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Opinioni
Conflitto in Ucraina
26 Aprile 2022
07:50

Cosa c’entra Taiwan con la crisi ucraina e perché le isole Matsu rischiano di essere il nuovo Donbass

In due anni più di mille incursioni cinesi su Taiwan, le ultime qualche giorno fa. Cina e Usa intensificano l’impegno militare nello Stretto, ma la fiducia negli americani s’incrina, così come il mito dell’autoritarismo. Le sorti del Moskva e della politica zero Covid alterano gli scenari in una zona ad altissimo rischio.
A cura di Gian Luca Atzori
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Conflitto in Ucraina

Venerdì, in risposta ai “segnali errati” inviati dagli Usa, l’esercito popolare di liberazione ha inviato navi e caccia nel Mar cinese orientale. La violazione dello spazio aereo taiwanese da parte di 11 jet cinesi, tra cui due bombardieri H-6, è stata definita come “un fatto significativo” da diversi media. In realtà, solo negli ultimi due anni si sono verificate più di 1000 incursioni cinesi nello spazio di identificazione di difesa aerea (Adiz) dell'isola. Secondo i report taiwanesi, i database di Deutsche Welle e Agence France-Presse sono state 380 le incursioni nel 2020, oltre 700 nel 2021 e una quarantina tra gennaio e febbraio 2022. Il volo dei caccia può quindi non rappresentare una novità ma ribadisce come la tensione nel Mar cinese sia estremamente elevata, tanto da essere stato definito da The Economist come il posto più pericoloso al mondo.

Negli anni le azioni militari marittime cinesi e americane intorno a Taiwan sono aumentate, così come le tensioni per le altre isole contese, di cui diverse militarizzate dalla Cina di recente. In linea con il trend globale, anche l’Asia orientale corre al riarmo e torna lo spauracchio atomico. La fiducia negli americani da parte degli alleati occidentali s’incrina insieme al mito dell’efficacia degli autoritarismi. Infatti, le sorti dell'alleanza russa e della politica zero Covid tanto vantate, aggravano la posizione di Xi e alterano nuovamente gli scenari possibili in una zona ad altissimo rischio.

Americani di Marte e cinesi di Venere

L’incursione è avvenuta in seguito al colloquio telefonico tra il ministro cinese Wei Fenghe e il capo del pentagono Lloyd Austin. “Taiwan è parte della Cina” ha infatti ribadito Wei, aggiungendo “questo nessuno può cambiarlo”. Gran parte dei moniti lanciati dall’esercito cinese guidato da Xi, sono spesso infatti interpretati come una conseguenza di azioni occidentali. Dallo scoppio del conflitto ucraino diverse delegazioni americane hanno, per così dire, infastidito la Cina. Il primo marzo arrivarono alcuni ex-ufficiali della sicurezza sotto Bush e Obama, tra cui Michael Mullen, che fu Capo di Stato maggiore. Il giorno dopo, invece, in veste di privato cittadino, atterrò Mike Pompeo, Segretario di Stato Usa sotto Trump e tra i principali oppositori di Pechino. Si recò a Taiwan per rassicurare l’isola sul fatto che non avrebbe seguito il destino del Donbass. In seguito, per il 10 aprile, era prevista la visita di Nancy Pelosi, attuale speaker alla Camera Usa, che alla fine rinunciò per motivi di salute. Le diverse azioni, tuttavia, possono non essere lette come tentativi di provocare la Cina: la prima infatti non vedeva figure “ufficiali”, né in Mullen né in Pompeo. Quest’ultimo in particolare, più che indispettire Xi stava affrontando Biden. Per Pelosi, invece, alla fine c’è stata una rinuncia e il meeting si è tenuto online.

Diverso è per la visita bipartisan che ha avuto luogo a Taiwan il 14 aprile. La delegazione guidata da senatori storicamente critici nei confronti di Pechino, come Lindsey Graham (repubblicano) e Robert “Bob” Menendez (democratico), ha evidenziato due problematiche difficilmente digeribili dalla leadership cinese. La prima riguarda il sostegno degli Usa all’isola nonostante il riconoscimento della One China Policy. Lo stesso Menendez si è riferito a Taiwan come uno “Stato” dall’importanza globale. Il secondo, riguarda invece la motivazione della visita che, per i media mandarini, è legata alla fornitura di sistemi di difesa americani, per la quale sono state siglate diverse intese negli ultimi mesi, descritte dall’Ufficio per gli Affari di Taiwan come una “bomba legata ai compatrioti taiwanesi”.

