneta locale, che è entrato nel suo quinto giorno di mobilitazioni in Iran. Con l’intensificarsi delle manifestazioni, è arrivato il sostegno alle proteste anche dei sindacati degli insegnati, degli autotrasportatori e dei conducenti di autobus. “Mi aspettavo queste proteste perché le persone subiscono pressioni economiche senza precedenti e vivono con un senso di ingiustizia e disuguaglianza. Per questo stanno reagendo”, ci ha spiegato Naima, attivista di Yazd.
Anche Roya Boroumand, direttrice del Centro per i diritti umani Abdorrahman Boroumand in Iran, concorda. “Gli iraniani sono stanchi della corruzione che causa miseria e povertà nel paese”, ha commentato.
Almeno cinque morti
Secondo la stampa locale e il think tank per i diritti umani con base a Oslo, Hengaw, almeno due persone, Ahmad Jalil e Sajjad Valamanesh, sono state uccise negli scontri tra contestatori e forze di polizia a Lordegan, nel Sud-Ovest del paese. “È un campo di battaglia qui, le forze di sicurezza sparano contro chi protesta”, ha spiegato un attivista di Lordegan. “Le persone della mia città sono scese in piazza per rivendicare i loro diritti”, ha aggiunto Ebrahim Eshaghi, attivista iraniano che vive in Germania.
Come se non bastasse, tre, di cui uno sarebbe un membro delle guardie rivoluzionarie, secondo i media ufficiali, sono i morti nelle manifestazioni che continuano nella provincia a maggioranza araba del Khuzestan. Non solo, sarebbero 13 i poliziotti e gli affiliati ai gruppi paramilitari basiji ad essere rimasti feriti negli scontri nella regione.
Si aggravano le violenze
Su Telegram continuano a essere condivisi dagli attivisti che partecipano alle proteste video che mostrano macchine date alle fiamme durante gli scontri tra contestatori e forze di sicurezza. Si tratta delle manifestazioni più intense dallo scoppio delle proteste del movimento “Donna, vita, libertà” innescato dall’uccisione della giovane curda, Mahsa Amini, nel settembre del 2022. Molti dei contestatori che stanno partecipando alle mobilitazioni chiedono la fine del regime degli ayatollah, altri auspicano il ritorno della monarchia Pahlavi. “Gran parte degli slogan di chi partecipa alle manifestazioni inneggiano al ritorno dello shah. È molto diffuso tra chi protesta anche il risentimento verso i partiti che hanno permesso negli anni Ottanta l’ascesa degli ayatollah”, ci ha spiegato Shirin, attivista di Isfahan.
Chiuse scuole e università
Lo scorso mercoledì, scuole, università, come gli atenei di Teheran, Beheshti e Allameh Tabatabaei, e uffici pubblici sono rimasti chiusi per il tentativo di contenere le mobilitazioni. Ad accrescere la portata del movimento, dopo le analoghe manifestazioni contro il carovita del 2018 e del 2019, ha contribuito non poco la partecipazione studentesca che si è registrata nelle principali città del paese. D’altra parte, non si è fatta attendere neppure la repressione del regime, con il rafforzamento delle misure di sicurezza nei quartieri di Teheran dove sono iniziate le mobilitazioni. Continuano a circolare sui social media, video delle violenze della polizia, mentre i giovani feriti vengono portati via dai manifestanti. Non solo, cresce di ora in ora il numero degli arresti, almeno 30 sono stati fermati, alcuni in seguito rilasciati, nel solo quartiere di Malard a Ovest di Teheran.
La partecipazione femminile
Le donne sono ancora una volta protagoniste di queste manifestazioni. La fine dell’obbligo del velo è sempre stato uno dei punti centrali nelle richieste delle proteste che si susseguono periodicamente nel paese dal 1999 a oggi. Nonostante questo, nel 2024, il parlamento iraniano ha approvato una legge che accresce le multe per chi non rispetta la legge che impone l’obbligo di indossare il velo per le donne. Tuttavia, le nuove regole non sono mai state applicate, mentre il presidente moderato Masoud Pezeshkian ha più volte avvertito che queste iniziative potrebbero diffondere una “guerra nella società” se venissero applicate. Negli ultimi mesi, è sempre più comune vedere donne iraniane non velate nello spazio pubblico nelle città del paese. Ma non è mancata la reazione delle autorità iraniane che hanno chiuso negozi, ristoranti e bar che ammettono donne non velate.
