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Attacco all'Iran di Israele e USA

Chi sono i pasdaran e perché potrebbero approfittare del vuoto di potere in Iran. E non è un bene

I Pasdaran o “Guardie della rivoluzione islamica” sono un corpo militare e rappresentano uno dei principali strumenti di controllo del potere in Iran. “I rimanenti dell’élite militare prenderanno il potere. Saranno loro a dominare l’Iran dopo questa guerra più che i politici riformisti”, ha spiegato a Fanpage.it Naima Mohammadi, docente di studi iraniani all’Università di Pittsburgh.
A cura di Giuseppe Acconcia
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Siamo al quarto giorno di guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Quarantanove leader politici e militari sono stati uccisi nei raid, inclusa la guida suprema Ali Khamenei. Tra gli obiettivi degli attacchi è stata colpita la centrale di Natanz, oltre a scuole e ospedali, con il rischio, paventato dall’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea) di fughe radioattive. È stato anche danneggiato il meraviglioso palazzo del Golestan, nel centro di Teheran, patrimonio dell’Unesco. Mentre i militari iraniani cercano di allargare in tutti i modi il conflitto per coinvolgere i paesi arabi vicini, attivando le milizie sciite in Siria, Iraq, Libano e Yemen e chiudendo lo Stretto di Hormuz che sta causando un danno senza precedenti al commercio petrolifero e di gas a livello globale.

Chi sono i Pasdaran, le "Guardie della rivoluzione islamica" in Iran

Eppure, fin qui il sistema di potere postrivoluzionario in Iran ha tenuto. E non sembrano essere i politici moderati ad avvantaggiarsi del vuoto di potere determinato dall’uccisione di Khamenei. E così a uscire vincitrice da questa guerra potrebbero essere proprio i militari iraniani.

La forza militare più importante in Iran sono i sepah e-pasdaran. Fondati nel 1979 da Khomeini, sono chiamati a difendere la Rivoluzione islamica e le sue istituzioni. Al momento della loro costituzione dovevano controbilanciare il sistema di reclutamento regolare ancora filomonarchico. Negli anni successivi questa rivalità è stata una costante tanto che le forze regolari hanno subìto un continuo indottrinamento e l’uccisione di numerosi componenti.

I pasdaran e il patto con il potere

Nei primi anni dopo la Rivoluzione islamica, i pasdaran sedarono ogni forma di spinta centrifuga che veniva dalle province curde, baluchi e turkmene. I loro capi sono tecnici o ingegneri, capi di guerriglia locale prerivoluzionaria. È nota la collaborazione esistente tra pasdaran e ministero dell’Intelligence.

Negli anni della guerra contro l’Iraq (1980-1988), i pasdaran accolsero con disprezzo l’accettazione della risoluzione Onu, non certo favorevole all’Iran, che segnava la conclusione del conflitto, come voluto dall’allora presidente tecnocrate Hashemi Rafsanjani.

I pasdaran sono stati i responsabili della repressione delle manifestazioni studentesche degli anni Novanta e Duemila. Con la fine del riformismo e prima dell’avvento del presidente radicale e tra i leader del gruppo, Mahmud Ahmadinejad, anche lui tra le presunte vittime degli attacchi di Israele e Stati Uniti, si è instaurata una sorta di patto di non aggressione tra forze dell’ordine e giovani, ripetutasi in varie fasi negli ultimi dieci anni. I ragazzi e gli attivisti si sono astenuti dall’opporsi manifestamente al regime e in cambio i pasdaran hanno evitato di intromettersi nella vita quotidiana dei cittadini.

La repressione militare

Lo stesso è avvenuto dopo la repressione del movimento Donna, vita, libertà nel 2022, quando i militari hanno accettato maggiore permissivismo nell’abbigliamento femminile, nonostante non sia mai stata approvata una normativa che cancellasse l’obbligo del velo.

Dall’altra parte, una lunga serie di gruppi paramilitari che agiscono in abiti civili per reprime il dissenso, come i basiji, sono formalmente sotto il comando dei pasdaran. Il gruppo è stato fondato alla fine del 1979 da Khomeini per la protezione da interventi statunitensi o da nemici interni, ed è formato per lo più da uomini poveri o senza altra occupazione, spesso provenienti dalla campagna e con limitato accesso all’istruzione secondaria.