Tutti contro Taiwan

Le stesse questioni sono emerse anche nel rapporto sino-europeo. Come ribadito dall’ultimo summit, di cui abbiamo parlato qui su Fanpage, la Lituania è attualmente sanzionata dalla Cina per aver aperto un’ambasciata taiwanese a Vilnius. Nell’ultimo trimestre l’import cinese dalla Lituania è calato del 77%. Mentre da una parte dunque, l’Ue ribadisce “il principio dell’unica Cina”, dall’altra denuncia Pechino per le sanzioni volte a scoraggiare chi lo infrange. Principio che ha portato un governo come Taiwan, autonomo dal 1600, a essere riconosciuto ufficialmente oggi solo dal Vaticano e altri 13 dei 193 paesi Onu. Lo stesso Onu non lo riconosce più da 50 anni, dal celebre incontro tra Nixon e Mao. Chiunque voglia avere buoni rapporti con Pechino non può farlo. La situazione è frutto della guerra civile cinese, vinta dai comunisti di Mao e persa da Nazionalisti di Chiang Kai-shek che si rifugiarono sull’isola, preservando il nome di Repubblica di Cina nato nel 1911 con Sun Yat-Sen e la caduta dell’Impero.

Allo stesso modo Bruxelles si preoccupa dell’invio di armamenti cinesi in Serbia, paese con rivendicazioni sul Kosovo e attualmente a favore dell’azione russa. La gran parte delle potenze stanno correndo al riarmo, innescando il dilemma della sicurezza e accrescendo la percezione di minaccia. Motivo che sta portando Pechino a incontri ufficiali con otto paesi dell’Europa dell’est e sette nazioni africane, al fine di rassicurare la situazione di instabilità crescente e scongiurare eventuali crisi legate alle filiere di approvvigionamento e agli investimenti sulla Nuova via della seta.

Tra le potenze che influiscono sulla geopolitica taiwanese non si possono non considerare le Coree, il Giappone, il Sud est asiatico, e tutte le isole contese nel Mar cinese o, più in generale, nel Pacifico. Mosca e Tokyo rivendicano le isole Curili da così a lungo che la Seconda guerra mondiale non è mai ufficialmente terminata tra loro. Tokyo si contende anche le Dokdo/Takeshima con Seul e le Senkaku/Diaoyu con Cina e Taiwan, nelle cui acque, tra le navi da guerra cinesi e americane, trafficano il 90% del petrolio, insieme a buona parte delle merci e della sicurezza nazionale giapponesi.

Le Matsu come il Donbass?

Abbiamo ribadito più volte le importanti differenze tra Taipei e Kiev, tra Xi e Putin, tra l’approccio Usa in Ucraina e a Taiwan (la cosiddetta ambiguità strategica), evidenziando l’inconvenienza di un conflitto. Tuttavia, sempre più fonti ufficiali prospettano esiti imprevedibili in una situazione di simile incertezza. Per Foreign Policy, l’aumento del sostegno internazionale a Taiwan accresce la consapevolezza di difesa per l’isola, mentre per Nikkei Asia, “la Cina sta attualmente considerando un potenziale attacco”. Un timore palesato ben prima dell’offensiva di Putin: “la Cina sarà pronta ad un’invasione su larga scala entro il 2025” dichiarò l’attuale Ministro della difesa nazionale di Taiwan nel 2021, descrivendo le relazioni con Pechino al minimo in 40 anni.

Tra le numerose isole, ce ne sono diverse legate alla Repubblica di Cina ma molto vicine in termini geografici, economici e socio-culturali alla Repubblica Popolare, come Kinmen e le Matsu, già attaccate da Mao negli anni 50 durante le Crisi dello Stretto. Secondo un ufficiale citato in anonimo dai media taiwanesi, se ci dovesse essere un'offensiva partirebbe da qui e con motivazioni simili a quelle usate da Putin per Crimea e Donbass, ovvero che i cittadini si sentono cinesi. Secondo l’esperto, l’Occidente non interverrebbe militarmente in questo scenario. Il cambio di posizione risiederebbe nel fatto che i più grandi successi sbandierati da Xi Jinping prima della sua terza nomina a Presidente, come l'alleanza con la Russia e la politica Covid Zero, si sono rivelati dei fallimenti. “Se con l’estensione del suo mandato durante il 20° Congresso nazionale, Xi Jinping non dovesse incontrare le aspettative domestiche, potrà essere biasimato e dover affrontare tensioni pubbliche non indifferenti.” Con la “questione di Hong Kong” stabilizzata, potrebbe rivolgere la propria attenzione su Taiwan, partendo dalle isole più vicine alla Cina continentale. Come anche scritto da Lorenzo Lamperti di China Files nel suo reportage dalle Isole Matsu pubblicato su Internazionale, se Taiwan è in prima linea davanti alle ambizioni cinesi, le isole Matsu sono il fronte di questa prima linea, la linea rossa da non oltrepassare.

Il posto più pericoloso al mondo

Anche per The Economist, Taiwan “dovrebbe pensare di più alla difesa” aumentando la percentuale di Pil destinata agli armamenti. A oggi Taipei spende il 2% mentre l’Ucraina nel 2020 investiva il 4,1%. Secondo l’Asia Maritime Transparency Initiative, attualmente le forze taiwanesi sono superiori a quelle giapponesi, con quasi 300 mila unità, mentre quelle cinesi superano le due milioni. La Cina non vanta solo l'esercito più grande al mondo ma anche la flotta, la quale conta 355 vascelli. Rispetto all’anno scorso la sua presenza nel Mar cinese orientale è cresciuta con sette nuove navi e tre Type 055, cacciatorpedinieri lanciamissili anti-nave e anti-aereo. Due sono stati resi operativi negli ultimi giorni e sono stati classificati come incrociatori dal Pentagono per via della loro portata, equivalente a 112 missili.

