Presidenza Trump

Come il mondo intero è diventato trumpiano dopo la rielezione di The Donald a presidente USA

Dopo un anno di Donald Trump alla Casa Bianca, il mondo non è più quello di prima. Gli Stati Uniti sono cambiati: sono diventati imperialisti in politica estera e autoritari sul fronte interno. Ma siamo cambiati anche noi.
A cura di Annalisa Girardi
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Dieci anni fa, era il 2016, iniziavamo a familiarizzare con il cappellino rosso dove era stampato lo slogan Make America Great Again. In quel momento sembrava buffo, una stravaganza. Forse solo ora comprendiamo davvero la portata di quelle parole.

Un anno di Donald Trump alla Casa Bianca non ha solo cambiato profondamente gli Stati Uniti. Ha cambiato il mondo intero, ha cambiato noi. 

Il secondo mandato di Trump è parecchio diverso dal primo. Ha inaugurato un nuovo ordine mondiale. Un ordine in cui l’unica regola che vale davvero è la legge del più forte. L’unico freno a quello che può fare il presidente statunitense è la sua morale. E queste sono parole sue. Non è la conclusione di qualche analista: lui stesso dice esplicitamente che nulla lo può fermare.  E sbagliamo se pensiamo che sia solo esuberanza, solo la classica tracotanza trumpiana. Da quando Trump è tornato al potere non si è dimostrato solo imprevedibile. Ma anche conseguente alle cose che dice. E se certe cose le dice il presidente degli Stati Uniti, l’uomo più potente del mondo, le regole del gioco cambiano.

Forse non ci siamo nemmeno accorti di quello che stava succedendo, anche se i segnali ci sono stati. Forse abbiamo pensato che in fondo avevamo già vissuto un mandato di Trump e il mondo non era andato in mille pezzi. Eppure questa volta è diverso.

Non è come il primo mandato

Guardiamo al 2016, seguiamo il trend social del momento che ci riporta indietro di dieci anni. Nel 2016 Trump vinceva per la prima volta le presidenziali statunitensi, promettendo di costruire un muro gigantesco lungo il confine con il Messico. Se ci sembrava sconvolgente all’epoca, è perché non avevamo idea di cosa sarebbe accaduto dieci anni più tardi. Non potevamo immaginare gli agenti dell’ICE andare in giro per le città dando la caccia ai migranti, buttando le persone a terra mentre vanno al lavoro o a fare la spesa, seminando il panico.. Non potevamo immaginare che una donna sarebbe stata uccisa con un colpo di pistola in pieno viso, come accaduto a Minneapolis.

Tante delle cose che sono accadute nell’ultimo anno erano difficili da immaginare prima. Le avremmo definite distopiche. Eppure, oggi sono realtà.

Avremmo mai potuto immaginare che il 2026 potesse cominciare con un bombardamento a Caracas, l’arresto del presidente Maduro e poi una serie di dichiarazioni brutalmente oneste sul petrolio venezuelano?

Intendiamoci, la storia recente è disseminata di interventi più o meno espliciti degli Stati Uniti in altri Paesi. In America Latina durante la Guerra Fredda, nel Golfo dopo l’11 settembre. Trump non è stato il primo presidente statunitense a piegare il diritto internazionale a sua discrezione. Quello che è cambiato è il perimetro entro cui questo viene fatto. Trump non si prende nemmeno la briga di invocare la difesa della democrazia o della sicurezza globale contro gli autoritarismi o contro le armi di distrazione di massa. No, Trump dice chiaramente quali sono gli interessi statunitensi e si comporta di conseguenza. Che si tratti di accaparrarsi il petrolio di un Paese politicamente ed economicamente nel baratro, o altro.

L'ossessione per il Nobel e le guerre da chiudere

C’è un movente individualistico nell’azione della Casa Bianca, che si tratti degli interessi di Washington o delle ambizioni personali del presidente. La sua promessa di mettere un punto a tutte le guerre non ha mai riguardato il ruolo degli Stati Uniti come garanti della pace mondiale. È sempre stato qualcosa legato all’ossessione personale di Trump di ricevere il premio Nobel per la pace. Che alla fine si è fatto dare dalla leader dell’opposizione venezuelana, senza alcuna vergogna.