Nel 1995 Khamenei ha proposto una riforma del sistema di sicurezza che di fatto ha visto il passaggio di uomini dai pasdaran al gruppo dei basiji. Queste forze si sono dimostrate particolarmente violente nella repressione delle proteste degli ultimi anni, incluse le migliaia di morti nelle manifestazioni contro il carovita, iniziate il 28 dicembre 2025.

Perché possono avvantaggiarsi dal vuoto di potere

“I rimanenti dell’élite militare e delle guardie rivoluzionarie prenderanno il potere. Saranno loro a dominare l’Iran dopo questa guerra più che i politici riformisti”, ci ha spiegato Naima Mohammadi, docente di studi iraniani all’Università di Pittsburgh.

Sono i vertici dei pasdaran insieme a politici come Ali Larijani, Segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale, e il presidente Masoud Pezeshkian a prendere le decisioni in questa fase delicata per le istituzioni iraniane. La strategia dei militari è di non parlare in alcun modo con gli Stati Uniti finché non saranno loro, esausti per le rappresaglie iraniani nel Golfo e in Europa, a chiedere di dialogare sul nucleare e il programma missilistico iraniano.

In altre parole, i militari iraniani si sono pentiti di aver smesso di combattere nella guerra dei 12 giorni dello scorso giugno e credono che questo abbia portato a una sottovalutazione delle capacità militari di Teheran. D’altra parte, se i raid israeliani e statunitensi sono stati efficaci ad eliminare l’élite politica iraniana, inclusa la guida suprema Ali Khamenei, sembrano molto meno strategici nel trovare una soluzione a questa crisi senza precedenti.

Contro le ingerenze straniere

Il percorso avviato dai pasdaran per il controllo dell’Iran parte dall’assunto che la mobilitazione popolare contro il regime che paventavano Usa e Israele da parte degli iraniani non c’è stata. “Siamo felici, stiamo festeggiando ma sappiamo che la Repubblica islamica è ancora lì”, ci ha racconto Shirin, attivista di Teheran. In realtà, secondo un sondaggio di Reuters e Ipsos solo il 27% degli iraniani sostiene i devastanti raid statunitensi e israeliani contro il paese.

In altre parole, gli iraniani considerano questa guerra come un’ingerenza esterna, come fu il colpo di stato degli Usa contro Mohammad Mossadeq del 1953 che è tra le cause che ha ispirato la rivoluzione del 1979. Non solo, considerano l’attacco di Usa e Israele contro l’Iran come immotivato così come fu un pretesto falso l’accusa contro il presidente iracheno, Saddam Hussein, di detenere armi di distruzione di massa che spiegò agli occhi del mondo la guerra del 2003.

In più i sostenitori del regime sono galvanizzati dalla fine di Ali Khamenei in casa sua, con i suoi familiari. E non ucciso mentre sfuggiva alla sua sorte come hanno fatto Muammar Gheddafi in Libia e Saddam Hussein in Iraq o alla ricerca di un rifugio all’estero come ha fatto il presidente siriano, Bashar al-Assad, e il tunisino Ben Ali dopo le primavere arabe.

Non si esporta la democrazia

La lezione di un eventuale rafforzamento dell’ala militare della Repubblica islamica e della conseguente repressione contro il dissenso dimostra ancora una volta che non si esporta la democrazia con la guerra, così come ha fatto George Bush nella disastrosa guerra in Iraq del 2003 che ha logorato il paese per venti anni. In altre parole, non si può mai abdicare al principio di autodeterminazione che è alla base della convivenza pacifica tra popoli, imponendo dall’esterno un cambiamento di regime.

Questa ennesima guerra di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente si inserisce nel più ampio tentativo di Tel Aviv di azzerare l’Asse della Resistenza dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. In questo caso, le manifestazioni di piazza avviatesi in Iran il 28 dicembre scorso sono state strumentalizzate per ottenere un cambiamento di regime in Iran. In altri termini, non è possibile separare i due conflitti, non si può essere contemporaneamente per la Palestina e volere la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. E questo lo dimostra bene l’invasione del Sud del Libano paventata da Israele in queste ore. Non solo, la guerra in corso potrebbe rafforzare l’ala militare e più oltranzista del regime e non favorire le riforme richieste a gran voce da chi ha continuato a manifestare senza sosta contro la Repubblica islamica negli ultimi 47 anni.

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