Motivo per il quale l’affondamento dell’incrociatore russo Moskva nel Mar nero è un segnale che Pechino non può ignorare. Soprattutto perché la prima portaerei costruita dalla Cina, la Liaoning, è stata fabbricata anch’essa a Mykolaiv nell’era sovietica e si presuppone debba svolgere un ruolo centrale in un potenziale attacco nello stretto di Taiwan. La Cina si sta perciò portando avanti, non solo con gli armamenti e la flotta, ma anche attraverso l’occupazione effettiva di alcune isole contese. Come riportato il mese scorso da The Guardian, sono tre le isole che Pechino ha occupato e armato con tecnologie avanzate. Una conquista che intimorisce, in particolar modo perché Xi aveva già assicurato gli altri paesi sul fatto che non avrebbe militarizzato le isole contese qualora ottenute.

Anche la presenza militare Usa non accenna a diminuire. Le portaerei americane sono entrate nel Mar cinese meridionale cinque volte nel 2019, sei nel 2020 e dieci nel 2021. Secondo Lu Li-shih, ex-istruttore alla Taiwan’s Naval Academy di Kaohsiung, ciò suggerisce un nuovo approccio alla questione insieme a delle contromisure per eludere i radar dell’esercito di Xi. Più che dei tentativi di invasione quelli cinesi si configurano dunque come ammonimenti per gli americani, i quali a loro volta ribadiscono che la stabilità globale dipenderà dalle azioni cinesi su Taiwan. Dallo scoppio della guerra in Europa, tuttavia, la tensione cresce a tal punto dal riesumare uno scenario che si pensava fosse dimenticato: l’opzione nucleare non è più impensabile. Il Giappone di Hiroshima e Nagasaki valuta di richiedere l’atomica per difendersi dalle potenze nucleari sul quale si affaccia (Cina, Russia e Nord Corea) e insieme alla Corea del Sud partecipa ad un alto vertice Nato. Allo stesso modo, il giorno prima che i russi testassero il Sarmat, missile nucleare ipersonico non intercettabile dalla contraerea, i cinesi hanno testato un razzo simile, denominato YJ-21 e lanciato da un Type 055. Ad oggi la Cina conta 350 testate, è terza per numero dopo Russia e Usa, ma potrebbe raddoppiare l’arsenale in 5 anni e triplicarlo entro il 2030.

Il “sogno americano” e il “nuovo sogno cinese” tentennano

Queste azioni stanno conducendo i taiwanesi a perdere gradualmente fiducia negli americani, nonostante la resistenza di Kiev abbia ridimensionato i timori dopo il disastro afghano. Secondo una ricerca del Taiwanese Public Opinion Foundation, sempre più taiwanesi sono convinti che, in caso di un’aggressione militare cinese nei loro confronti, saranno i giapponesi a intervenire e non gli Usa. The Economist ha invece sottolineato come prima che scoppiasse il conflitto ucraino i taiwanesi disposti a combattere erano meno della metà, appena il 4 su 10, ora sono 7, quasi il doppio.

Tuttavia, se Taipei perde fiducia nell’azione di Washington, lo stesso destino subisce il mito dell'efficienza dell’autoritarismo cinese, al pari delle aspettative poste su quello russo. Attualmente in Cina un quarto della popolazione è in lockdown totale o parziale, e le tensioni sociali sono in crescita. Rob Subbaraman, capo della ricerca per Asia ex-Japan Economics, stima che il blocco abbia affetto il 40% del Pil nazionale. Il principale centro finanziario del paese, Shanghai, è duramente affetto e la popolazione lamenta la scarsità di beni primari. Una situazione che ha portato Taipei a modificare la propria gestione pandemica e Pechino a paralizzarsi. Infatti, il fallimento della politica zero Covid di Xi non pregiudica il Presidente solo sul piano domestico e internazionale, ma scardina un elemento fortemente presente nella narrativa di molti taiwanesi: cittadini che si sentono cinesi anche se non condividono la politica del Partito comunista, pur avendone sempre ammirato la forza e l’efficacia a dispetto dei limiti della democrazia. Un altro mito che crolla e che forse è durato fin troppo.

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Classe 1989, Sinologo e giornalista freelance, è direttore tecnico e amministrativo di China Files, canale di informazione sull'Asia che copre circa 30 aree e paesi. Collabora con diverse testate nazionali e ha lavorato per lo sviluppo digitale e internazionale di diverse aziende tra Italia e Cina. Laureato in Lingue e Culture Orientali a La Sapienza, ha proseguito gli studi a Pechino tra la BFSU, la UIBE e la Tsinghua University (Master of Law – LLM).  Atzori è anche Presidente e cofondatore dell'APS ProPositivo, organizzazione dedita allo sviluppo locale in Sardegna e promotrice del Festival della Resilienza.  
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