E senza alcuna vergogna ha tradito le promesse fatte. Diceva che con lui al comando le guerre nel mondo sarebbero diminuite. Ma è il contrario siamo in un contesto molto più insicuro.

La prima guerra che aveva giurato di chiudere – anzi, diceva che con lui al potere non sarebbe mai nemmeno iniziata – è quella in Ucraina. In quel fronte è racchiusa tutta la teoria del nuovo ordine mondiale trumpiano. Il diritto internazionale, sui cui è stato costruito il mondo post Seconda Guerra mondiale, non conta più nulla. Non importa che ci sia uno Stato aggredito e uno che ha violato la sua sovranità e la sua integrità territoriale, attaccandolo militarmente e facendo scoppiare una guerra che continua a causare migliaia di vittime. Trump da subito si è schierato dalla parte di Vladimir Putin, accettando le sue pretese.

Alcuni dei momenti che hanno segnato il 2025, il primo anno di questo secondo mandato, sono stati sicuramente il faccia a faccia tra Trump e Putin – dove il primo non è riuscito a ottenere assolutamente nulla dal secondo – e l’incontro disastroso con Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca, dove il presidente ucraino è stato fondamentalmente umiliato e bullizzato in diretta mondiale.

Perché il mondo di Trump è esattamente questo: un mondo dove l’uomo più potente è un bullo. E in realtà era chiaro fin da subito che si sarebbe comportato come tale anche con i suoi più stretti alleati.

Il fronte commerciale

Il 2025 del resto è cominciato con lo spettro di una guerra commerciale, la guerra dei dazi  che il presidente statunitense ha imposto a mezzo mondo, Unione europea compresa. Una storia che vediamo ripetersi in questi giorni, con Trump che sventola nuove tariffe per tutti i Paesi europei che hanno mandato dei militari in Groenlandia. L’America First che ha sempre guidato l’ascesa politica trumpiana – e da cui tanti sovranisti europei hanno anche preso ispirazione – ha investito in pieno anche il primo alleato degli Stati Uniti, cioè l’Europa. Che già in quella partita dimostrava tutta la sua inadeguatezza in questo nuovo contesto, l’incapacità di rispondere a Trump, di difendere con le unghie e con i denti il mondo della cooperazione, dei valori comuni.

Il punto è se quei valori siano davvero comuni, oppure è una frottola che l’Europa si è raccontata cercando di ricostruirsi dalle macerie della Seconda Guerra mondiale. Le generazioni che avevano vissuto sulla loro pelle gli orrori delle guerre del Novecento avevano immaginato un ordine basato sul diritto internazionale e su una serie di valori condivisi. Quello delle Nazioni Unite. Ma oggi non esiste più. E non è un caso che Trump stia ritirando gli Stati Uniti da tutte queste organizzazioni e forum internazionali. Perché non si tratta solo di sostanza, di comportarsi secondo la legge del più forte e non secondo il diritto: è anche questione di forma, di non riconoscere ciò che prima era il quadrante che delimitava ciò che era legittimo e ciò che non lo era. Trump ha svuotato di senso la politica e la diplomazia: non sono più la cornice entro la quale muoversi, sono degli ostacoli alla sua volontà che si possono rimuovere a piacere.

La fine dell'ordine multilaterale

Non è più il mondo della multilateralità, è quello che vuole rivivere l’era delle Grandi Potenze. L’Europa, che ha pagato le conseguenze di quel periodo storico, ora rischia di nuovo di ricevere il conto.  Non solo a livello commerciale, non solo con le tariffe trumpiane.

Il nuovo mandato di Trump ha travolto anche il sistema di sicurezza europeo. Prima gli Stati Uniti hanno messo bene in chiaro di non essere più disposti a rappresentare quell’ombrello di difesa per l’Europa che sono stati dal 1945 in poi. E quindi hanno costretto i governi europei e ribaltare totalmente i loro bilanci in modo da più che duplicare l’apporto di spesa militare per la Nato. L’Europa non si è opposta, non ha difeso senza se e senza ma la decisione di investire nel welfare, prima che nella difesa. E il segretario Nato, l’olandese Rutte, ha detto sì a tutte le richieste di Trump, definito mr. Daddy. Ma per Trump non è bastato. E alla fine ha messo in discussione la stessa esistenza dell’Alleanza Atlantica arrivando a minacciare un territorio appartenente a un Paese membro, cioè la Groenlandia.