Le reazioni delle autorità iraniane
Se Pezeshkian, ha auspicato che vengano ascoltate le “richieste legittime” di chi manifesta, il procuratore generale, Mohammad Movahedi-Azad, ha confermato che qualsiasi tentativo di destabilizzare il paese verrebbe affrontato con “una risposta decisa” da parte delle forze di sicurezza e del sistema giudiziario. “Le forze di sicurezza puntano a reprimere le manifestazioni con lo scopo di mantenere le cose così come sono”, ha commentato Jilan, attivista di Teheran. Dopo le proteste del 2022, migliaia sono stati i detenuti politici nelle carceri iraniane e varie le condanne
a morte eseguite tra i giovani, come Majidreza Rahnarvard, che hanno partecipato alle manifestazioni. Il 2025 è stato l’anno con il più alto numero di condanne a morte eseguite dagli anni Ottanta in Iran: oltre 1500.
In seguito alla guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, una nuova ondata repressiva ha portato a centinaia di arresti, incluso il premio Nobel per la pace, Narges Mohammadi. L’attivista stava partecipando a una cerimonia per ricordare Khosro Alikordi, avvocato per i diritti umani, ritrovato morto a Mashhad nel Nord-Est dell’Iran.
Tra arresti e dissenso
In questi mesi la repressione del regime ha preso di mira attivisti e docenti critici verso le autorità. Primi fra tutti, a fare le spese di questa nuova ondata repressiva sono stati docenti e intellettuali come gli economisti, Parviz Sadeghat e Mohammad Maljoo, insieme alla sociologa Mahsa Asadollahnejad, così come gli scrittori e traduttori, Shirin Karimi e Heyman Rahimi, insieme al ricercatore Rasoul Ghanbari. Tutti gli arrestati avevano espresso dure critiche contro il regime iraniano. Si è trattato della più grande ondata di arresti collettivi di docenti e intellettuali di sinistra dai tempi dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami.
Le pressioni internazionali
Come sempre, a pesare sulle disuguaglianze economiche interne sono le sanzioni internazionali. “Milioni di dollari delle raffinerie di petrolio non sono arrivati alle casse del governo a causa delle sanzioni e della corruzione della classe politica vicina ai pasdaran e all’ex presidente Mahmud Ahmadinejad”, ci ha spiegato Sorush, attivista di Teheran. La crisi economica in Iran è stata aggravata dalla guerra dei 12 giorni di Israele e Stati Uniti contro l’Iran
dello scorso giugno. Il premier israeliano ha più volte incitato gli iraniani a scendere in piazza per arrivare a un cambio di regime in Iran, mentre sono andate crescendo le prove delle infiltrazioni del Mossad in territorio iraniano, come confermato in seguito all’uccisione del leader di Hamas, Ismail Hanyeh, mentre era in visita a Teheran nell’estate del 2024.
Eppure, durante la sesta visita di Benjamin Netanyahu a Washington nei giorni scorsi, Trump e il premier israeliano hanno confermato l’impegno militare contro il programma nucleare iraniano. Il presidente Usa si è detto pronto ad attaccare di nuovo l’Iran per “la seconda volta” se dovesse ricostruire, in modo verificabile, il suo programma nucleare. Trump ha anche ammesso che preferirebbe che venisse raggiunto un accordo negoziale con l’Iran, completamente accantonato dopo gli attacchi dello scorso giugno.
La guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha indebolito le istituzioni della Repubblica islamica come mai prima d’ora. Se inizialmente un’ondata di unità nazionale aveva segnato la reazione ai raid di Tel Aviv che hanno provocato mille morti nel paese, gli iraniani sono tornati a protestare nelle principali città del paese contro il carovita, la crisi economica e l’inflazione galoppante. La partecipazione femminile, giovanile, delle minoranze, di lavoratori e commercianti conferma ancora una volta che questo variegato movimento di protesta è contrario al sistema postrivoluzionario nel suo insieme, incarnato dall’ayatollah Ali Khamenei, e vorrebbe un Iran più democratico e che guardi a Occidente.
Tuttavia, non si registra ancora una partecipazione popolare sovrapponibile alle proteste del 2022 e del 2023, mentre la società iraniana resta fortemente polarizzata tra chi continua a sostenere il regime e chi aspira al cambiamento. Per il futuro del movimento in Iran conteranno molto le dinamiche geopolitiche regionali a partire dall’avvio della seconda fase del cessate il fuoco a Gaza e dalle pressioni dei paesi arabi per contenere la guerra permanente su tutti i fronti voluta da Netanyahu.