Dopo 15 anni di guerra in Afghanistan la situazione sembra essere sempre più drammatica: il 2015, infatti, è stato l'anno più sanguinoso per i civili da quando le Nazioni Unite – nel 2009 – hanno iniziato a contare i "non combattenti" feriti oppure uccisi nel conflitto. Nella sua annuale relazione l'Onu rivela che lo scorso anno sono stati uccisi 3.545 civili e feriti 7.457, con una crescita di oltre il 4% rispetto ai dati dell'anno precedente. Nicholas Haysom, rappresentante delle Nazioni Unite in Afghanistan, ha giudicato inaccettabile il record di vittime civili ed ha chiesto a tutte le parti belligeranti – dai talebani agli occupanti occidentali – di impegnarsi per mettere fine a uccisioni e mutilazioni. Poi il diplomatico ha aggiunto che una vittima su quattro è un bambino.

Nicholas Haysom, nel corso di una conferenza stampa a Kabul, ha aggiunto che le statistiche e i dati numerici non riescono a rendere l'idea dell'orrore: "Ciò di cui parliamo non sono solo numeri: parliamo dei corpi mutilati dei bambini, delle difficoltà di intere comunità, del dolore provocato a familiari e parenti, a minori che perdono i loro genitori e sono costretti a rimanere soli. Queste sono le conseguenze della guerra in Afghanistan". Secondo gli esperti il maggio numero di vittime civili è causato dai combattimenti a terra tra le parti in conflitto. Tra le cause ci sono poi l'esplosione di ordigni e gli attacchi kamikaze.

Il dossier dimostra che il 62 per cento delle vittime sono provocate da attacchi portati da forze anti governative, accusate di utilizzare intenzionalmente tecniche che causano danni tra i non combattenti: omicidi mirati, mine antiuomo, attacchi suicidi e ordigni esplosivi. Il 17 per cento delle vittime è poi provocato da forze filo-governative (14% forze di sicurezza afghani, 2% eserciti stranieri, 1% forze armate affiliate a quelle governative). Significativo il fatto che le vittime dei raid aerei sono aumentate rispetto al 2014: uno di questi, a firma Nato, causò la morte di 43 persone e il ferimento di 42 in un ospedale di Medici Senza Frontiere di Kunduz.