Insomma, essere alleati di Trump non significa essere al sicuro. Figuriamoci allora che cosa potrebbe accadere ai nemici, ai rivali o comunque a tutti quei Paesi che non possono vantare alleanze storiche con Washington.

Tutti i Paesi bombardati da Trump

Oltre al Venezuela, gli Stati Uniti di Trump hanno bombardato diversi altri Paesi e territori. Come il mar dei Caraibi, per intercettare presunte navi di narcotrafficanti. O lo Yemen, per colpire gli Houti. Ma anche la Nigeria, la Somalia, l’Iraq e la Siria. E poi l’Iran, che aveva risposto ai missili lanciati arbitrariamente da Israele.

In Medio Oriente Trump ha poi minacciato un nuovo intervento in Iran, per liberare il Paese dal regime degli Ayatollah, già scalfito da settimane di proteste represse nel sangue. Non lo ha ancora fatto, forse ostacolato dagli altri attori del Golfo che temono un'escalation regionale, una nuova epoca di instabilità che non fa bene a nessuno. Ma in ogni caso, le decisioni della Casa Bianca in questo angolo di mondo – anche quelle che più di tutte Trump definisce un successo – non hanno fatto altro che legittimare e sostenere la prima causa di instabilità: cioè le politiche del governo di Benjamin Netanyahu.

Trump si intesta un successo a Gaza che sarebbe dovuto al suo piano di pace e un progetto di Riviera del Medio Oriente. Ma come può essere un successo un piano di pace che non tiene conto del diritto di un popolo a decidere per sé stesso? Che non tiene conto delle conseguenza per un governo che ha portato avanti un genocidio, una punizione collettiva e un’occupazione illegale? Come può essere un successo questo piano di pace, se le IDF non hanno mai smesso di sparare? Se il Board of Peace è un club di amici di Trump, che ancora una volta metterà gli interessi personali del presidente davanti a tutto il resto?

Come gli Stati Uniti sono cambiati all'interno

Ma torniamo sempre al nucleo di tutto: quell’ordine di regole e di valori che concepivamo come un riferimento granitico, per Trump non ha alcun valore. Si può calpestare e si può rimodellare a proprio piacimento. E questo non è accaduto solo in politica estera. Nell’ultimo anno non è cambiato solo come gli Stati Uniti si comportano con il resto del mondo. E, di conseguenza, come il resto del mondo considera gli Stati Uniti. Con Trump il Paese è cambiato fortemente al suo interno.

È un Paese sempre più polarizzato e sempre più radicale in questi due poli. È la più grande democrazia del mondo, dove però la struttura democratica arranca. È un Paese che si è costruito sui flussi migratori, dove però adesso l’ICE sta portando avanti una brutale caccia al migrante in cui nessuno è davvero al sicuro. Di cui Renee Nicole Good non è l’unica vittima. È un Paese che è stato pioniere della ricerca, dove però il presidente ha dichiarato guerra alle università durante le proteste pro Gaza, tagliando i fondi ad alcuni degli istituti più prestigiosi del mondo.

Imperialismo in politica estera e autoritarismo in politica interna. Ecco cosa sono gli Stati Uniti un anno dopo il ritorno di Donald Trump al potere. E tutto questo accade perché non c’è nessuno a fermare il bullo. In politica interna l’unica cosa che è riuscita a quantomeno minare al consenso del presidente è stato il caso degli Epstein files: è stata l’unica promessa tradita – perché è stato il Congresso a obbligare il Dipartimento di Giustizia alla pubblicazione, per quanto parziale, dei files, non la Casa Bianca – di cui l’elettorato di Trump, la sua base MAGA, ha chiesto conto. In politica estera non c’è mai stata una vera opposizione in grado di difficoltà.

Certo, una parte di mondo si è compattata per ostacolare le conseguenze disastrose del Make America Great Again. Ma non è mai stata in grado di contenerle. E da parte dell’Europa non facciamo che vedere subalternità. Che in alcuni casi sfocia in una sorte di sudditanza. Anche quando non è conveniente.

È come se dopo un anno di Trump tutto il mondo fosse in qualche modo diventato trumpiano. È come se non fosse una parentesi, un incidente di percorso nella storia contemporanea. Ma una vera e propria chiave di trasformazione. Il mondo non è più quello di prima.

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